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Editoriali

What Remains of Edith Finch, quattro anni dopo aver cambiato il concetto di videogioco

Festeggiamo i quattro anni dall’uscita di What Remains of Edith Finch analizzando i motivi per cui ha cambiato la nostra concezione di videogame.

Il pubblico più sprezzante del web ha sempre molte certezze spinte dalla superficialità. Una di queste è l’ironica definizione walking simulator per descrivere i videogiochi di avventura in cui le interazioni sono meno frenetiche rispetto agli altri titoli. Anche se questo modo di dire è tornato di moda con Death Stranding di Hideo Kojima, i videogiocatori di tutto il mondo hanno preso consapevolezza che questo termine sia un’infondata stupidaggine con l’uscita di What Remains of Edith Finch, un capolavoro del nostro decennio che il 25 aprile ha festeggiato i suoi primi quattro anni.

L’avventura sviluppata da Giant Sparrow ed edita da Annapurna Pictures ha stravolto la concezione popolare di videogame, fino ad ora ampiamente teorizzata da svariati autori e docenti universitari, ma mai arrivata alla ribalta con un titolo che spegnesse gli animi dei più superficiali tra i videogiocatori. Se i tempi sono maturi, lo dobbiamo parzialmente a noi stessi che stiamo approfondendo la vastità del medium videoludico, ma la spinta decisiva è data da titoli come What Remains of Edith Finch che hanno dimostrato che anche un’opera con un’interattività meno vorticosa del solito può essere un capolavoro videoludico.

Il diario di Edith Finch

Una trama da vivere

What Remains of Edith Finch è un videogioco in cui viviamo gli eventi narrati da Edith Finch, una ragazza che racconta la triste storia della sua famiglia. I Finch sono succubi di una presunta maledizione. Presunta, perché non c’è esoterismo nelle parole di Edith, ma sembra comunque incredibile credere che si tratti solo di una coincidenza se tutti i membri dell’albero genealogico dei Finch siano deceduti prematuramente.

Le storie che affrontiamo sotto gli occhi dei protagonisti in procinto di perire camminano su un percorso predefinito, proveniente dal diario di Edith e, a meno di qualche sporadico mini-gioco, non faremo nient’altro che muoverci verso un destino immutabile. Del resto, What Remains of Edith Finch non ha bisogno degli enigmi demenziali delle avventure grafiche di LucasArts, né necessita di enfatizzare le tristi storie della famiglia Finch con ansiogene ambientazioni tipiche dei survival horror psicologici. Tutto quello che è sufficiente è ascoltare una trama che merita lo stesso rispetto di Monkey Island e Silent Hill.

Avventure infinite per la famiglia Finch

Un caleidoscopio di stili

What Remains of Edith Finch ha entrambe le caratteristiche che servono per definire un’avventura grafica: una trama meravigliosa e un’interattività che, seppur minimale, disdegna l’epiteto di walking simulator con la dirompente forza di una decina di racconti di tragiche scomparse, che gli sviluppatori esaltano con ambientazioni e stili artistici (quasi) sempre diversi. Chiunque abbia giocato il titolo potrà scegliere la propria storia preferita, in cui non importa il finale, ma il viaggio. E tra questi itinerari, i nostri preferiti sono quelli di Barbara e Lewis Finch.

Barbara Finch è la voce più famosa della famiglia, divenuta un’attrice di successo nei suoi anni grazie al suo urlo di paura che risuona nei film horror cui ha partecipato. Se il cliché dell’attrice in rovina è ormai sdoganato, la scelta di raccontare questa storia sotto forma di strisce a fumetti è una scelta spiazzante e magica che ci fa vivere il gioco, senza bisogno di interazioni forsennate.

La disavventura di Lewis Finch invece colpisce più nel profondo, perché narra del suicidio di un giovane in preda alla depressione e all’abuso di droghe. Un percorso vissuto sotto gli occhi di Lewis, che ci accompagna tra il suo ripetitivo lavoro in un conservificio e un mondo onirico in cui è re. Inizieremo tagliando la testa di un pesce in modo meccanico e finiremo per dimenticare la realtà a favore di un sogno fatto di re, principesse, conquiste e finalmente la pace.

La novella di Barbara Finch

Avventure, non simulatori

Qualcuno ci ha provato ad additare What Remains of Edith Finch come un walking simulator, ma anche la più becera superficialità si deve arrendere di fronte a un capolavoro. L’opera di Ian Dallas è un videogioco e questa ovvia affermazione è la vittoria dei veri videogiocatori che si sono indignati per la mancanza di rispetto nei confronti di un’opera d’arte che secondo alcuni è un non-gioco, al più è un cortometraggio.

Lo sdoganamento del genere portato avanti da What Remains of Edith Finch ha rivoluzionato il settore videoludico, i cui membri hanno rivalutato altri titoli del passato ingiustamente snobbati. Videogiochi story-driven con un’interattività minimale come The Stanley Parable (Galactic Cafe, 2011) e Journey (Thatgamecompany, 2012) sono oggi avventure affermate e per questo un plauso va anche alla famiglia Finch. Del resto, potremmo anche innamorarci del diario di Edith Finch o piangere per una serie TV dedicata, ma le sensazioni provate joypad alla mano per la fame notturna di Molly sono esclusive di un videogioco.

Lewis Finch, tra realtà e fantasia.

Un rispettoso epilogo

Il termine walking simulator è da rigettare con foga, perché nasce da una mancanza di rispetto nei confronti di artisti che vogliono creare qualcosa di indimenticabile. Dietro alle avventure della famiglia Finch ci sono sviluppatori, game designer, level designer, scrittori, disegnatori e publisher che hanno investito in un progetto in cui credevano fermamente. In altre parole, dietro le quinte ci sono persone con un talento straordinario che condividono una visione fiabesca del mondo dei videogiochi, che pochi stolti hanno provato a cancellare con un termine che mette in evidenza tutta la loro superficialità.

Sfortunatamente per loro, ma fortunatamente per l’intera industria videoludica, a distanza di quattro anni, What Remains of Edith Finch è un capolavoro riconosciuto tanto dagli addetti ai lavori quanto dal pubblico, che ha cambiato la nostra concezione di videogioco, in meglio.

Di Antonino Savalli

Nato con Nintendo, cresciuto con PlayStation e formato con il PC, ho sempre trovato nella scrittura il legame per apprezzare tutte le esperienze videoludiche (e non) vissute.

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