Il 9 luglio 2026 la Federal Reserve annuncia il nome della nuova consulente per la task force che dovrà valutare l’impatto dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro americano. Tre giorni prima, quella stessa persona aveva firmato la lettera che cancellava 3.200 posti di lavoro nella divisione Xbox di Microsoft. Il nome è Asha Sharma, alla guida del marchio da appena cinque mesi. La coincidenza in poche ore fa riflettere.
Potrebbe sembra un caso isolato, ma è in realtà il punto più visibile di un pattern che attraversa l’intero, breve, mandato di Sharma. Da una parte le sue parole, sempre calibrate su centralità umana, cautela verso l’intelligenza artificiale, ascolto della community. Dall’altra le sue decisioni: assunzioni, riporti gerarchici, un quinto dell’organico che sparisce. Facciamo chiarezza.
Una manager arrivata da un altro mondo
Sharma ha poco a che fare con il mondo del gaming. Nata nel 1989 a Racine, Wisconsin, laureata in Business alla Carlson School of Management del Minnesota nel 2011, costruisce la sua carriera tra Meta, la carica di Chief Operating Officer in Instacart e, dal 2024, la presidenza di CoreAI, la divisione Microsoft che si occupa di strumenti e piattaforme di intelligenza artificiale (tra cui GitHub Copilot). Non ha alcuna esperienza pregressa nell’industria videoludica, e lo ammette lei stessa nel giorno dell’insediamento: ha ancora molto da imparare sul gaming.
Il 20 febbraio 2026 Satya Nadella comunica la sua nomina a CEO, in sostituzione di Phil Spencer, che lascia dopo 38 anni in Microsoft e 12 alla guida del gaming. Sarah Bond, considerata da molti l’erede naturale di Spencer, lascia l’azienda nello stesso momento.

Un nuovo inizio
Tre giorni dopo, Sharma pubblica un memo che diventa virale nel giro di ore: promette che Xbox non inseguirà l’efficienza a breve termine né riempirà l’ecosistema di “AI slop senz’anima”. È la frase che la community aspettava da una dirigente arrivata dall’IA, e funziona. Il problema, con il senno di poi, non è quel memo. È quello che succede subito dopo.
Bastano dieci settimane perché la squadra dirigenziale di Xbox cambi volto. Il 5 maggio 2026 Sharma annuncia l’ingresso di cinque nuovi dirigenti, quasi tutti provenienti dal suo passato in CoreAI o in Instacart: Jared Palmer arriva da GitHub e Vercel per occuparsi di prodotto e infrastrutture, Tim Allen guida il design dopo anni tra CoreAI e Instacart, Jonathan McKay porta l’esperienza maturata guidando la crescita di ChatGPT per OpenAI. Escono, nello stesso periodo, due veterani storici: Kevin Gammill lascia l’azienda dopo anni alla guida dell’esperienza utente, Roanne Sones passa a un ruolo di sola consulenza.
In poche settimane, la squadra che decide priorità di prodotto e di design per uno dei marchi più iconici del settore diventa in larga parte una squadra costruita sull’esperienza di piattaforme IA, non su decenni di game design.
Nello stesso periodo arriva l’unico taglio che Sharma etichetta esplicitamente come scelta anti intelligenza artificiale: la sospensione di Copilot Gaming su console e mobile, lasciato in beta solo su PC e ASUS ROG Ally. Ha il pregio di essere visibile, e il costo politico più basso possibile, perché era un prodotto marginale che pochi utilizzavano davvero. L’ambiguità è palese: nella stessa settimana in cui Xbox rinuncia a un chatbot poco rilevante, la sua CEO accoglie in azienda dirigenti con solide radici nell’intelligenza artificiale generativa. Non sono affermazioni contraddittorie se si guarda al singolo taglio isolato. Guardando l’insieme, il segnale punta nella direzione opposta a quella promessa a febbraio.

La vigilia dei tagli
Il 9 giugno, sul palco del Fortune Brainstorm Tech Conference ad Aspen, Sharma rilancia il messaggio con una battuta che farà il giro della stampa di settore: non si tratta di un “Allbirds moment”, dice, riferendosi al goffo rebranding IA del marchio di scarpe, e Xbox non diventerà “Xbox.ai”. Il giorno dopo Bloomberg anticipa che tagli “significativi” sono attesi per luglio, appena chiuso l’anno fiscale Microsoft.
Il 29 giugno, prima ancora che i licenziamenti siano ufficiali, la CWA (che rappresenta oltre 3.500 dipendenti Microsoft nel gaming) organizza una conferenza stampa per anticipare le proprie richieste. A parlare non sono soltanto sigle sindacali. Frank Arce, vicepresidente del distretto 9, apre l’incontro dicendo che i lavoratori “non saranno trattati come materiale usa e getta”. Sherveen Uduwana, tesoriere della United Video Game Workers, ricorda che il compenso di Satya Nadella nell’ultimo anno fiscale è stato di 96,5 milioni di dollari. Mahreen Fatima, senior environment artist su Diablo 4 ed ex Halo Studios, chiede una prova concreta che l’azienda sia davvero a corto di risorse, dopo miliardi investiti in intelligenza artificiale. Sono voci che raccontano l’altra faccia dei numeri che arriveranno una settimana dopo: dietro ogni percentuale di taglio ci sono persone che aspettano di sapere se il proprio nome sarà sulla lista.

Il Big Reset
Il 6 luglio arriva quello che Sharma stessa definisce il più grande reset nella storia di Xbox: 3.200 posti di lavoro tagliati nell’anno fiscale 2027, il 20% dell’organico della divisione, contro un taglio complessivo Microsoft del 2%. 1.600 di questi tagli sono immediati. Quattro studi lasciano Xbox: Compulsion Games e Double Fine Productions tornano indipendenti mantenendo le proprie proprietà intellettuali, Ninja Theory e Undead Labs passano a nuova gestione.
La motivazione economica è precisa: negli ultimi cinque anni Xbox ha investito oltre 20 miliardi di dollari in contenuti e hardware, escludendo Activision Blizzard, a fronte di un fatturato annuo calato di quasi mezzo miliardo.
Mojang e King ora riportano direttamente a Sharma, che accentra su di sé i due franchise più redditizi del portafoglio. Nasce la figura di Chief Operating Officer, affidata a Helen Chiang, storica dirigente del franchise Minecraft. La gerarchia si appiattisce, da un massimo di 14 livelli di management a non più di cinque, mentre i team di piattaforma erano cresciuti del 40% rispetto all’inizio della generazione nonostante il calo di utenza e di ore giocate.

Chi paga il conto
Il conto più duro, quello che i numeri da soli non raccontano, arriva da Id Software, lo studio di Doom e Quake, che perde circa metà del proprio organico. John Carmack, tra i suoi fondatori, scrive su X che la sua vecchia fiducia in Microsoft come buon custode del marchio non sta invecchiando bene. Aggiunge di essere rattristato, ma di non riuscire a provare rabbia senza conoscere i conti dell’azienda. È una reazione più sfumata di un attacco frontale, ma resta la testimonianza pubblica di un veterano che vede smentita la propria fiducia iniziale.
Joost van Dreunen, docente di videogiochi alla NYU Stern School of Business, calcola 15 acquisizioni Xbox negli ultimi 13 anni, la più costosa delle quali (69 miliardi di dollari) è Activision Blizzard, e osserva che costruire un impero di quella scala porta inevitabilmente a perdere il controllo delle singole componenti. Un’analisi che non assolve la gestione precedente, ma che non assolve nemmeno chi oggi, di quell’impero, ne gestisce lo smantellamento con margini di scelta reali.

Prime conclusioni
Sharma non ha semplicemente ereditato un’azienda in difficoltà e gestito, suo malgrado, decisioni prese da altri. Ha accentrato potere su di sé, ha ricostruito la dirigenza attorno a persone della sua stessa provenienza professionale, ha firmato personalmente la lettera che elimina un quinto dell’organico Xbox. E tre giorni dopo ha accettato un incarico pubblico proprio sull’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro, unica CEO in carica tra tutti i membri delle cinque task force istituite dalla Fed, insieme a Marc Andreessen e a Charles I. Jones, economista di Stanford. Il calendario della Fed non dipende da lei, la coincidenza è probabilmente fuori dal suo controllo diretto. Ma resta un fatto difficile da liquidare come semplice sfortuna.
Le scelte di Asha Sharma sono frutto di un’eredità difficile. Xbox non stava bene, ma la realtà, come spesso accade nelle grandi realtà aziendali, è più scomoda. I numeri di Xbox erano insostenibili, ma è la divisione gaming di Microsoft, un colosso assoluto. E allo stesso tempo, le migliaia di persone che hanno perso il lavoro non sono un dettaglio contabile da assorbire dentro la narrazione di un futuro più grande. Sono un fatto. E quel fatto porta la firma di chi lo sta comunicando oggi, non di chi c’era prima.

