In un panorama dove i contenuti si consumano in trenta secondi e l’attenzione sembra un bene sempre più raro, Console Generation è un’eccezione che resiste da quindici anni. Nato nel 2011 dall’amicizia e dalla passione di Raffaele Cinquegrana e Andrea Facchinetti, il podcast è diventato negli anni un appuntamento fisso per una platea di appassionati che ogni venerdì sera, puntuale come un rito, si collega per due ore di notizie, anteprime, rubriche e chiacchiere sincere sul mondo dei videogiochi.
La formula è semplice solo in apparenza: due amici, un microfono e la voglia di raccontare il videogioco con pacatezza, competenza e un’ironia che non scade mai nel cinismo. La diretta va in onda ogni venerdì alle 22:30 su Twitch e YouTube, e viene poi resa disponibile in formato podcast sulle principali piattaforme. Per dare la misura della costanza: oltre 700 puntate, all’incirca una a settimana per quindici anni, che hanno trasformato Console Generation in una delle realtà più longeve e riconoscibili del panorama italiano.
Negli anni i due conduttori hanno costruito una comunità adulta, appassionata e sorprendentemente fedele, cresciuta insieme a loro, con cui condividono non solo opinioni sui giochi, ma anche un pezzo di vita. Chi sia il sognatore e chi il timone del programma (e cosa c’entri Phil Spencer) lo racconta Raffaele in persona, poche righe più in basso.
Per celebrare i 15 anni di attività, IlVideogiocatore.it ha chiesto a Raffaele Cinquegrana di ripercorrere la storia di Console Generation: com’è iniziato tutto, cosa è cambiato, cosa ha insegnato il microfono e cosa ancora sorprende. Ne è nata una conversazione sincera, divertente e a tratti intima, fedele allo spirito del programma. Quella che segue è l’intervista integrale a Raffaele Cinquegrana di Console Generation.
IlVideogiocatore.it: Quando avete registrato per la prima volta, cosa pensavate? Quanto sarebbe durato Console Generation? Cosa invece vi ha sorpreso ed è ancora qui dopo 15 anni?
Raffaele Cinquegrana: Quando siamo andati live per la prima volta, l’ultima cosa a cui pensavamo è che il nostro podcast andasse avanti così a lungo. L’idea era quella di creare un programma radiofonico che unisse la passione di due amici: ci piaceva parlare di videogiochi insieme e volevamo condividerla con dei potenziali ascoltatori. Mai avremmo pensato che saremmo andati avanti così a lungo e, soprattutto, con la costanza che ci contraddistingue. Il che è sempre una sorpresa, guardandoci indietro. Soprattutto considerando che si tratta di un hobby e non di un lavoro.
IlVideogiocatore.it: Dopo 700 e oltre puntate, che ruoli vi siete cuciti addosso senza deciderlo? Chi è il freno e chi l’acceleratore? Chi il buono e chi il cattivo?
Raffaele Cinquegrana: I ruoli si sono avvicendati nel tempo. All’inizio io ero quello più pacato e professionale, mentre Andrea era quello più scanzonato e frizzante. Poi col tempo, con le puntate e con gli argomenti che si sono sempre più arricchiti, i ruoli si sono quasi invertiti. Ora Andrea è il timone più saldo, estremamente razionale e con i piedi per terra. Io invece sono quello più sognatore, quello che fa le uscite stravaganti (chi ci segue da anni ricorderà sicuramente i “Phiiiiiil Spenceeeer!” che duravano decine e decine di secondi) e le battute. Siamo cambiati in base all’umore e alla nostra crescita personale. Non abbiamo un vero ruolo di buono e cattivo, anche se spesso le nostre posizioni sono contrapposte.
IlVideogiocatore.it: Una puntata che rifareste. Nonostante le centinaia di puntate, c’è una live che oggi, con il senno di poi, condurreste in modo opposto? Perché?
Raffaele Cinquegrana: Sicuramente la diretta che abbiamo fatto dal Nemiex per il nostro 12° compleanno (doveva essere la festa per i 10 anni, ma poi il COVID ci ha fatto rinviare l’evento). La rifarei semplicemente perché l’audio era terribile da ascoltare in podcast e di conseguenza non l’ho pubblicata per l’ascolto da casa.
IlVideogiocatore.it: Ogni venerdì commentate news e anteprime. Come decidete quando bisogna spegnere l’entusiasmo e quando invece serve difendere un gioco? È qualcosa di deciso prima o andate “a braccio”?
Raffaele Cinquegrana: Noi andiamo sempre a braccio. Io mi occupo della preparazione della puntata e provo molti più giochi di Andrea, di conseguenza ho più polso sugli argomenti. Andrea invece è genuino così come lo vedete: quello che gli piace o non gli piace glielo si legge in faccia e nel tono di voce. Il nostro approccio non prevede di difendere o promuovere un gioco a priori: diciamo le cose che ci piacciono e non ci piacciono in base ai nostri gusti e a ciò che crediamo. La cosa che evitiamo è quella di avere delle posizioni estreme, perché quelle alla fine ti portano a ragionare come una tifoseria.
IlVideogiocatore.it: Annunci Improbabili, Kojima Inutility, Resident Evil Curiosity. Rubriche che nascono per ridere, ma cosa vi dicono davvero della community italiana?
Raffaele Cinquegrana: Per me sono i “mali necessari” di una trasmissione come la nostra. Lo dico spesso che fosse per me avrei tolto queste rubriche da anni. Ma so bene che contribuiscono a rendere la chiacchierata più leggera e a staccare un po’ dalla serietà che rischia di risultare pesante. Ai nostri ascoltatori piacciono molto le rubriche di intermezzo, quindi credo che ce le terremo ancora per un po’. Non trarrei però conclusioni sugli ascoltatori: alla fine Console Generation è una trasmissione di intrattenimento e informazioni e queste rubriche fanno parte della prima area.
IlVideogiocatore.it: Tra tutti gli ospiti che avete avuto, qual è stata la chiacchierata più difficile da gestire? Cosa vi ha insegnato sul fare domande? Qualche aneddoto succoso?
Raffaele Cinquegrana: Non credo che abbiamo mai avuto difficoltà nel gestire le chiacchierate con gli ospiti. Il nostro intento è di far sentire chi interviene in diretta a casa propria, senza mettere pressioni da una parte o dall’altra del microfono. Dopo oltre 50 interviste negli ultimi 5 anni abbiamo imparato che le domande migliori nascono dal desiderio di conoscere le persone alle spalle dei giochi. Non ci basta più sapere come è nato un gioco, l’idea di base e cose simili. Ci piace capire chi sono le teste che l’hanno creato, i sentimenti, le sfide e le ambizioni. Questo approccio ci permette di gestire le interviste con scioltezza, perché sono cose che ci interessano in primis come persone e giocatori, e poi come contenuto da dare al nostro pubblico. Tant’è che ultimamente le interviste durano raramente meno di un’ora, mettendo a dura prova il resto della scaletta della puntata.
IlVideogiocatore.it: Il videogiocatore italiano è cambiato? In 15 anni di messaggi e chat, che evoluzione avete visto nel modo in cui il vostro pubblico vive l’hobby?
Raffaele Cinquegrana: Considerando che il nostro pubblico ha abbondantemente superato i 35 o 40 anni, la cosa che ho notato maggiormente è l’attenzione sul tempo che si investe con i videogiochi. Tanti ascoltatori (e noi prima di loro) hanno iniziato ad approcciare nuovi giochi guardando prima di tutto quanto durano e se hanno il tempo per goderseli. È come se fosse nata una nuova consapevolezza, distinta dalla fase precedente di crescita in cui il tempo libero a disposizione era (quasi) tutto quello che si voleva.
IlVideogiocatore.it: Oggi è tutto clip da 30 secondi. Perché secondo voi la gente sta ancora lì due ore il venerdì sera ad ascoltarvi?
Raffaele Cinquegrana: Questo me lo domando anche io! Scherzi a parte, indubbiamente il pubblico più ampio fruisce per la maggior parte di contenuti brevi. Ma se ci fate caso ci sono tanti contenuti seguitissimi su YouTube che vanno ben oltre i 30 minuti. Noi siamo un podcast che soddisfa una nicchia di appassionati che vogliono stare con noi più tempo possibile. Anche se le nostre puntate sono già molto lunghe, spesso ci viene chiesto di farle ancora più lunghe. È probabile che questo sia una conseguenza del nostro stile di comunicazione, apprezzato per la pacatezza e tranquillità.
IlVideogiocatore.it: Se un ventenne vi dicesse: “Voglio aprire un podcast di videogiochi oggi”, qual è la dritta più scomoda ma necessaria che gli dareste?
Raffaele Cinquegrana: Penso sempre che chi apre un podcast deve avere un piano. Mettere in piedi un podcast è facilissimo, ma è altrettanto facile abbandonarlo. Bisogna avere un’idea di cosa si voglia fare e bisogna che quel piano venga seguito. Con gli opportuni accorgimenti che vengono con l’esperienza, naturalmente. Ci sono stati tanti podcast nati e morti nel giro di qualche mese, il che fa pensare che o mancasse un piano alla base, o che ci si aspettassero chissà quali risultati che non sono venuti. O ancora che fosse una cosa facile. È tutto il contrario: fare un podcast richiede impegno, dedizione e puntualità. Un altro consiglio che darei è di avere un minimo di attrezzatura e di curare la qualità audio, perché puoi avere tante cose interessanti da dire, ma se il podcast si sente male si rischia di venire ignorati dopo poche puntate.
IlVideogiocatore.it: Un titolo su cui avete litigato forte in diretta o fuori onda. Chi aveva ragione col senno di poi?
Raffaele Cinquegrana: Maneater. La discussione accesissima che abbiamo avuto in diretta è stata memorabile. Ovviamente avevo ragione io: Maneater è un bel gioco, con difetti evidenti, ma un bel gioco. Oppure ci sono i battibecchi su The Crew, che non mancano mai.
IlVideogiocatore.it: Se domani vi togliessero i videogiochi, su cosa fareste un podcast settimanale per 15 anni?
Raffaele Cinquegrana: Non ho idea! Anche perché a parte i videogiochi, per il resto abbiamo gusti e competenze diverse. Quindi penso avremmo difficoltà a trovare qualcosa che ci appassioni allo stesso modo e per così tanto tempo.
IlVideogiocatore.it: Dopo 15 anni di interviste subite e fatte, qual è la cosa su Console Generation che nessuno vi ha mai chiesto e che vorreste raccontare?
Raffaele Cinquegrana: Sono molte più le interviste che abbiamo fatto di quelle che abbiamo rilasciato! La cosa che ci piace raccontare (e che bene o male facciamo ogni settimana) è la nostra amicizia e come il podcast ci abbia dato la possibilità di stare insieme molto di più di quanto avremmo fatto senza.
IlVideogiocatore.it: E per finire, immancabile: cosa pensate delle IA, in particolare quelle generative, e come pensate che si sposino con lo sviluppo dei videogiochi? Sono da evitare o ci sono margini per un loro utilizzo?
Raffaele Cinquegrana: È un argomento che richiederebbe un bell’approfondimento. Come tutte le cose, ci sono lati positivi e negativi. L’IA può facilitare lo sviluppo dei videogiochi, dare la possibilità anche a chi non programma di trasformare un’idea in realtà, può migliorare le interazioni con i personaggi non giocanti, fornire aiuto nelle sessioni di gioco, migliorare la resa grafica, integrare meglio le scelte del giocatore nella storia e molto altro ancora. D’altro canto, non possiamo ignorare le conseguenze che inevitabilmente ci troveremo a fronteggiare, in primis la questione creativa e quella degli esuberi nel mondo del lavoro. Sappiamo bene che, come tutte le rivoluzioni, ci saranno dei contraccolpi con cui dovremo fare i conti prima o poi. Ma d’altro canto non crediamo sia corretto demonizzarla a priori, anche perché questa rivoluzione ha tutta l’aria di essere inevitabile.
Un ringraziamento va a Raffaele Cinquegrana per la disponibilità, la sincerità e la cura con cui ha ripercorso, seppure in breve, quindici anni di Console Generation. La storia del podcast è la dimostrazione che, anche in un mondo dominato dalla velocità e dai contenuti mordi e fuggi, c’è ancora spazio per la passione coltivata con costanza e con i giusti tempi (una filosofia che IlVideogiocatore.it sente particolarmente vicina).
Grazie a Raffaele e Andrea per aver condiviso non solo un percorso nato per hobby e diventato un appuntamento fisso per tanti videogiocatori, ma soprattutto un pezzo della loro amicizia. Quindici anni di venerdì sera sono la prova più concreta che il medium merita anche di essere raccontato con calma.

