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Editoriali

In guerra con un joystick: da Spec Ops a Valiant Hearts

Una voce roca detta i nostri passi mentre il joypad tra le nostre mani sembra pesante come un vecchio fucile. La guerra, porta con sé sofferenze e rovine. Con il Capitano Walker, saranno le macerie di una Dubai quasi spettrale. Lì, dubiteremo di ogni nostra scelta. Osservando il tramonto di un’Europa dilaniata dal conflitto, Valiant Hearts racconta di vite spezzate dai bombardamenti. Infine, tra le ombre, Pogoren farà da sfondo ad un logorante assedio.

Cosa succede quando il campo di battaglia è il nostro schermo?

Spec Ops: The Line, come l’Inferno in Terra

Immaginiamo la storia dell’uomo come una tela, al centro di un vecchio atelier. Tingeremo con colori accessi i contorni di ogni evento memorabile. Qui, ci saranno scoperte incredibili, ora invece, trova spazio una nuova invenzione. Andando avanti, ogni spazio bianco scompare, riassorbito nel colore Talora, però, al pennello, si sostituisce un altro, pesante, strumento.

Si contraddistingue per il suo rumore soffocante, quasi metallico. Ora, definiamo i tratti di uno scenario più cupo. Appaiono, improvvisamente, decine di sagome informi, ammassate. Quella parte della tela che dovrebbe rappresentare il cielo, s’incupisce, come stesse per piangere.

Sembra fare da contorno ad uno scenario surreale dove notiamo un uomo che, malconcio, si trascina. In questo moderno Guernica, il suo è il Volto della guerra, ma non tradisce alcuna emozione. Il suo è un viso scavato e si nota da subito una vistosa cicatrice, retaggio delle mille battaglie di cui è stato protagonista. Il fucile che imbraccia, sembra più leggero, rispetto ai grossi stivali mimetici. Mentre il silenzio ci accompagna, ogni passo è reso più arduo, a causa del terreno sabbioso.

Nella Dubai di Spec Ops: The Line, inghiottita in una tempesta di sabbia, Martin Walker, soldato pluridecorato, si ritrova a fare i conti con sé stesso. Guidiamo ogni suo passo e, senza pensarci, lo aiutiamo a premere il grilletto. Il gioco, però, ci avverte: prima o poi faremo i conti con le conseguenze delle nostre azioni. Mentre ci avventuriamo nell’opulenta, ma deserta, metropoli, nulla è come sembra. D’altronde, lo ricorda anche Machiavelli, è una professione con la quale un uomo non può vivere onorevolmente.

“There is no difference between what is right and what is necessary”

Valiant Hearts: il tramonto degli eroi

In Spec Ops, la guerra, ci mette davanti la cruda realtà. Non siamo eroi e non dovremmo sentirci tali e ad ammonirci sono persino le schermate di caricamento. Imbracciando quegli strumenti di morte, nella pioggia di proiettili, scorgiamo dei lineamenti familiari. Improvvisamente, aldilà della divisa, quei soldati non sembrano così diversi dai corpi ammassati ai loro piedi. Il conflitto, lenisce le differenze e, fra gli spari e le trincee, sembra non ci siano confini. Stavolta, ci troviamo sotto un cielo grigio, mentre il rumore assordante di moschetti e granate rompe con violenza il silenzio. Siamo testimoni di una storia che, qualche istante prima, avremmo trovato trascritta in un vecchio libro di scuola.

Ubisoft, con Valiant Hearts, ci mostra le vicissitudini di Karl, Emile, Freddie, Ana e Walt. Dimentichiamoci gli eroi senza macchia cui siamo abituati: questa volta i protagonisti, prima ancora di essere l’intrepido soldato o l’accorta infermiera di campo, si rivelano come esseri umani. Lasciando il joypad, siamo spettatori di una vera e propria favola dal fronte Occidentale, mentre una musica sommessa ci accompagna. Impareremo che, anche quando l’ondata di proiettili cessa, non smetterà comunque di piovere. Passo dopo passo, ricostruiamo la storia dei nostri personaggi, cui la guerra, ormai, sembra aver tolto ogni cosa. Sembrerà di trovarci davanti ad una vecchia lettera, scritta forse da un soldato che, temendo di essere dimenticato, lascia ai posteri qualcosa di sé.  Di loro scorgiamo i visi stanchi, mentre gli occhi sono coperti da ciocche di capelli. Così, anche le loro stesse anime, si ritrovano celate. Alla fine, non potremmo che concordare con Emile.

This War of Mine: niente di nuovo a Graznavia

Dimentichiamoci, per qualche istante, il peculiare stile con cui Valiant Hearts  ci ha trascinati in un mondo sconvolto dal conflitto. Stavolta, ci sembrerà di avere davanti ai nostri occhi un vecchio film in bianco e nero. I suoi protagonisti, sono indistinguibili sagome nere, che si muovono in un lugubre scenario, ridotto all’essenziale.

Il silenzio si fa sempre più opprimente, forse più delle nuvole nere che pendono sulla nostra testa. Ci troviamo in un vecchio, logoro, edificio, uno dei pochi risparmiati dai bombardamenti che hanno sconvolto la nostra quotidianità. Pogoren fa da teatro alle nostre vicissitudini, mentre controlliamo un gruppo di superstiti. In This War of Mine, non c’è nessuna medaglia sul petto, non siamo soldati pronti a gettarsi in una sporca guerra. Persino i fucili, ora, si fanno stranamente pesanti mentre, a stento, riusciamo a capire cosa succede intorno a noi.

La guerra è un gioco in cui entrambe le parti perdono

Paura e angoscia si mischiano, mentre un senso di desolazione abbraccia l’atmosfera intorno a noi. Giorni tutti uguali e notti fin troppo lunghe fanno da sfondo alle nostre giornate. La parola d’ordine è una sola: sopravvivere. Aggirandoci per le strade, il silenzio ci asfissia ma, quando meno ce lo aspettiamo, viene rotto da un rumore metallico. Ci muoviamo a tentoni, col respiro che si fa pesante, mentre i pensieri si rincorrono. Le palpebre si fanno pesanti e, improvvisamente, le gambe cedono. Ci ritroviamo a fissare lo schermo davanti ai nostri occhi, mentre riflette il nostro viso. Tutt’intorno, solo l’oscurità.

Ormai, è finita, dobbiamo deporre le armi. La sconfitta è certa.

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