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I migliori Soulslike da giocare: la classifica definitiva

Diciassette anni dopo Demon’s Souls, il genere nato da FromSoftware ha conquistato il medium. La classifica dei migliori soulslike da giocare mette Elden Ring in vetta e lascia la trilogia di Dark Souls fuori dal podio, con una guida ai titoli più accessibili per i neofiti e più duri per i veterani.

Nel 2009 un action RPG giapponese quasi soffocato da un budget ridotto e da una Sony che lo aveva già archiviato come troppo ostico conquistò l’occidente quasi per errore. Demon’s Souls non doveva rivoluzionare niente: doveva solo sopravvivere sugli scaffali. Diciassette anni dopo, il genere nato da quel titolo porta il nome della sua stessa serie ed è diventato uno degli standard più imitati, discussi e amati della storia del medium.

La classifica che segue non si ferma a FromSoftware (i cui titoli gli appassionati chiamano soulsborne), ma attraversa oltre un decennio di soulslike, da chi ha scritto le regole a chi le ha reinterpretate con la mitologia cinese, una fiaba di Pinocchio o addirittura una galassia lontana lontana. Dieci posizioni, un solo slot per franchise (con un’eccezione dichiarata), pensate tanto per i veterani quanto per chi vuole affrontare il genere per la prima volta. Chi cerca invece una guida più teorica su cosa definisce un soulslike può recuperare l’approfondimento dedicato già pubblicato sul sito.

I migliori soulslike da giocare

La classifica procede dal decimo posto fino al primo, con la trilogia di Dark Souls trattata come un’unica posizione collettiva ma raccontata capitolo per capitolo, perché è lei ad aver dato il nome al genere intero.

10. Lords of the Fallen (2023)

Lords of the Fallen (2023): il protagonista con la lanterna Umbral in un'ambientazione gotica

Il reboot di Hexworks non ripete l’esperimento acerbo del 2014, quando il primo Lords of the Fallen provò a inseguire Dark Souls senza averne compreso fino in fondo il linguaggio. Nel 2023 l’idea alla base è invece originale e coraggiosa: due piani di realtà sovrapposti, quello vivo di Axiom e quello spettrale di Umbral, esplorabili con la lanterna che dà il nome alla meccanica. Morire non significa più tornare bruscamente all’ultimo checkpoint, perché il giocatore precipita prima in Umbral, con una seconda possibilità prima del game over vero e proprio.

Il level design verticale e il comparto artistico gotico convincono, così come il co-op che resta attivo per l’intera sessione senza rituali di evocazione. A pesare sono un ritmo action meno rifinito rispetto ai maestri del genere e alcuni boss che ripetono pattern già visti altrove.

9. Black Myth: Wukong

Black Myth: Wukong, Sun Wukong con il bastone in uno scenario ispirato a Viaggio in Occidente

Quando Game Science, giovane studio cinese, ha rivelato Black Myth: Wukong, in pochi si aspettavano che sarebbe diventato un fenomeno capace di rivaleggiare con i giganti occidentali del genere. I numeri raccontano un’altra storia: il gioco ha superato i 30 milioni di copie vendute nel mondo in circa ventidue mesi, contro i tre anni abbondanti impiegati da Elden Ring, e si è aggiudicato il Game of the Year degli Steam Awards 2024, votato direttamente dai giocatori.

Tratto dal romanzo classico Viaggio in Occidente, fornisce a Sun Wukong un combat system a combo fluido, arricchito da trasformazioni che regalano un tocco onirico all’opera. Il rovescio della medaglia è l’assenza totale di opzioni di difficoltà: alcuni boss, specie nel tratto finale, mettono a dura prova anche chi arriva dai giochi di FromSoftware, rendendo l’ingresso nel genere meno morbido di quanto lasci intendere.

8. Lies of P

Lies of P, Pinocchio automa nella città di Krat in stile Belle Époque

Neowiz reinventa Pinocchio come un automa in una Belle Époque decadente, tra fabbriche, marionette impazzite e una città, Krat, che profuma di level design alla Bloodborne, come già emerso nel provato pubblicato sul sito.

Il sistema delle Legioni permette di sostituire il braccio del protagonista con strumenti diversi, dal rampino alla lama a scatto, aggiungendo varietà tattica ai duelli in parata. Paga un level design meno labirintico rispetto ai punti di riferimento del genere: l’unica riserva in un’opera che merita di essere giocata.

7. Star Wars Jedi: Survivor

Star Wars Jedi: Survivor, Cal Kestis con la spada laser

Cal Kestis non era pensato per essere un personaggio da soulslike quando Fallen Order lo introdusse nel 2019. Con Star Wars Jedi: Survivor, Respawn Entertainment ha deciso di prendere sul serio quell’eredità, costruendo un combattimento con parate, schivate e un ritmo che deve esplicitamente a Sekiro il proprio DNA, già raccontato nella recensione pubblicata sul sito.

Cinque stili di combattimento intercambiabili, dalla doppia lama alla spada laser a due mani, offrono una libertà tattica rara nel genere. Non solo uno Star Wars più maturo di quanto Fallen Order lasciasse presagire, ma anche il soulslike con lo slider di difficoltà più flessibile dell’intera classifica: un dettaglio che gli vale un posto d’onore anche più avanti in questo articolo.

6. Nioh 3

Nioh 3, combattimento tra samurai e yokai

Quando Team Ninja ha lanciato Nioh 3 il 6 febbraio 2026, la sfida non era piccola: convincere una base di fan già affezionata a superare due capitoli molto amati. Ci è riuscito, e con margine. La critica internazionale lo ha accolto come il capitolo più equilibrato e rifinito della trilogia, capace di correggere gli eccessi di sistema che avevano reso Nioh 2 respingente per i neofiti.

Il doppio stile Samurai e Ninja resta il cuore dell’esperienza, insieme al sistema Ki Pulse che scandisce il ritmo degli scontri corpo a corpo. La densità di meccaniche, tra armi, spiriti guardiani e yokai, resta comunque la più fitta della lista: un titolo che premia chi ha già familiarità con il genere più di quanto accolga chi lo scopre per la prima volta.

5. Demon’s Souls (Remake)

Demon's Souls Remake su PlayStation 5, il cavaliere davanti al castello di Boletaria

Prima che il termine soulslike esistesse, esisteva Demon’s Souls. Uscito su PlayStation 3 nel 2009 tra lo scetticismo generale, pose senza saperlo le fondamenta di tutto ciò che sarebbe venuto dopo. Il remake sviluppato da Bluepoint Games nel 2020 non riscrive quella formula, la rende semplicemente più bella da vedere, con un comparto tecnico che sfrutta a pieno la potenza di PlayStation 5.

Il sistema di World Tendency, che modifica la difficoltà dell’intero mondo in base a come si muore o si gioca, resta la meccanica più originale e meno intuitiva della serie: un rompicapo silenzioso che spiazza anche chi ha già completato Dark Souls. Il tallone d’Achille del titolo è proprio qui, in un sistema elegante ma poco spiegato, pensato per un pubblico che nel 2009 aveva tempo e pazienza da dedicare alla sperimentazione.

4. Dark Souls: la trilogia

Dark Souls, il Prescelto Non Morto a Lordran

Si rende necessario fare un’eccezione alla regola di un gioco per franchise: la trilogia di Dark Souls ha dato il nome al genere intero, ed è giusto ripercorrerne i tre capitoli uno per uno prima di lasciarle il quarto posto collettivo.

Dark Souls (2011)

Uscito nel settembre 2011 in Giappone e a ottobre in occidente, il primo Dark Souls prende l’eredità di Demon’s Souls e ne trasforma soprattutto il level design: Lordran è un mondo verticale e interconnesso, dove ogni scorciatoia sbloccata cambia la percezione di tutto ciò che si è già esplorato. Non è un caso che, quindici anni dopo, resti il termine di paragone quando si parla di coerenza spaziale nei videogiochi.

La difficoltà non è mai fine a se stessa: punisce la fretta, premia l’osservazione, e trasforma ogni boss in un piccolo capolavoro di game design da studiare prima ancora che da sconfiggere.

Dark Souls II (2014)

Il capitolo più discusso della saga arriva nel marzo 2014, sviluppato mentre Hidetaka Miyazaki era impegnato altrove sul progetto che sarebbe diventato Bloodborne. Il risultato è un Dark Souls più ampio nel numero di aree e di build possibili, ma meno coeso nella geografia del mondo rispetto al capostipite.

Eppure liquidarlo come la pecora nera della trilogia è un errore che il tempo ha ridimensionato: la profondità del sistema di potenziamento delle armi e la varietà delle ambientazioni gli hanno garantito, con gli anni, una piccola rivalutazione tra i veterani del genere.

Dark Souls III (2016)

Uscito nell’aprile 2016, il terzo capitolo chiude la trilogia sintetizzando tutto quello che la saga aveva imparato nel frattempo: il ritmo più serrato di Bloodborne, la cura scenografica del primo capitolo, un roster di boss che resta tra i più iconici dell’intero medium. È il Dark Souls più accessibile, senza però perdere l’identità della saga.

3. Bloodborne

Bloodborne, il Cacciatore nelle strade vittoriane di Yharnam

Quando il giocatore capisce che restare fermi dietro uno scudo non è un’opzione, Bloodborne smette di essere un Dark Souls in salsa horror. Solo aggressione calcolata, e un sistema di cura, il Rally, che premia chi contrattacca invece di arretrare.

Yharnam, la città vittoriana infestata da un’epidemia di sangue bestiale, resta uno degli scenari più memorabili mai costruiti da FromSoftware, capace di virare dall’orrore gotico al cosmicismo lovecraftiano senza mai perdere coerenza. Il sito ne ha già raccontato l’eredità in un approfondimento dedicato: ha rivoluzionato il combattimento del genere tanto quanto la sua sola estetica ha influenzato ogni soulslike successivo, Lies of P incluso.

2. Sekiro: Shadows Die Twice

Sekiro: Shadows Die Twice, il Lupo con la katana in duello

Nel 2019 FromSoftware ha fatto qualcosa che nessuno si aspettava: ha tolto l’elemento che più caratterizzava i propri giochi, la costruzione del personaggio tramite build e statistiche, per sostituirlo con un’unica abilità da affinare, quella del giocatore in prima persona. Sekiro: Shadows Die Twice non concede scorciatoie numeriche: non esiste un livellamento che aggiri un boss ostico, esiste solo la lettura del pattern e la disciplina nella parata.

Il gioco ha vinto il Game of the Year ai The Game Awards 2019, insieme al premio come miglior action adventure della stessa serata, imponendosi in un’annata affollata di ottimi titoli. È la prova più pura, tra tutti i FromSoftware, di cosa significhi davvero padroneggiare un soulslike: non un’accumulazione di potere, ma un mestiere da imparare con il corpo prima ancora che con la testa.

1. Elden Ring

Elden Ring, il Senzaluce nell'Interregno

Chiudere questa classifica con Elden Ring non è la scelta più originale possibile, ma è quella onesta: a volte il consenso generale coincide semplicemente con la verità. Uscito il 25 febbraio 2022, il gioco nato dalla collaborazione tra Hidetaka Miyazaki e lo scrittore George R.R. Martin ha ridefinito cosa può essere un soulslike quando lo si libera dai corridoi lineari e lo si trasforma in un mondo aperto da esplorare senza un ordine imposto.

Non solo il titolo più premiato nella storia di FromSoftware, con oltre 300 riconoscimenti come gioco dell’anno tra cui The Game Awards, i DICE Awards e i Golden Joystick Awards, ma anche il più venduto in assoluto: oltre 30 milioni di copie nel mondo, un traguardo che nemmeno l’intera trilogia di Dark Souls messa insieme aveva raggiunto prima del suo arrivo. L’espansione Shadow of the Erdtree (2024) e lo spin-off multiplayer Nightreign (2025) hanno solo confermato quanto l’Interregno sia diventato, per un’intera generazione di videogiocatori, la porta d’ingresso definitiva al genere.

I soulslike più accessibili per iniziare

Star Wars Jedi: Survivor, Cal Kestis in combattimento, il soulslike più accessibile della classifica

Chi si affaccia per la prima volta al genere non deve necessariamente partire dal titolo più duro in classifica. Questi tre offrono un ingresso più morbido, senza rinunciare all’identità soulslike.

Star Wars Jedi: Survivor offre lo slider di difficoltà più ampio della lista: cinque livelli, da Story Mode a Jedi Grand Master, regolabili in qualunque momento della partita. Per chi vuole assaporare il ritmo e l’estetica del genere senza il rischio di restare bloccato per ore su un singolo boss, resta la porta d’ingresso più sicura.

Elden Ring non è un gioco facile, ma è l’unico che lascia scegliere quando affrontare la sfida. Il mondo aperto permette di rimandare un boss ostico, tornare più forti, ed evocare ceneri spirituali per alleggerire gli scontri più duri: una libertà che nessun altro soulslike lineare concede.

L’ultimo consigliato è Lords of the Fallen (2023). La seconda vita garantita dal regno Umbral prima del vero game over abbassa la frustrazione tipica del genere, mentre il co-op permette di affrontare l’intera avventura in compagnia senza dover ripetere rituali di evocazione a ogni sessione.

I soulslike più difficili per i veterani

Sekiro: Shadows Die Twice, il soulslike più difficile per i veterani

Per chi ha già completato la lista qui sopra e cerca la prossima vera prova, questi tre non fanno sconti.

Sekiro: Shadows Die Twice resta il banco di prova definitivo: senza build né livelli da accumulare, ogni boss va vinto con le mani. È l’unico FromSoftware dove la difficoltà non si aggira, si affronta e basta.

Su Nioh 3 la sfida passa dalla densità di sistemi più che dalla ferocia dei nemici: doppio stile, Ki Pulse, spiriti guardiani e un’itemizzazione mastodontica rendono la sua curva d’accesso la più ripida della lista. Chi lo ha trovato più indulgente dei predecessori può contare sulla Stone of Penance, arrivata con l’aggiornamento 1.05 di aprile 2026: un sistema post-game che potenzia i nemici in cambio di bottino più raro.

Infine Bloodborne, che toglie lo scudo al videogiocatore e lo costringe a rispondere colpo su colpo per recuperare salute. Yharnam non perdona la timidezza.

Il verdetto: l’Interregno resta la vetta del genere

Dieci posizioni, un genere che in diciassette anni è passato da esperimento di nicchia giapponese a standard globale capace di far vendere trenta milioni di copie tanto a un’opera come Elden Ring quanto a un debutto come Black Myth: Wukong. Chi cerca la sintesi più equilibrata tra ambizione, libertà e identità trova ancora nell’Interregno il punto più alto del genere. Chi invece cerca la forma più pura di sfida, senza compromessi, sa già dove tornare: a Sekiro, e alla sua katana che non perdona la fretta. Il soulslike ha cambiato pelle molte volte, ma la sua vetta porta ancora la firma di Miyazaki.

Di Antonino Savalli

Nato con Nintendo, cresciuto con PlayStation e formato con il PC, ho sempre trovato nella scrittura il legame per apprezzare tutte le esperienze videoludiche (e non) vissute.

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