Sid Meier, Yuka Kitamura e Jon Wilcox: sono loro i tre protagonisti internazionali che, tra interviste realizzate appositamente e oggetti originali messi a disposizione, accompagnano il pubblico dentro Players. Giochi, videogiochi, cultura e società, la nuova mostra dell’M9, Museo del ‘900 di Venezia Mestre. Il papà di Civilization parla dalla California, la compositrice dietro tante colonne sonore FromSoftware, da Bloodborne a Elden Ring, da Tokyo, mentre dal Regno Unito arriva la voce legata al team di Worms di Team17.
La mostra è visitabile dal 14 ottobre 2026 al 14 febbraio 2027 al terzo piano del museo. La curatela è firmata da Fabio Viola, docente, game designer e curatore dell’area videogiochi di Lucca Comics & Games, già dietro Play alla Reggia di Venaria, affiancato da Michelangela Di Giacomo, Giuseppe Cosenza e Damiano Bordoni. Biglietti e informazioni sono disponibili sul sito ufficiale di M9.

Insert coin: dai laboratori alla sala giochi
Il percorso si apre con la sezione #Play, che ricostruisce gli ambienti decisivi della storia del medium: dagli amusement arcade fino a camerette e salotti. I titoli giocabili partono dai prototipi nati nelle università tra anni ’50 e ’60, l’epoca di Tennis For Two, per arrivare ai giochi Atari degli anni ’70.
Il pezzo forte sono i cabinati originali dell’epoca: Computer Space, il primo coin-op commerciale della storia, Pong e un raro esemplare di Dragon’s Lair, l’avventura animata da Don Bluth che nel 1983 portò il laserdisc in sala giochi. Si passa poi per Super Nintendo e Sega Mega Drive, protagonisti della console war anni ’90, fino a una PlayStation 5 con una selezione ufficiale di titoli curata da Sony.
Press Start to Watch: il videogioco come spettacolo
La sezione #Watch racconta il dialogo tra videogioco, cinema e arti visive, la nascita degli eSport e la cultura dello streaming, tra walking simulator e fotografia virtuale. Le pietre miliari scelte sono Dragon’s Lair, Detroit: Become Human, Limbo, Death Stranding, Shadow of the Colossus e ICO, il capolavoro di Fumito Ueda che ha insegnato all’industria quanto possa raccontare un silenzio.

Con #Create il focus si sposta sul processo creativo: gli autori che hanno fatto del videogioco una forma espressiva riconosciuta, ma anche la community che oggi progetta livelli, regole e mondi interi. Qui trovano spazio Super Mario Maker, Dreams e Minecraft, i sandbox che hanno cancellato il confine tra chi gioca e chi crea.
Prima del pixel: Giocare all’italiana
Il ponte tra analogico e digitale è affidato a Giocare all’italiana, percorso allestito nell’esposizione permanente e curato dalla direttrice Serena Bertolucci con Giuseppe Saccà. Bambole, biglie, carte, giochi da spiaggia e di società raccontano il Novecento italiano attraverso il giocattolo, dal design del boom economico fino ai primi stimoli dell’elettronica educativa: la premessa naturale di tutto ciò che si gioca al piano di sopra.

Spazio anche all’accessibilità: due venerdì al mese i visitatori con disabilità potranno usare Jimmy, lo standing wheelchair dell’azienda veneziana Bemoove, per muoversi in autonomia e in posizione eretta lungo il percorso, una prima assoluta in un contesto museale.
Dopo l’apertura del GAMM a Roma, Players conferma una tendenza ormai chiara: il videogioco non bussa più alla porta delle istituzioni culturali, ci entra dall’ingresso principale. Che a farlo sia un museo dedicato al Novecento ha un valore in più, perché il videogioco è l’unica forma ludica nata in quel secolo. Riconoscerlo come figlio legittimo della storia italiana ed europea, accanto a bambole e biglie, significa smettere di trattarlo come un passatempo da cameretta e cominciare a leggerlo per quello che è: un linguaggio che ha plasmato l’immaginario di intere generazioni.

