La saga di DOOM è tornata prepotentemente al centro della scena grazie al recente The Dark Ages (che abbiamo recensito), un capitolo che ha riportato lo Slayer in un contesto medievale-fantasy, tra scudi viventi, architetture ciclopiche e un’estetica che mescola metallo, pietra e carne demoniaca (da macello). Id Software ha creato un gioco importante, ambizioso, e soprattutto coraggioso nel modo in cui rilegge la mitologia della serie.
Per questo motivo, abbiamo deciso di ripercorrere la lunga e travagliata storia di Doom. Dai corridoi infernali del 1993 all’ultimo capitolo Dark Ages, ecco la nostra classifica definitiva dei 7 migliori DOOM di sempre.
Un viaggio che parte da un’idea nata nella mente di John Romero, figura chiave della storia del videogioco e co-creatore del primo DOOM, e che continua ancora oggi a evolversi senza perdere la propria anima. Sette capitoli, sette facce diverse di uno stesso franchise: ognuno ha lasciato un segno, ognuno ha qualcosa da dire ancora oggi.
7. Doom II: Hell on Earth (1994)

Il seguito diretto del capostipite amplia tutto ciò che il primo DOOM aveva introdotto. I livelli diventano più grandi, i nemici più aggressivi, le armi più devastanti.
È qui che nasce la Super Shotgun, probabilmente l’arma più iconica dell’intera saga: un simbolo di potenza e immediatezza che ancora oggi definisce il ritmo del combattimento ravvicinato. Due colpi, un demone in meno, nessuna discussione.
DOOM II è un gioco più sporco, più caotico, più “urbano” nel modo in cui costruisce i suoi scenari. L’inferno non è più un luogo lontano e cosmico: è la strada sotto i piedi del videogiocatore, sono gli edifici che conosciamo trasformati in mattatoi. Questa scelta estetica lo rende, paradossalmente, più disturbante del predecessore.
Pur essendo meno rivoluzionario del primo capitolo, DOOM 2 resta un classico intramontabile, amatissimo dalla community modding e sorprendentemente attuale nel suo ritmo frenetico. È il DOOM che ha consolidato la formula, quello che ha trasformato un esperimento geniale in un fenomeno culturale destinato a durare decenni.
6. Doom 3 (2004)

Il capitolo più controverso della saga. DOOM 3 abbandona la frenesia per abbracciare un tono horror, fatto di corridoi bui, tensione costante e un ritmo più lento e meditato. È un DOOM diverso, più vicino ad Alien che al metal sparato a mille.
La sua atmosfera è soffocante. Il suo uso delle luci, e delle ombre, è rivoluzionario per l’epoca: id Tech 4 portava in scena un sistema di illuminazione dinamica che nessun altro engine riusciva a replicare con quella coerenza. Ogni corridoio della base UAC su Marte è una trappola psicologica prima ancora che fisica.
Il suo ritmo più lento e il modo in cui costruisce la tensione lo rendono un unicum nella serie: uno spin-off spirituale che ha osato fare ciò che nessun altro capitolo aveva tentato, trasformando lo Slayer da macchina da guerra in esploratore vulnerabile. Nonostante divida ancora oggi la community, Doom 3 resta un episodio fondamentale per capire la versatilità del franchise e la sua capacità di esplorare atmosfere e linguaggi differenti senza perdere identità. È il DOOM che ha osato cambiare.
Per chi volesse giocarlo oggi, la versione consigliata è la BFG Edition, che include illuminazione rivista, risoluzione aumentata e i due espansioni Resurrection of Evil e The Lost Mission nel pacchetto base.
5. Doom 64 (1997)

Per anni considerato un capitolo minore, DOOM 64 è stato riscoperto e rivalutato solo grazie alla riedizione moderna del 2020.
È un gioco che abbandona i colori vivaci dei primi episodi per abbracciare un’estetica più tetra, inquietante e quasi sacrale. I demoni sono stati ridisegnati da zero: più grotteschi, più organici, più perturbanti. Le texture respirano un’oscurità diversa, come se l’inferno di DOOM 64 fosse una dimensione più antica e silenziosa rispetto a quella frenetica del predecessore.
La sua atmosfera è diversa da qualsiasi altro DOOM: più silenziosa, più insinuante, più “spirituale” nel modo in cui costruisce tensione attraverso luci, ombre e architetture labirintiche. Il level design è sorprendentemente moderno, con una cura per la progressione e per i segreti che anticipa alcune scelte di DOOM 3. La colonna sonora ambient di Aubrey Hodges, assente nell’originale Nintendo 64 europeo, poi restaurata, è un ulteriore livello di inquietudine che pochi titoli dell’epoca sapevano costruire.
È un episodio che merita di essere (ri)giocato oggi, perché mostra un volto alternativo della serie: meno metal e più inquietudine, meno frenesia e più atmosfera: il primo tentativo di avvicinarsi all’horror poi abbracciato dalla saga con Doom 3.
Per chi finalmente volesse provare Doom 64, la versione moderna è disponibile su PC (Steam, GOG), PS4, Xbox One e Nintendo Switch.
4. Doom: The Dark Ages (2025)

Il capitolo più recente della saga è anche il più coraggioso nella sua volontà di rompere con il passato immediato. The Dark Ages riporta lo Slayer in un contesto medievale-fantasy, lontano dalla fantascienza di Marte e dall’horror cosmico di Eternal, costruendo un immaginario fatto di castelli ciclopici, draghi meccanici, scudi senzienti e un’estetica che mescola metallo, pietra e carne demoniaca con una coerenza visiva impressionante.
Il combat system subisce una trasformazione radicale: meno acrobatico rispetto a Eternal, più radicato, più brutale, più fisico. Lo Slayer non danza più tra le arene: le domina con una presenza massiccia, usando il nuovo scudo reattivo come strumento attivo di combattimento, non solo di difesa. Il ritmo è diverso, e per questo ha diviso la community: chi cercava la vertigine coreografica di Eternal si è trovato davanti a qualcosa di più lento e deliberato, quasi tattico.
La sua presenza in quarta posizione è un riconoscimento del peso specifico che sta guadagnando nella conversazione intorno al franchise. Id Software ha dimostrato di non voler replicare formule, e questo, nella storia di DOOM, è sempre stato il primo passo verso qualcosa di grande.
3. Doom (1993)

Il capostipite. Il gioco che ha cambiato tutto. Il titolo che ha definito il concetto stesso di FPS moderno e che ha trascinato con sé un’intera industria verso una direzione che nessuno aveva ancora immaginato con quella chiarezza.
Il suo level design, la sua velocità e la sua estetica sono ancora oggi studiati, citati e imitati. Nonostante i suoi trent’anni, resta sorprendentemente giocabile grazie a una struttura essenziale e perfettamente calibrata: corridoi che insegnano al giocatore senza tutorial, spazi che premiano l’esplorazione, nemici che costringono a muoversi sempre. Nulla è casuale. Tutto è intenzione.
È un’opera nata dalla visione di John Romero e del team di id Software, Carmack, Hall, McGee, Petersen. Doom è un manifesto di libertà creativa che ha rifiutato le convenzioni del momento per inventarne di nuove. La distribuzione shareware, il modding aperto, il multiplayer via modem: DOOM non ha solo creato un genere, ma un ecosistema.
Senza DOOM, nessuno degli altri capitoli esisterebbe nella forma che conosciamo. Nemmeno quelli in cima a questa classifica.
Oggi Doom è disponibile su praticamente ogni piattaforma moderna tramite il bundle DOOM + DOOM II (PC, PS4/PS5, Xbox, Switch). Per l’esperienza più fedele e aggiornata, la versione del 2024 aggiunge widescreen, quicksave, crossplay e il nuovo episodio Legacy of Rust.
2. Doom (Reboot 2016)

Quando, nel 2016, DOOM uscì, nessuno sapeva cosa aspettarsi. La serie era ferma da oltre un decennio, DOOM 3 aveva diviso, e il mercato FPS era dominato da coperture, rigenerazione automatica e un ritmo sempre più lento e cinematografico. Poi arrivò lui: un pugno nello stomaco, un ritorno alle origini che non era nostalgia, ma reinvenzione.
Il Reboot di DOOM ha avuto il coraggio di dire: “Non ti nascondi, non ti curi, non ti fermi. Vai avanti”. Il suo level design è un ritorno alla danza infinita tra arena e arena. Le armi hanno un peso fisico che si sente nel pad e nella tastiera. Il glory kill system trasforma l’esecuzione in meccanica di sopravvivenza, rendendo ogni kill una scelta tattica oltre che uno spettacolo visivo. La colonna sonora di Mick Gordon è un motore che ti spinge a giocare più veloce, più aggressivo, più consapevole.
È un gioco che ha riportato lo Slayer al centro della scena, che ha ricordato al mondo perché DOOM è DOOM. Ha preso un franchise storico e l’ha reso moderno senza tradirlo.
DOOM 2016 è il ritorno del Re. E senza di lui, Eternal non sarebbe mai esistito.
1. Doom Eternal (2020)

DOOM Eternal non è solo il miglior DOOM: è uno dei migliori FPS mai creati. È un gioco che prende tutto ciò che DOOM 2016 aveva fatto bene e lo porta a un livello superiore, trasformando il combattimento in una disciplina in cui ogni movimento, ogni arma, ogni risorsa è parte di un sistema perfettamente calibrato e interconnesso.
In Eternal, le arene sono ingranaggi perfetti, che chiedono al videogiocatore di imparare l’arte del dominio basato sulla verticalità: il dash, il doppio salto, i monkey bar non sono abbellimenti, ma la grammatica del combattimento. La gestione delle risorse trasforma ogni scontro in un esercizio di micro-strategia in tempo reale. Non è consentito aspettare: bisogna essere sempre movimento, sempre a un passo avanti rispetto all’orda demoniaca.
E poi c’è la colonna sonora: Mick Gordon torna con un lavoro che è, letteralmente, un martello pneumatico capace di entrare nelle ossa e sincronizzarsi con ogni kill. È musica progettata per giocare, non per ascoltare.
DOOM Eternal è il punto più alto della serie, il suo apice tecnico, il suo manifesto moderno. È il DOOM che ha trasformato lo Slayer da personaggio a icona del game design contemporaneo.























