Quest’anno la Chiesa di San Francesco di Lucca ha avuto una serie di ospiti che, per temi trattati, si discostano dal luogo stesso. In una mattina, l’Auditorium ha visto prima un maestro dell’horror come Keiichiro Toyama, e subito dopo John Romero entrare tra luci rosse e heavy metal. Ma non è solo l’effetto scenico che mi ha spinto a scrivere questo articolo: sentire parlare Toyama mi ha mostrato come sia possibile rimanere fedeli alla propria visione pur creando opere molto diverse tra loro. E lo stesso sensei ce lo ha spiegato.
Il padre di Silent Hill
Keiichiro Toyama è un nome fondamentale nel mondo videoludico: è la mente dietro al primo Silent Hill, l’horror onirico ispirato a David Lynch e alla sua opera più amata, I segreti di Twin Peaks.
La sua carriera, stabile e coerente, si sviluppa tra il 1994 e il 2017. Debutta con Snatcher, il secondo gioco di Hideo Kojima, per poi cambiare completamente genere con International Track & Field, uno sportivo di Konami.
La svolta arriva nel 1999 con il suo capolavoro: Silent Hill.
Negli anni successivi Toyama consolida la sua fama di maestro dell’horror con Forbidden Siren e Forbidden Siren 2.

La lezione di Lucca Comics 2025
Durante il Lucca Comics & Games 2025, Toyama ha spiegato la sua idea di paura e come costruirla nei videogiochi.
Tutto parte da una frase semplice ma potente:
“Non possiamo sapere”.
Lo spavento, dice, nasce da un concetto umano antico: l’impossibilità di conoscere nel dettaglio ciò che sta accadendo. Tutto il gioco della paura si basa sull’ambiguità percettiva, dove il dubbio genera l’evento onirico. Il sogno, infatti, è parte fondamentale di Silent Hill: è ciò che permette di accettare le assurdità del gioco — come curarsi all’istante o trovare medicine per terra — perché il sogno ha una logica tutta sua.
Come nasce la paura secondo Toyama
Per creare un buon videogioco, Toyama parte sempre dal concept, costruito sulle esperienze sensoriali del giocatore. Per generare spavento bisogna lavorare sulla sensibilità del pubblico, su ciò che si vuole fargli sentire, fino al punto di “toccarlo” attraverso il gameplay. Solo dopo arrivano la tecnica, il game design e infine la parte artistica.
Nel caso di Forbidden Siren, tutto nasce dalla volontà di creare un’esperienza unica. Poi vengono l’ambientazione, la città, i personaggi e infine il protagonista. Sembra un paradosso, ma non lo è: per Toyama, il protagonista è sempre un alter ego dell’autore, sia negli horror che in Gravity Rush.

Dall’horror alla gravità (e ritorno)
Dal 2012 al 2017, Toyama cambia direzione e pubblica due capitoli di Gravity Rush, un titolo d’azione basato sulla manipolazione della gravità. Eppure, secondo lui, Gravity Rush può suscitare le stesse emozioni di Silent Hill: paura e curiosità nascono anche dal senso di novità, dal trovarsi in un mondo sconosciuto.
Dopo la fondazione del Bokeh Game Studio, Toyama è tornato all’horror con Slitterhead, un titolo con buone idee ma accolto tiepidamente dalla critica per via della sua parte tecnica datata. Il maestro spiega che questo è il riflesso di come sia cambiato l’horror videoludico: le opere classiche erano colossal, enormi produzioni costose pensate per stupire tecnicamente. Con l’arrivo dell’ondata indie, però, l’horror è tornato alla sua essenza: lo spavento nasce dal ritmo e da un’idea originale, non dai mezzi.

L’essenza dell’horror videoludico
Dalle parole di Toyama emerge una lezione chiara: la paura non è solo un effetto, ma una sensazione costruita su misura per chi gioca. Non serve mostrare tutto — basta suggerire, lasciare spazio all’incertezza, al sogno, al dubbio. Perché, come dice lui stesso, non possiamo sapere.
























