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Retrospettive

Tutti i Castlevania dal peggiore al migliore: la classifica completa

Il 26 settembre 1986 un cacciatore di vampiri di nome Simon Belmont varca per la prima volta il cancello del castello di Dracula. Quarant’anni dopo, con Castlevania: Belmont’s Curse in arrivo il 15 ottobre 2026, quello stesso cancello si riapre, e la domanda che gli appassionati si portano dietro da quattro decadi resta sempre la stessa: quale capitolo ha davvero reso grande questa saga, e quale va invece ricordato solo per dovere di cronaca?

Rispondere richiede un criterio. Quattordici titoli, selezionati tra oltre venti capitoli usciti in quattro decadi su altrettante piattaforme, rappresentano ogni epoca della serie: dalla trilogia NES fino alla trilogia Lords of Shadow, passando per l’età dell’oro portatile di Game Boy Advance e Nintendo DS. Si parte dal fondo, dal capitolo che la critica non ha mai perdonato, per risalire fino al vertice indiscusso del genere metroidvania, quello che Castlevania stesso ha contribuito a fondare.

14. Castlevania Judgment (2008)

C’è un solo capitolo, in tutta la storia della saga, che i veterani preferiscono non nominare ad alta voce. Castlevania Judgment porta su Wii l’impensabile: un picchiaduro arena che mette faccia a faccia generazioni diverse del clan Belmont, con il character design affidato a Takeshi Obata, il mangaka di Death Note.

Il concept da solo non basta a reggere un gameplay confuso, appesantito da una telecamera indisciplinata e da un roster interessante sulla carta ma poco valorizzato negli scontri. La critica specializzata ha riservato a questo titolo il giudizio più severo mai incassato da un capitolo della serie, e nemmeno i disegni di Obata o la colonna sonora, tra i pochi elementi salvati quasi da tutti, sono bastati a cambiare l’esito.

Resta comunque un esperimento che testimonia quanto Konami fosse disposta a rischiare con il marchio, anche a costo di sbagliare la mira.

13. Castlevania II: Simon’s Quest (1987)

Un anno dopo il capostipite, Konami prova un azzardo che nessuno si aspettava: trasformare un platform lineare in un’avventura a mondo aperto, con giorno e notte che si alternano e un intero villaggio di personaggi non giocanti da interrogare per trovare indizi.

L’idea è, con il senno di poi, un vero precursore della direzione esplorativa che la saga avrebbe abbracciato dieci anni più tardi con Symphony of the Night. Il difetto arriva nell’esecuzione: gli indizi sono criptici, la traduzione occidentale li rende quasi indecifrabili, e il backtracking finisce per scoraggiare anche il videogiocatore più paziente.

Simon’s Quest resta un capitolo che divide ancora oggi gli appassionati tra chi lo considera un esperimento coraggioso e chi lo ricorda solo per la frustrazione.

12. Castlevania: Lords of Shadow 2 (2014)

Chiudere una trilogia non è mai un’operazione semplice, tanto meno quando il capitolo precedente ha alzato l’asticella quanto Lords of Shadow. Il seguito mette il videogiocatore nei panni di Dracula in prima persona, in una Castlevania City semi aperta che alterna combattimento, infiltrazione e platform.

Il sistema di combattimento resta uno dei punti più solidi dell’intera trilogia reboot, con boss fight ambiziosi e una regia visiva ancora oggi di impatto. Le sezioni stealth, inserite quasi a forzare varietà dove non serviva, sono la nota stonata di un’esperienza altrimenti curata, insieme a un finale che fatica a chiudere con la stessa energia con cui era partito.

11° posto: Castlevania (1986)

Non esisterebbe niente di tutto questo senza quel primo capitolo per Famicom Disk System, poi convertito su NES l’anno seguente. Simon Belmont, armato solo della sua frusta sacra, attraversa quattro livelli fino allo scontro finale con il conte in persona: la formula è essenziale, quasi scarna, eppure definisce lo standard che ogni Castlevania avrebbe seguito per almeno un decennio.

La rigidità dei comandi, senza salto diagonale né correzioni di traiettoria a mezz’aria, e una difficoltà tarata sugli standard arcade dell’epoca lo rendono oggi un’esperienza che richiede pazienza. Resta però l’opera prima, ancora inclusa nella selezione NES Classic Mini per un buon motivo.

10. Castlevania: Lament of Innocence (2003)

Per raccontare come sia iniziata davvero la guerra tra i Belmont e Dracula, Konami torna indietro fino al 1094, all’epoca di Leon Belmont e della sua promessa sposa Sara. È la prima reinterpretazione tridimensionale della saga dopo Symphony of the Night, e sceglie di raccontare non un seguito ma una genesi.

L’atmosfera gotica, sostenuta da una delle colonne sonore più intense firmate da Michiru Yamane, resta il pregio più citato dagli appassionati. Il level design, diviso in cinque aree piuttosto isolate tra loro, e una longevità contenuta ne limitano però l’ambizione rispetto a quanto la trama avrebbe meritato.

9. Castlevania: Bloodlines (1994)

Mentre il resto della saga rimane fedele al castello di Dracula, Bloodlines porta il videogiocatore in giro per l’Europa, dalla Torre di Pisa fino a Norimberga, con due protagonisti dallo stile di gioco radicalmente diverso: John Morris e la sua frusta, Eric Lecarde e la sua lancia acrobatica.

Il risultato è tra i platform più curati mai usciti su Mega Drive, con un level design che sfrutta ogni ambientazione in modo distintivo e un’atmosfera horror che regge ancora oggi il confronto. La brevità dell’avventura e qualche rallentamento tecnico tipico dell’hardware Sega restano l’unica riserva davanti a un titolo che gli appassionati del Genesis considerano tra i migliori della console.

8. Castlevania: Lords of Shadow (2010)

Quando Konami affida a MercurySteam e Kojima Productions il compito di reinventare la saga in chiave action tridimensionale, buona parte degli appassionati storici storce il naso davanti all’abbandono del 2D.

Eppure Lords of Shadow è, per accoglienza della critica specializzata, uno dei capitoli più premiati dell’intera saga, probabilmente il miglior Castlevania tridimensionale mai realizzato. Gabriel Belmont, un combat system stratificato e una messinscena che non teme il confronto con i grandi action del periodo (il richiamo a God of War è dichiarato, ma la personalità gotica resta intatta) meritano una collocazione alta, anche a costo di scontentare chi giura solo sul 2D.

I puzzle ambientali, semplicistici e a tratti ripetitivi, sono l’unico vero neo di un titolo che ha saputo far convivere spettacolarità e identità.

7. Castlevania: Order of Ecclesia (2008)

L’ultimo capitolo della trilogia Nintendo DS abbandona la frusta ammazzavampiri per affidarsi a Shanoa e al suo sistema di glifi, incisioni magiche che sostituiscono armi e sottopoteri con una libertà di combinazione mai vista prima nella saga.

La difficoltà, più alta rispetto ai due capitoli precedenti, premia chi impara a padroneggiare i glifi invece di scoraggiare, e colloca Order of Ecclesia accanto a Symphony of the Night e Dawn of Sorrow tra i titoli più amati dell’intero franchise. Le missioni di salvataggio degli ostaggi, spesso poco chiare su dove cercare, restano l’unico compromesso di un level design altrimenti ispirato.

6. Castlevania: Dawn of Sorrow (2005)

Un anno dopo l’eclissi solare del 2035 raccontata in Aria of Sorrow, Soma Cruz torna protagonista in un seguito diretto che affina il sistema di assorbimento delle anime nemiche, ora legato anche a un rituale di sigillo da tracciare con lo stilo del Nintendo DS.

Il sistema delle anime, più profondo e stratificato rispetto al capitolo precedente, e un comparto artistico che abbraccia uno stile più anime senza perdere l’identità gotica della serie, rendono Dawn of Sorrow uno dei titoli più citati quando si parla dei migliori Metroidvania mai realizzati. Il minigioco del sigillo magico, richiesto per sconfiggere i boss, è l’unico elemento che ancora oggi divide i giocatori tra chi lo trova ispirato e chi lo giudica superfluo.

5. Super Castlevania IV (1991)

Konami riscrive da zero il capostipite per Super Nintendo, e il risultato supera per ambizione l’originale che intendeva reinterpretare. La frusta di Simon Belmont guadagna otto direzioni di attacco, la telecamera sfrutta gli effetti Mode 7 della console per sequenze di rotazione ancora oggi spettacolari, e ogni salto risponde con una precisione che ha fatto scuola.

Quella precisione dei comandi resta lo standard con cui ancora oggi si misurano i platform gotici, al punto da essere citata come riferimento di game design anche in produzioni molto più recenti. Una curva di difficoltà più clemente rispetto alla trilogia NES è l’unico compromesso di un capolavoro a 16 bit che ha cambiato per sempre le aspettative tecniche sulla saga.

4. Castlevania: Aria of Sorrow (2003)

Anno 2035, la prima eclissi solare del ventunesimo secolo, e uno studente di nome Soma Cruz che si risveglia dentro un castello che non dovrebbe esistere. Aria of Sorrow sostituisce le sottoarmi tradizionali con un sistema di assorbimento delle anime nemiche, ognuna delle quali garantisce un’abilità diversa da combinare in prima persona.

Il risultato è il punto più alto raggiunto dalla saga su Game Boy Advance, con un level design che rivaleggia con quello di Symphony of the Night pur mantenendo un’identità autonoma. Solo nel tratto finale, quando il farming delle anime più rare diventa necessario per completare la collezione, il ritmo rallenta rispetto al resto dell’avventura.

3. Castlevania III: Dracula’s Curse (1989)

Per chiudere la trilogia NES, Konami decide di raccontare un prequel: gli eventi che portano Trevor Belmont ad affrontare Dracula per la prima volta, in compagnia di alleati reclutabili lungo il cammino come Grant Danasty, Sypha Belnades e, per la prima volta nella saga, Alucard.

La possibilità di scegliere percorsi diversi e cambiare compagno in tempo reale rende Dracula’s Curse un’opera sorprendentemente ambiziosa per l’hardware a 8 bit su cui gira, e la critica retrospettiva lo cita quasi all’unanimità come il vertice assoluto dell’era NES della saga. La difficoltà resta punitiva secondo gli standard moderni, ma è proprio quella tensione a rendere memorabile ogni scontro con i boss.

2. Castlevania: Rondo of Blood (1993)

Per oltre un decennio, Rondo of Blood è stato il Castlevania che quasi nessuno in occidente ha potuto giocare davvero: uscito solo in Giappone su PC Engine CD, è diventato leggendario proprio grazie alla sua irraggiungibilità, alimentata da import costosi e dai racconti di chi era riuscito a procurarselo.

Quando finalmente il resto del mondo ha potuto metterci le mani sopra, la reputazione si è rivelata meritata: level design, boss design e varietà di percorsi (con Richter Belmont e Maria Renard come protagonisti alternativi) rappresentano probabilmente il punto più alto mai raggiunto dalla formula classica della saga, quella che Symphony of the Night avrebbe poi preso e reinventato da zero. L’unica ombra, più storica che di game design, resta proprio quella lunga assenza dal mercato occidentale, che ne ha limitato l’influenza diretta per anni.

1. Castlevania: Symphony of the Night (1997)

Ottobre 1997. Richter Belmont è scomparso, il castello di Dracula riappare senza spiegazione, e un dhampiro addormentato da secoli si risveglia per indagare: Alucard, figlio dello stesso Dracula, diventa il protagonista che avrebbe cambiato per sempre il modo di intendere l’esplorazione in un videogioco.

Symphony of the Night non si limita a introdurre un castello non lineare da esplorare in ogni direzione: costruisce attorno a quell’idea un intero sistema di progressione da gioco di ruolo, un castello capovolto da scoprire dopo i titoli di coda, e una colonna sonora di Michiru Yamane che resta tra le più amate del medium. Non solo ha definito il genere metroidvania insieme a Super Metroid, ma lo ha fatto partendo proprio dal seguito diretto di Rondo of Blood, chiudendo idealmente il cerchio con il capitolo appena raccontato.

Ventinove anni dopo, resta il gioco a cui ogni nuovo Castlevania, Belmont’s Curse compreso, viene ancora oggi inevitabilmente paragonato. Su questo capolavoro il sito si è già soffermato più a fondo in un approfondimento dedicato.

Quattordici capitoli, quattro decadi, un solo titolo capace di ridefinire da solo le regole di un intero genere. Tra il fondo della classifica occupato da un picchiaduro mal riuscito e la vetta di un’opera che ancora oggi resta lo standard del level design gotico, la saga di Castlevania racconta una storia fatta più di coraggio che di continuità: ogni epoca ha provato a reinventarsi, e nella maggior parte dei casi ci è riuscita. Belmont’s Curse erediterà un’asticella altissima, ma è esattamente quell’asta ad aver reso questa saga una delle poche capaci di attraversare quarant’anni senza mai smettere di far parlare di sé.

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Approfondimenti

I migliori Metroidvania di sempre: classifica aggiornata al 2026

Metroid e Castlevania, agli esordi, avevano ben poco in comune. Il primo era un’avventura vasta ed esplorativa ambientata su un pianeta alieno, il secondo un action lineare popolato di vampiri e mostri classici dell’orrore gotico. Nessuno, negli anni ottanta, avrebbe scommesso sulla fusione dei due stili in un unico genere.

Fu Castlevania: Symphony of the Night, nel 1997, a cambiare le carte in tavola: prendendo la libertà esplorativa di Metroid e innestandola sulla propria identità gotica, il gioco Konami diede al genere una forma riconoscibile ancora oggi. Il termine “metroidvania” come lo si usa comunemente, però, nacque solo più tardi, nel gennaio 2005, quando un giornalista lo coniò per descrivere un capitolo successivo della saga di Castlevania.

Ancora oggi, nonostante l’enorme avanzamento tecnologico e sebbene i giochi in 3D dominino il mercato, il genere metroidvania resta amato dai videogiocatori. Serie come Hollow Knight, con il capitolo Silksong arrivato nel 2025, hanno dimostrato che l’esplorazione guidata da abilità non ha perso un grammo del proprio fascino: anzi, ha trovato nuovi modi per reinventarsi.

Quali sono, allora, i dieci migliori metroidvania in assoluto? La scelta dei titoli e l’ordine della classifica restano un esercizio di sintesi tra dati oggettivi e sensibilità editoriale, ma i due nomi che hanno reso tutto questo possibile meritano un discorso a parte, prima ancora di cominciare.

Due capostipiti che restano fuori dalla classifica

Castlevania: Symphony of the Night

Il gioco che ha praticamente inventato il genere dei metroidvania non poteva restare fuori da questo racconto, anche se non compare come voce numerata. Symphony of the Night ha dato una svolta profonda alla saga di Castlevania, unendo gli elementi action tradizionali della serie a fasi di esplorazione e potenziamento del personaggio, gettando le basi dello standard che il genere avrebbe seguito per i ventinove anni successivi.

Alla guida del tenebroso Alucard, figlio di Dracula, il videogiocatore ha il compito di investigare su un misterioso potere demoniaco emanato dall’antico castello del proprio malvagio genitore. Nell’esplorare i meandri dell’antica magione, Alucard può raccogliere un gran numero di armi, potenziare i propri parametri e sbloccare un numero enorme di abilità, tra cui la possibilità di trasformarsi in lupo, nebbia e pipistrello.

Il comparto tecnico di Symphony of the Night risulta ancora oggi sontuoso, con brani musicali di stampo gotico e una grafica che, pur senza stupire per gli standard odierni, dimostra come anche la prima PlayStation fosse capace di realizzare ottimi titoli bidimensionali. La longevità resta notevole grazie a finali multipli e a due versioni del castello da esplorare: un titolo imprescindibile per ogni videogiocatore, a cui è dedicato un approfondimento completo in Perché Castlevania: Symphony of the Night ha fatto la storia dei videogiochi.

Super Metroid

Fin dalla sua uscita, nel 1994, la terza avventura di Samus Aran fu considerata una delle migliori opere per Super Nintendo e, ancora oggi, a trentadue anni di distanza, compare regolarmente nelle classifiche dei migliori giochi di sempre. Non è un caso che il genere porti anche il suo nome.

Super Metroid ha praticamente tutto quello che si può chiedere a un capolavoro del genere: una grafica bidimensionale avveniristica per l’epoca e tuttora di ottimo livello, un sonoro maestoso, una giocabilità praticamente perfetta e un numero elevatissimo di abilità e armi nascoste. A questo si aggiunge una world map quasi perfetta, in cui ogni area del pianeta Zebes risulta credibile e ben caratterizzata.

La cosa più appagante resta il senso di progressione che si avverte nel corso dell’avventura: enigmi, zone nascoste e nemici diventano via via più impegnativi man mano che crescono le abilità a disposizione di Samus. Meritano una menzione anche i boss, enormi e a tratti spaventosi. Super Metroid è una vera opera d’arte, tanto quanto un precursore: uno dei videogiochi che hanno cambiato la storia del medium, ancora oggi capace di reggere il confronto con qualunque erede moderno. La recensione contemporanea pubblicata sul sito, Super Metroid è ancora divertente, conferma quanto quel giudizio resti valido.

Chi cerca una definizione completa del genere, con tutte le sue caratteristiche tecniche, può consultare Metroidvania: cosa sono, storia del genere e i migliori da giocare. Qui, invece, si comincia la classifica vera e propria: dieci titoli che hanno costruito sopra quelle fondamenta, aggiornata con gli ultimi arrivi del 2024 e del 2025.

10. Guacamelee! 2

Chiude la classifica un titolo che rompe volutamente il tono cupo tipico del genere. Guacamelee! 2, uscito nel 2018 per mano di DrinkBox Studios, mescola la lucha libre messicana a un platform ricco di combo e power up coloratissimi.

Non è un titolo per chi cerca atmosfere angoscianti, ma per chi vuole ricordare che tanto l’ironia quanto la malinconia possono convivere sotto lo stesso ombrello di genere. Un’opera che non si prende mai troppo sul serio, e che proprio per questo merita un posto tra i migliori.

9. Blasphemous 2

Se il primo Blasphemous aveva colpito per l’estetica ispirata alla Settimana Santa andalusa e all’iconografia religiosa più oscura, il sequel affina tutto ciò che il predecessore aveva abbozzato. Blasphemous 2 è un metroidvania che non teme di essere difficile, visivamente disturbante e narrativamente criptico: è proprio in questa coerenza artistica radicale che sta la sua forza.

Il Penitente torna in un mondo ancora più vasto e labirintico, costruito attorno a una struttura a hub che garantisce maggiore libertà esplorativa rispetto al primo capitolo, permettendo al videogiocatore di scegliere il proprio percorso fin dalle prime ore.

Il sistema di combattimento è stato profondamente ripensato: tre armi dai moveset completamente diversi (una spada veloce, un censer da combattimento ravvicinato e una cetra dalle proprietà magiche) aggiungono una profondità tattica che i fan del genere apprezzeranno fin dai primi minuti. Ogni arma sblocca abilità e percorsi differenti nella mappa, legando strettamente l’esplorazione alle scelte di build del videogiocatore. Un sequel che supera il predecessore su quasi ogni fronte.

8. Axiom Verge

Se per Bloodstained l’ispirazione a Castlevania era evidente, Axiom Verge attinge a piene mani dalla saga di Metroid. In questa godibile avventura il videogiocatore controlla lo scienziato Trace, sballottato dall’esplosione del proprio laboratorio in un mondo sconosciuto. Sotto la guida dell’enorme testa Elsenova, Trace deve tentare di salvarsi la vita e risolvere i molteplici misteri del mondo in cui è stato catapultato.

Punti di forza del titolo sono l’atmosfera a metà strada tra horror e alta tecnologia (che ricorda molto la saga di Alien), l’incredibile precisione dei controlli e il numero enorme di armi ed equipaggiamenti. Pochi tributi al genere sono onesti quanto questo: Tom Happ lo ha sviluppato quasi interamente da solo, nelle ore libere dal proprio impiego, dimostrando come il game design solista possa competere con produzioni di team ben più grandi.

Anche la trama, portata avanti da vari dialoghi testuali, è ben curata. Il comparto tecnico si ispira apertamente agli action degli anni novanta: il risultato è piacevole, anche se qualcuno lo troverà fin troppo datato. Resta comunque una tappa consigliata per ogni appassionato del genere.

7. Bloodstained: Ritual of the Night

Uscito nel 2019 per PS4, Xbox One, Switch e Steam, questo titolo di ArtPlay è, a tutti gli effetti, un grande tributo alla saga di Castlevania. L’ambientazione gotica e medievaleggiante, le musiche estremamente ricercate e soprattutto le orde di demoni che attendono il videogiocatore sembrano uscite direttamente da un capitolo della saga Konami.

Anche la trama, che vede la protagonista Miriam fronteggiare un’evocazione infernale causata dall’unico sopravvissuto di una gilda di alchimisti, si richiama palesemente alla saga dei Belmont. Non è un caso: dietro Bloodstained c’è lo stesso Koji Igarashi, il game designer che ha reso Symphony of the Night il capolavoro raccontato in apertura.

Un’ambientazione piacevole e ispirata, una mappa ben strutturata, boss battle impegnative e una miriade di armi e abilità, il tutto condito con un comparto grafico moderno e musiche tenebrose. Bloodstained ha davvero tutto quello che serve per essere un titolo di livello (pecca forse un po’ in carisma e originalità), ma resta un passaggio obbligato per ogni fan di Castlevania.

6. Nine Sols

Red Candle Games, studio di Taipei già noto per produzioni horror, ha debuttato nel genere metroidvania nel 2024 con un’idea tanto semplice quanto efficace: innestare il sistema di parate e deflessioni di Sekiro su una struttura esplorativa classica. Il risultato, ambientato in un immaginario Taopunk che fonde filosofia taoista ed estetica cyberpunk, ha convinto pressoché ogni testata internazionale.

Un concept che dimostra come due tradizioni di game design apparentemente distanti possano fondersi senza attriti.

5. Prince of Persia: The Lost Crown

Pochi si aspettavano che Ubisoft riuscisse a riportare in vita il Principe di Persia con una formula così convincente. The Lost Crown è un metroidvania 2D che prende tutto ciò che il genere ha consolidato nel tempo (esplorazione non lineare, sblocco progressivo delle abilità, boss fight impegnative) e lo contamina con le meccaniche di combattimento rapido e acrobatico che da sempre caratterizzano la saga.

Il protagonista Sargon non è il classico Principe, ma un guerriero delle Immortali dotato di poteri temporali che si intrecciano in modo intelligente con le meccaniche di esplorazione: alcune aree diventano accessibili solo padroneggiando abilità legate alla manipolazione del tempo, un concept che conferisce al gioco un’identità precisa e originale all’interno del genere.

Il risultato è uno dei metroidvania più accessibili degli ultimi anni, capace di accogliere i neofiti senza annoiare i veterani. La mappa del Monte Qaf è generosa, densa di segreti e costruita con un level design attento che premia l’esplorazione paziente. Un titolo che dimostra come una saga considerata da molti esaurita possa ritrovare nuova vita abbracciando con intelligenza le convenzioni di un genere diverso dal proprio: la recensione completa è disponibile in Prince of Persia: The Lost Crown – Recensione, mentre l’intera storia del franchise è raccontata in Prince of Persia: tutti i videogiochi della saga.

4. Ender Magnolia: Bloom in the Mist: la malinconia che cura

Seguito spirituale di Ender Lilies, Ender Magnolia è arrivato alla versione completa nel gennaio 2025 confermando lo stile distintivo dello studio: atmosfere malinconiche, colonna sonora curatissima firmata Mili, e una protagonista capace di purificare creature corrotte assorbendone i poteri.

Un’opera che dimostra come il genere possa farsi veicolo di un racconto delicato, senza rinunciare alla sfida.

3. Metroid Dread

Uscito l’8 ottobre 2021 su Nintendo Switch, Metroid Dread ha riportato Samus Aran in un capitolo bidimensionale diciannove anni dopo Metroid Fusion, mettendola ancora una volta di fronte al parassita X e, soprattutto, ai terribili E.M.M.I., robot da combattimento controllati dallo stesso parassita.

Rispetto ai titoli precedenti della saga, Dread vanta un comparto grafico moderno e d’impatto, con modelli poligonali, sfondi e animazioni di alto livello. La principale novità restano le battaglie contro gli E.M.M.I., da cui Samus deve dapprima sfuggire attraverso meccaniche stealth, per poi eliminarli una volta potenziato al massimo il proprio equipaggiamento.

Queste sezioni aumentano notevolmente la varietà del gioco, già alta grazie alle numerose aree del pianeta ZDR da esplorare. Restano memorabili gli scontri con i boss, sempre impegnativi e coinvolgenti. Tutte queste caratteristiche, unite a controlli precisi e a una buona varietà di armi, fanno di Dread un capitolo imprescindibile per ogni possessore di Switch, anche se oggi non è più l’ultimo capitolo della saga: chi vuole scoprire cosa è successo dopo può leggere la recensione di Metroid Prime 4: Beyond, mentre l’intera storia della saga è raccontata in Metroid Saga: storia di un capolavoro e in Perché Metroid Prime è una serie così speciale.

2. Ori and the Will of the Wisps

Moon Studios ha portato nel 2020 il proprio secondo capitolo dedicato allo spirito Ori a un livello quasi ineguagliato di cura visiva e sonora. Will of the Wisps espande la formula del primo Ori aggiungendo combattimenti più profondi e un comparto artistico dipinto a mano che resta, ancora oggi, un punto di riferimento per l’intero medium.

La critica internazionale lo ha accolto con un’unanimità rara: nessuna testata tra le principali gli ha assegnato un giudizio negativo. Un’opera che unisce level design verticale, narrazione emotiva e una colonna sonora orchestrata capace di reggere il confronto con qualunque produzione cinematografica.

1. Hollow Knight: Silksong

Al primo posto non poteva che esserci lui. Team Cherry ha impiegato sei anni per completare il seguito di Hollow Knight, e il 4 settembre 2025 ha pubblicato un’opera che, secondo buona parte della critica internazionale, non si limita a eguagliare il capitolo originale: lo supera su ogni fronte. Il level design del regno di Pharloom risulta più verticale e stratificato, il sistema di movimento della protagonista Hornet più fluido e acrobatico, i boss più memorabili.

Ciò che colpisce, al di là dei singoli giudizi, è la compattezza del consenso critico: pubblicazioni come Eurogamer, IGN e GameSpot hanno usato la parola “capolavoro” senza esitazioni, mentre più di una testata ha sottolineato come Team Cherry sia riuscita nell’impresa di rispettare l’eredità del primo capitolo ampliandola, anziché limitarsi a riproporla. Approfondimenti sul titolo sono disponibili nella recensione completa pubblicata su queste pagine, nell’editoriale Il 112% di Hollow Knight: dove finisce il gioco e inizia il videogiocatore e in L’evoluzione tecnica di Hollow Knight: Silksong.

Il verdetto

Symphony of the Night e Super Metroid restano, in questo senso, imbattuti: non perché superiori ai titoli in classifica, ma perché hanno reso possibile tutto il resto. Hollow Knight: Silksong occupa il primo posto perché rappresenta, oggi, il punto più alto mai raggiunto sopra quelle fondamenta: non il più nostalgico, ma il più ambizioso.

Chi ha amato le atmosfere più cupe di questa classifica può recuperare anche Carrion, l’esperimento che capovolge il genere mettendo il videogiocatore nei panni del mostro anziché del cacciatore. Un’ulteriore dimostrazione di quanto questo standard, nato dalla fusione di due saghe agli antipodi, sia oggi capace di ospitare quasi ogni idea di game design.

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