Il 26 settembre 1986 un cacciatore di vampiri di nome Simon Belmont varca per la prima volta il cancello del castello di Dracula. Quarant’anni dopo, con Castlevania: Belmont’s Curse in arrivo il 15 ottobre 2026, quello stesso cancello si riapre, e la domanda che gli appassionati si portano dietro da quattro decadi resta sempre la stessa: quale capitolo ha davvero reso grande questa saga, e quale va invece ricordato solo per dovere di cronaca?
Rispondere richiede un criterio. Quattordici titoli, selezionati tra oltre venti capitoli usciti in quattro decadi su altrettante piattaforme, rappresentano ogni epoca della serie: dalla trilogia NES fino alla trilogia Lords of Shadow, passando per l’età dell’oro portatile di Game Boy Advance e Nintendo DS. Si parte dal fondo, dal capitolo che la critica non ha mai perdonato, per risalire fino al vertice indiscusso del genere metroidvania, quello che Castlevania stesso ha contribuito a fondare.
14. Castlevania Judgment (2008)

C’è un solo capitolo, in tutta la storia della saga, che i veterani preferiscono non nominare ad alta voce. Castlevania Judgment porta su Wii l’impensabile: un picchiaduro arena che mette faccia a faccia generazioni diverse del clan Belmont, con il character design affidato a Takeshi Obata, il mangaka di Death Note.
Il concept da solo non basta a reggere un gameplay confuso, appesantito da una telecamera indisciplinata e da un roster interessante sulla carta ma poco valorizzato negli scontri. La critica specializzata ha riservato a questo titolo il giudizio più severo mai incassato da un capitolo della serie, e nemmeno i disegni di Obata o la colonna sonora, tra i pochi elementi salvati quasi da tutti, sono bastati a cambiare l’esito.
Resta comunque un esperimento che testimonia quanto Konami fosse disposta a rischiare con il marchio, anche a costo di sbagliare la mira.
13. Castlevania II: Simon’s Quest (1987)

Un anno dopo il capostipite, Konami prova un azzardo che nessuno si aspettava: trasformare un platform lineare in un’avventura a mondo aperto, con giorno e notte che si alternano e un intero villaggio di personaggi non giocanti da interrogare per trovare indizi.
L’idea è, con il senno di poi, un vero precursore della direzione esplorativa che la saga avrebbe abbracciato dieci anni più tardi con Symphony of the Night. Il difetto arriva nell’esecuzione: gli indizi sono criptici, la traduzione occidentale li rende quasi indecifrabili, e il backtracking finisce per scoraggiare anche il videogiocatore più paziente.
Simon’s Quest resta un capitolo che divide ancora oggi gli appassionati tra chi lo considera un esperimento coraggioso e chi lo ricorda solo per la frustrazione.
12. Castlevania: Lords of Shadow 2 (2014)

Chiudere una trilogia non è mai un’operazione semplice, tanto meno quando il capitolo precedente ha alzato l’asticella quanto Lords of Shadow. Il seguito mette il videogiocatore nei panni di Dracula in prima persona, in una Castlevania City semi aperta che alterna combattimento, infiltrazione e platform.
Il sistema di combattimento resta uno dei punti più solidi dell’intera trilogia reboot, con boss fight ambiziosi e una regia visiva ancora oggi di impatto. Le sezioni stealth, inserite quasi a forzare varietà dove non serviva, sono la nota stonata di un’esperienza altrimenti curata, insieme a un finale che fatica a chiudere con la stessa energia con cui era partito.
11° posto: Castlevania (1986)

Non esisterebbe niente di tutto questo senza quel primo capitolo per Famicom Disk System, poi convertito su NES l’anno seguente. Simon Belmont, armato solo della sua frusta sacra, attraversa quattro livelli fino allo scontro finale con il conte in persona: la formula è essenziale, quasi scarna, eppure definisce lo standard che ogni Castlevania avrebbe seguito per almeno un decennio.
La rigidità dei comandi, senza salto diagonale né correzioni di traiettoria a mezz’aria, e una difficoltà tarata sugli standard arcade dell’epoca lo rendono oggi un’esperienza che richiede pazienza. Resta però l’opera prima, ancora inclusa nella selezione NES Classic Mini per un buon motivo.
10. Castlevania: Lament of Innocence (2003)

Per raccontare come sia iniziata davvero la guerra tra i Belmont e Dracula, Konami torna indietro fino al 1094, all’epoca di Leon Belmont e della sua promessa sposa Sara. È la prima reinterpretazione tridimensionale della saga dopo Symphony of the Night, e sceglie di raccontare non un seguito ma una genesi.
L’atmosfera gotica, sostenuta da una delle colonne sonore più intense firmate da Michiru Yamane, resta il pregio più citato dagli appassionati. Il level design, diviso in cinque aree piuttosto isolate tra loro, e una longevità contenuta ne limitano però l’ambizione rispetto a quanto la trama avrebbe meritato.
9. Castlevania: Bloodlines (1994)

Mentre il resto della saga rimane fedele al castello di Dracula, Bloodlines porta il videogiocatore in giro per l’Europa, dalla Torre di Pisa fino a Norimberga, con due protagonisti dallo stile di gioco radicalmente diverso: John Morris e la sua frusta, Eric Lecarde e la sua lancia acrobatica.
Il risultato è tra i platform più curati mai usciti su Mega Drive, con un level design che sfrutta ogni ambientazione in modo distintivo e un’atmosfera horror che regge ancora oggi il confronto. La brevità dell’avventura e qualche rallentamento tecnico tipico dell’hardware Sega restano l’unica riserva davanti a un titolo che gli appassionati del Genesis considerano tra i migliori della console.
8. Castlevania: Lords of Shadow (2010)

Quando Konami affida a MercurySteam e Kojima Productions il compito di reinventare la saga in chiave action tridimensionale, buona parte degli appassionati storici storce il naso davanti all’abbandono del 2D.
Eppure Lords of Shadow è, per accoglienza della critica specializzata, uno dei capitoli più premiati dell’intera saga, probabilmente il miglior Castlevania tridimensionale mai realizzato. Gabriel Belmont, un combat system stratificato e una messinscena che non teme il confronto con i grandi action del periodo (il richiamo a God of War è dichiarato, ma la personalità gotica resta intatta) meritano una collocazione alta, anche a costo di scontentare chi giura solo sul 2D.
I puzzle ambientali, semplicistici e a tratti ripetitivi, sono l’unico vero neo di un titolo che ha saputo far convivere spettacolarità e identità.
7. Castlevania: Order of Ecclesia (2008)

L’ultimo capitolo della trilogia Nintendo DS abbandona la frusta ammazzavampiri per affidarsi a Shanoa e al suo sistema di glifi, incisioni magiche che sostituiscono armi e sottopoteri con una libertà di combinazione mai vista prima nella saga.
La difficoltà, più alta rispetto ai due capitoli precedenti, premia chi impara a padroneggiare i glifi invece di scoraggiare, e colloca Order of Ecclesia accanto a Symphony of the Night e Dawn of Sorrow tra i titoli più amati dell’intero franchise. Le missioni di salvataggio degli ostaggi, spesso poco chiare su dove cercare, restano l’unico compromesso di un level design altrimenti ispirato.
6. Castlevania: Dawn of Sorrow (2005)

Un anno dopo l’eclissi solare del 2035 raccontata in Aria of Sorrow, Soma Cruz torna protagonista in un seguito diretto che affina il sistema di assorbimento delle anime nemiche, ora legato anche a un rituale di sigillo da tracciare con lo stilo del Nintendo DS.
Il sistema delle anime, più profondo e stratificato rispetto al capitolo precedente, e un comparto artistico che abbraccia uno stile più anime senza perdere l’identità gotica della serie, rendono Dawn of Sorrow uno dei titoli più citati quando si parla dei migliori Metroidvania mai realizzati. Il minigioco del sigillo magico, richiesto per sconfiggere i boss, è l’unico elemento che ancora oggi divide i giocatori tra chi lo trova ispirato e chi lo giudica superfluo.
5. Super Castlevania IV (1991)

Konami riscrive da zero il capostipite per Super Nintendo, e il risultato supera per ambizione l’originale che intendeva reinterpretare. La frusta di Simon Belmont guadagna otto direzioni di attacco, la telecamera sfrutta gli effetti Mode 7 della console per sequenze di rotazione ancora oggi spettacolari, e ogni salto risponde con una precisione che ha fatto scuola.
Quella precisione dei comandi resta lo standard con cui ancora oggi si misurano i platform gotici, al punto da essere citata come riferimento di game design anche in produzioni molto più recenti. Una curva di difficoltà più clemente rispetto alla trilogia NES è l’unico compromesso di un capolavoro a 16 bit che ha cambiato per sempre le aspettative tecniche sulla saga.
4. Castlevania: Aria of Sorrow (2003)

Anno 2035, la prima eclissi solare del ventunesimo secolo, e uno studente di nome Soma Cruz che si risveglia dentro un castello che non dovrebbe esistere. Aria of Sorrow sostituisce le sottoarmi tradizionali con un sistema di assorbimento delle anime nemiche, ognuna delle quali garantisce un’abilità diversa da combinare in prima persona.
Il risultato è il punto più alto raggiunto dalla saga su Game Boy Advance, con un level design che rivaleggia con quello di Symphony of the Night pur mantenendo un’identità autonoma. Solo nel tratto finale, quando il farming delle anime più rare diventa necessario per completare la collezione, il ritmo rallenta rispetto al resto dell’avventura.
3. Castlevania III: Dracula’s Curse (1989)

Per chiudere la trilogia NES, Konami decide di raccontare un prequel: gli eventi che portano Trevor Belmont ad affrontare Dracula per la prima volta, in compagnia di alleati reclutabili lungo il cammino come Grant Danasty, Sypha Belnades e, per la prima volta nella saga, Alucard.
La possibilità di scegliere percorsi diversi e cambiare compagno in tempo reale rende Dracula’s Curse un’opera sorprendentemente ambiziosa per l’hardware a 8 bit su cui gira, e la critica retrospettiva lo cita quasi all’unanimità come il vertice assoluto dell’era NES della saga. La difficoltà resta punitiva secondo gli standard moderni, ma è proprio quella tensione a rendere memorabile ogni scontro con i boss.
2. Castlevania: Rondo of Blood (1993)

Per oltre un decennio, Rondo of Blood è stato il Castlevania che quasi nessuno in occidente ha potuto giocare davvero: uscito solo in Giappone su PC Engine CD, è diventato leggendario proprio grazie alla sua irraggiungibilità, alimentata da import costosi e dai racconti di chi era riuscito a procurarselo.
Quando finalmente il resto del mondo ha potuto metterci le mani sopra, la reputazione si è rivelata meritata: level design, boss design e varietà di percorsi (con Richter Belmont e Maria Renard come protagonisti alternativi) rappresentano probabilmente il punto più alto mai raggiunto dalla formula classica della saga, quella che Symphony of the Night avrebbe poi preso e reinventato da zero. L’unica ombra, più storica che di game design, resta proprio quella lunga assenza dal mercato occidentale, che ne ha limitato l’influenza diretta per anni.
1. Castlevania: Symphony of the Night (1997)

Ottobre 1997. Richter Belmont è scomparso, il castello di Dracula riappare senza spiegazione, e un dhampiro addormentato da secoli si risveglia per indagare: Alucard, figlio dello stesso Dracula, diventa il protagonista che avrebbe cambiato per sempre il modo di intendere l’esplorazione in un videogioco.
Symphony of the Night non si limita a introdurre un castello non lineare da esplorare in ogni direzione: costruisce attorno a quell’idea un intero sistema di progressione da gioco di ruolo, un castello capovolto da scoprire dopo i titoli di coda, e una colonna sonora di Michiru Yamane che resta tra le più amate del medium. Non solo ha definito il genere metroidvania insieme a Super Metroid, ma lo ha fatto partendo proprio dal seguito diretto di Rondo of Blood, chiudendo idealmente il cerchio con il capitolo appena raccontato.
Ventinove anni dopo, resta il gioco a cui ogni nuovo Castlevania, Belmont’s Curse compreso, viene ancora oggi inevitabilmente paragonato. Su questo capolavoro il sito si è già soffermato più a fondo in un approfondimento dedicato.
Quattordici capitoli, quattro decadi, un solo titolo capace di ridefinire da solo le regole di un intero genere. Tra il fondo della classifica occupato da un picchiaduro mal riuscito e la vetta di un’opera che ancora oggi resta lo standard del level design gotico, la saga di Castlevania racconta una storia fatta più di coraggio che di continuità: ogni epoca ha provato a reinventarsi, e nella maggior parte dei casi ci è riuscita. Belmont’s Curse erediterà un’asticella altissima, ma è esattamente quell’asta ad aver reso questa saga una delle poche capaci di attraversare quarant’anni senza mai smettere di far parlare di sé.












