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Approfondimenti

I migliori picchiaduro di sempre

Il genere dei picchiaduro sta vivendo un momento davvero particolare. Dopo diversi anni in cui sembrava che il genere fosse tornato quasi allo splendore degli anni 90, con prodotti come Mortal Kombat XI, Street Fighter 6 e Dragonball Fighterz, l’interesse dei videogiocatori sembra nuovamente essersi attenuato.

Nonostante l’uscitadi Marvel Tokon: Fighting Souls e il futuro rilascio di Virtua Fighter Crossroads nel 2027, è indubbio come, al di là dei due re supremi, ovvero Tekken 8 e Street Fighter 6, siano davvero pochi i giochi di combattimento in grado di catalizzare l’attenzione del grande pubblico.

In questo articolo vogliamo proporre la nostra personalissima classifica su quelli che sono stati i titoli più importanti per la storia e l’evoluzione del genere dei picchiaduro a incontri. Nello stillare la nostra lista ci siamo dati la regola di inserire un solo titolo per serie. In questo modo cercheremo di guidare anche i neofiti nella conoscenza di tutte le più importanti saghe legate a questo genere. Preparatevi ad un viaggio lungo ed appassionante, che ci porterà ad incontrare tutti i più forti lottatori della storia dei videogiochi!

Soul Calibur 2

Sebbene il primo Soul Calibur abbia probabilmente avuto un’importanza maggiore nell’evoluzione della saga, abbiamo preferito premiare Soul Calibur 2, in virtù della sua maggiore diffusione e del legame affettivo che lo lega a moltissimi giocatori.

La saga di Soul Calibur nacque nel 1995 con Soul Edge come alternativa a Tekken, titolo di punta della Namco, autrice anche di questa saga. Nel corso degli anni, questa serie di picchiaduro all’arma bianca è riuscita a brillare di luce propria e a crearsi una solida fanbase, sebbene sia un po’ sparita dai radar (Soul Calibur VI, l’ultimo episodio, risale al 2018).

Tra i maggiori punti di forza di questa serie abbiamo un enorme numero di modalità di gioco per il single player, un gameplay estremamente intuitivo e una grande varietà garantita dal gran numero di armi messe a disposizione.

I Soul Calibur hanno anche saputo offrire una trama ben scritta e una serie di protagonisti carismatici e ben diversificati tra loro, ai quali col tempo Namco ha iniziato ad affiancare dei guest characters, appartenenti ad altri universi, come Yoda, Link o Geralt. Il secondo episodio offre tutte queste caratteristiche unendole ad una realizzazione tecnica davvero eccellente in rapporto agli anni in cui è uscito. Se siete possessori di Switch 2, potete trovare Soul Calibur 2 nella selezione dei titoli Gamecube.

The King of Fighters 98

La saga di King of Fighters, pur avendo perso parte della sua rilevanza, è stata un mito assoluto nel corso degli anni 90 e dei primi anni 2000. Questa serie crossover univa tutti i lottatori delle più famose serie SNK in una serie di devastanti scontri 3 vs 3, in cui la tecnica e la strategia venivano prima del tempismo e della destrezza.

Sebbene la saga sia tornata alla ribalta nel 2022 con l’ottimo KOF XV, abbiamo scelto di premiare l’edizione del 1998, da molti considerata la più completa ed iconica. Questa edizione infatti si staccava dalla trama “canonica” della serie per proporre tutti i personaggi comparsi in essa e concentrarsi solo su gameplay e realizzazione tecnica.

Il risultato fu un gioco dall’eccellente grafica 2d e dotato di un combat system profondo e coinvolgente che prendeva tutto il meglio delle edizioni precedenti evitando di aggiungere nuove meccaniche, che rischiavano di sbilanciare l’esperienza. Se volete approfondire, ecco la nostra retrospettiva dell’intera saga e la recensione di The King of Fighters XV.

Guilty Gear Strive

Sebbene tra i fan di Guilty Gear sia molto acceso il dibattito su quale sia il capitolo definitivo, in questa sede premiamo Strive, l’episodio più moderno della saga. Nessun altro picchiaduro sul mercato ha l’impatto visivo di Strive. Arc System Works ha portato la sua tecnica di animazione all’apoteosi: i modelli dei personaggi sono interamente in 3D, ma vengono illuminati, ombreggiati e animati (spesso togliendo intenzionalmente dei fotogrammi) per sembrare un anime in 2D disegnato a mano.

Rispetto ai capitoli passati, dove dovevi imparare combo lunghissime per fare danni seri, Strive ha optato per un approccio diverso: ogni singolo colpo fa malissimo. Questo significa che i round sono brevi, adrenalinici e basati più sulle “letture” dell’avversario (capire cosa sta per fare e punirlo) che sull’esecuzione meccanica di sequenze infinite di tasti.

Infine, Strive ha implementato un Rollback Netcode allo stato dell’arte. In parole povere: il gioco “prevede” le tue mosse in millisecondi e corregge gli errori in modo invisibile, permettendoti di giocare in modo fluido e reattivo contro avversari in America o in Giappone, quasi come se fossero seduti sul divano accanto a te. Questo ha garantito a Strive una community vastissima e sempre attiva, perché puoi trovare partite giocabili ovunque.

Marvel vs. Capcom 2: New Age of Heroes

La serie Versus di Capcom era nata un po’ per scherzo. Visto il buon successo di X-Men: Children of the Atom e di Marvel Super Heroes, la casa di Osaka decise di combinare i suoi picchiaduro targati Marvel dapprima coi personaggi di Street Fighter e poi con tutti i principali eroi delle saghe Capcom.

Il risultato fu una serie di picchiaduro a squadre dai ritmi forsennati, con mosse speciali a dir poco devastanti e un sistema di combo che definire esagerato è assolutamente riduttivo. Tra questi giochi, a svettare è indubbiamente il mitico Marvel vs. Capcom 2: New Age of Heroes del 2000.

Il gioco offriva una Libertà di movimento assoluta, con movimenti fluidi e velocissimi, un roster di ben 56 personaggi selezionabili, che permetteva combinazioni di squadre pressoché infinite e uno stile inconfondibile grazie alla colonna sonora jazz-fusion, con la celebre “I wanna take you for a ride”.

Non si tratta ovviamente di un gioco perfetto. Il roster è sbilanciatissimo e il gameplay permette alcune combinazioni davvero rotte che portano alla perdita di un personaggio dopo un singolo errore difensivo. Tuttavia merita assolutamente di stare in classifica per i suoi tanti punti di forza e per l’enorme ruolo che ebbe nella scena competitiva, dal momento che fu per molti anni il dominatore incontrastato dei tornei. Sul sito è disponibile anche la recensione di Marvel vs. Capcom Fighting Collection: Arcade Classics, la raccolta che include questo capitolo.

Virtua Fighter 4 Evolution

La saga di Virtua Fighter è da sempre stata considerata estremamente elitaria. Il primo episodio della leggendaria serie di picchiaduro Sega è stato il primo picchiaduro 3d in assoluto ed è stato a lungo il principale rivale di Tekken. In seguito, Virtua Fighter si è evoluto come un gioco di lotta estremamente complesso e dedicato ai puristi del genere.

Abbiamo scelto di inserire il quarto capitolo perché, oltre ad essere il primo ad uscire per tutti i principali sistemi di gioco, presenta numerosi pregi. Anzitutto, Evolution contiene il Tutorial definitivo, che ha davvero rivoluzionato il modo in cui i giochi di combattimento insegnano a giocare. Prima di lui, i picchiaduro gettavano nella mischia; Evo invece li prendeva per mano spiegandoti il frame data, le punizioni, l’evasion e la corretta spaziatura, con sfide specifiche per ogni personaggio.

VF4 Evo propose inoltre la modalità Quest: un’esperienza single-player irripetibile. Il gioco simulava il viaggio di un giocatore nelle sale giochi giapponesi. I programmatori di Sega catturarono i dati e gli stili di combattimento dei veri campioni nipponici per creare un’intelligenza artificiale che non leggeva gli input per barare, ma giocava con tattiche umane.

Infine, il gioco aveva un design elegante: Il celebre sistema a soli tre tasti (Pugno, Calcio, Parata) raggiunse qui una pulizia formale e una profondità tattica sbalorditive. Era facile da imparare, ma richiedeva una vita per essere padroneggiato. Sebbene Evolution fosse sprovvisto di una modalità online (sfoggiata invece da Virtua Fighter 5: Ultimate Showdown, l’ultimo capitolo uscito, completo di Rollback Netcode) abbiamo scelto di premiarlo per la sua qualità intrinseca e per la svolta che ha portato nel mondo dei picchiaduro, in particolare per il single player.

Fatal Fury: City of the Wolves

Molti probabilmente si stupiranno di trovare l’ultimo episodio della saga di Fatal Fury anziché lo storico Mark of the wolves. Tuttavia, City of the Wolves è l’anello di congiunzione perfetto tra l’epoca d’oro delle sale giochi SNK e l’accessibilità della nuova generazione. È un gioco che ha saputo riprendere una trama lasciata in sospeso per ventisei anni e trasformarla in un prodotto vitale ed esplosivo.

Il REV System mette a disposizione fin da subito opzioni estremamente aggressive: si possono usare mosse speciali potenziate (REV Arts), concatenarle tra loro (REV Accel) e assorbire i colpi avversari sferrando contrattacchi devastanti (REV Blow). Abusarne però significa andare in Overheat e perdere accesso a tutte le abilità speciali e la tua guardia cede facilmente. È un sistema che premia l’aggressività ma richiede una gestione tattica costante, rendendo ogni match frenetico e cerebrale allo stesso tempo.

Lo smart mode offre Comandi semplificati e combo dirette. Permette a chiunque di vivere lo spettacolo del gioco e di concentrarsi sulla lettura dell’avversario (il mind game) piuttosto che sull’esecuzione meccanica. Visivamente il gioco, inoltre, sfoggia un’estetica ispirata ai fumetti (con tanto di onomatopee e tratti marcati) che gli dona un’identità freschissima. Sebbene il gioco abbia ricevuto critiche per alcuni personaggi discutibili, SNK ha saputo rimediare ottimamente coi nuovi DLC.

Sul sito sono disponibili sia la recensione completa di Fatal Fury: City of the Wolves sia la storia dell’intera saga.

Dragonball Fighterz

Fino a Dragonball Fighterz, i picchiaduro su licenza erano quasi sempre stati prodotti poco più che mediocri. Sebbene non mancassero i titoli di buona qualità, si trattava quasi sempre di picchiaduro arena, cone regole e caratteristiche molto diverse da quelle dei giochi di lotta tradizionali (si pensi alla saga di Budokai Tenkaichi).

Dragonball Fighterz ha cambiato ogni cosa. Quando è uscito nel 2018, ha letteralmente scosso la scena competitiva, infrangendo i record di iscritti all’EVO di quell’anno e spodestando colossi storici. Ha inoltre settato un nuovo standard intoccabile per i giochi di combattimento su licenza.

Dal punto di vista tecnico, il gioco è un gioiello. I modelli 3D sono stati animati rimuovendo fotogrammi in modo calcolato per replicare esattamente l’effetto dell’animazione 2D tradizionale. Modificando l’illuminazione frame per frame in base all’inquadratura, gli sviluppatori di Arc System hanno creato un gioco che non sembra semplicemente ispirato all’anime, ma è indistinguibile da esso.

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FighterZ ha preso la caotica formula dei tag-team (resa celebre dalla serie Marvel vs. Capcom) e l’ha rifinita e modernizzata. La gestione degli Assist, i cambi al volo durante le combo e la sinergia necessaria per costruire un team bilanciato (diviso classicamente in point, mid e anchor) offrono un livello di strategia enorme.

Nonostante lo schermo sia costantemente invaso da esplosioni e raggi energetici, il motore di gioco riesce a mantenere l’azione sempre leggibile e incredibilmente fluida. Anche il sistema di autocombo è davvero geniale e crea un equilibrio ottimo tra neofiti ed hardcore gamer, sebbene, soprattutto nelle fasi iniziali, il gioco sia stato sicuramente pensato per questi ultimi.

Super Smash Bros Ultimate

Nata come uno strano ibrido tra picchiaduro e party game, la saga di Smash Bros è ormai una delle colonne portanti del mercato dei picchiaduro. Mentre i picchiaduro tradizionali si basano sull’azzerare una barra della salute, Smash ha codificato un sottogenere interamente nuovo.

L’obiettivo è scagliare l’avversario fuori dallo schermo, e i danni accumulati (in percentuale) aumentano la distanza del lancio. Questo sposta il fulcro tattico sull’edge-guarding (impedire all’avversario di tornare sull’arena) e sul controllo dello spazio aereo, offrendo un’esperienza di combattimento dinamica e irripetibile in altri franchise.

Da un punto di vista del roster, Ultimate è un vero miracolo del diritto d’autore. Lo slogan “Everyone is here” non è un’esagerazione. Avere nello stesso gioco icone di Nintendo, Capcom, Konami, SEGA, Square Enix, SNK e Bandai Namco lo rende un vero e proprio museo interattivo del videogioco. Nessun altro picchiaduro può vantare un roster di 89 personaggi così diversificati e curati in ogni singolo frame di animazione.

La grande forza di Smash è che può piacere sia ai giocatori occasionali, che possono divertirsi con accessori potentissimi e stages dinamici, sia per gli hardcore gamers, che affronteranno le sfide unicamente in 1 vs 1 e negli scenari ristretti. Un vero e proprio capolavoro assoluto, nonché uno dei migliori titoli disponibili su Switch.

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Mortal Kombat XL

La saga di Mortal Kombat è stata dominata da alti e bassi. Nel’ultimo periodo sembrava essere caduta in una fase di oblio, nonostante il primo Mortal Kombat abbia cambiato la storia dei videogiochi. E tutto è cambiato nuovamente con il nono episodio, Mortal Kombat (2011), che ha saputo rilanciare con forza il franchise. Tuttavia, in questa classifica abbiamo scelto di premiare il decimo episodio, nella sua forma più evoluta, ovvero Mortal Kombat XL.

I motivi della scelta sono molti. Primo tra tutti, l’implementazione del rollback Netcode, che ha ridefinito gli standard per il gioco competitivo. Nel 2016, NetherRealm Studios fece un’operazione che l’industria riteneva quasi impossibile: prese un gioco tripla A già uscito, strappò via il vecchio codice di rete basato sul delay (che causava lag e input in ritardo) e lo riscrisse da zero integrando il rollback netcode.

Questa mossa ha dimostrato al mondo intero che i grandi studi non avevano più scuse per offrire un’esperienza online scadente, spingendo colossi giapponesi come Capcom e Arc System Works a dover adottare lo stesso standard negli anni successivi.

Inoltre l’introduzione delle tre varianti per personaggio ha sconvolto l’approccio ai match-up. Fino a quel momento, nei picchiaduro, se un personaggio era debole contro un avversario specifico, il giocatore doveva sperare in una patch di bilanciamento o cambiare lottatore. MKX permetteva di mantenere il personaggio preferito, ma di cambiarne radicalmente lo stile di gioco (da zoner ad aggressore rushdown) per aggirare il problema. È un’idea che ha fatto scuola.

Tekken 3

La serie Tekken non poteva che occupare una delle prime posizioni del podio, avendo letteralmenteridefinito ed espanso la definizione stessa di picchiaduro 3d. Abbiamo scelto di inserire Tekken 3 in rappresentanza di tutta la serie per l’incredibile impatto che ha avuto sul mondo dei videogiochi.

L’introduzione del movimento laterale fluido ha trasformato il combattimento da un semplice “avanti e indietro” a una vera e propria danza tridimensionale, dando vita a tattiche di evasione inedite. Con l’introduzione di personaggi iconici come Jin Kazama, Hwoarang, Ling Xiaoyu ed Eddy Gordo (che ha fatto scoprire la capoeira a un’intera generazione), il gioco ha trasceso il suo genere diventando un fenomeno pop globale.

Infine, il punto di forza di Tekken 3 (e di tutta la saga di Tekken) è il suo incredibile Gameplay, che riesce ad essere allo stesso tempo profondo e accessibile. L’eredità di Tekken 3 è oggi ben rappresentata dall’ottavo capitolo della serie, che resta il titolo di riferimento per gli amanti dei giochi di lotta a tre dimensioni.

Ultra Street Fighter IV

E chi potevamo trovare in cima al podio, se non il RE dei picchiaduro? Abbiamo a lungo pensato a quale episodio della saga fosse meglio inserire. Avremmo potuto per esempio premiare Super Street Fighter 2, per la sua incredibile eredità. Oppure Street Fighter 3: Third Strike per l’incredibile livello del suo gameplay.

Alla fine, la scelta è caduta sul quarto capitolo. Quest’opera di Capcom ha infatti un merito che va oltre il semplice gameplay: ha letteralmente salvato i picchiaduro dall’oblio. Dargli la medaglia d’oro significa premiare non solo un gioco perfetto, ma il titolo che ha reso possibile l’esistenza di tutti gli altri.

Prima del 2008, i giochi di combattimento stavano vivendo una vera e propria era oscura. Le sale giochi stavano sparendo, i titoli principali scarseggiavano e la Fighting Game Community (FGC) sopravviveva a fatica aggrappata ai vecchi classici. Street Fighter IV è stato un elettroshock per l’industria. Ha riportato il genere nel mainstream, ha riempito di nuovo i tornei e ha di fatto gettato le basi per l’era moderna degli eSport videoludici.

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Street Fighter 6 – Recensione

A livello di game design, Capcom ha inserito un’idea geniale in grado di accontentare tutti. Il Focus Attack (o Saving Attack in Giappone) permetteva di assorbire un colpo e contrattaccare, risultando facilissimo da usare per i neofiti. Capcom ha ripreso l’anima immortale e le regole ferree di Street Fighter II, le ha tradotte in un motore 2.5D con una direzione artistica inchiostrata indimenticabile e ci ha costruito attorno un’esperienza moderna.

Se altri titoli hanno perfezionato il genere, Street Fighter IV lo ha resuscitato:  non è forse il miglior picchiaduro mai creato sotto ogni aspetto, ma resta il titolo che ha riportato l’intera industria a combattere. Oggi il testimone è passato a Street Fighter 6, che nell’ultima stagione di contenuti, presentata proprio a Summer Game Fest 2026, ha accolto Tifa Lockhart di Final Fantasy VII come nuovo personaggio ospite: la prova che il franchise, quattordici anni dopo Ultra Street Fighter IV, resta il punto di riferimento del genere.

Undici picchiaduro, undici modi di intendere il combattimento

Dal duello tridimensionale di Tekken alla furia arcade di Street Fighter, passando per la follia dei tag team e l’eleganza delle armi di Soulcalibur, il genere dei picchiaduro dimostra ancora oggi la propria capacità di reinventarsi restando fedele a se stesso. Undici titoli, undici saghe diverse, un solo filo conduttore: il game design capace di trasformare un semplice scontro a due in un capolavoro che ha cambiato la storia del medium.

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Retrospettive

Tekken: tutta la saga spiegata, da Tekken 1 a Tekken 8, storia, personaggi e il miglior capitolo

Trentadue anni di pugni, tradimenti e tornei mortali. Trentadue anni di una famiglia disfunzionale che si getta sistematicamente da un dirupo per il controllo di un impero industriale e di un potere diabolico, e angelico, ancora non pienamente compreso. La saga di Tekken è molte cose insieme: un caposaldo del fighting game, un esperimento grafico che ha ridefinito i poligoni sugli schermi domestici, un franchise che ha attraversato sei generazioni di console e superato i 61 milioni di copie vendute senza mai perdere il suo appeal.

Ripercorrerla capitolo per capitolo non è nostalgia: è capire come un’idea nata in un arcade giapponese nel 1994 sia diventata uno degli standard più duraturi del medium.

Le origini: Tekken 1 e 2 e la sfida a Street Fighter

Il 1994 è l’anno in cui Namco decide di sfidare Capcom sul suo terreno, e lo fa con un’arma insolita: i poligoni. Mentre Street Fighter II domina incontrastato con i suoi sprite bidimensionali, Tekken arriva nelle sale giochi con personaggi tridimensionali e un sistema di controllo che, sulla carta, sembra una follia. Non lo sarà.

In Street Fighter, i pulsanti sono mappati in modo tale da avere un pugno e un calcio debole e uno forte. La formula di Tekken invece tanto semplice quanto efficace: ogni tasto corrisponde a un arto del personaggio, e la profondità nasce dalla combinazione di queste quattro variabili. I personaggi vengono mossi come un’orchestra e il videogiocatore è il direttore che muove autonomamente braccia e gambe. È qualcosa di diverso e funziona.

I personaggi del primo capitolo sono volutamente estremi: Kazuya Mishima, Paul Phoenix, King, il wrestler con la sua maschera da giaguaro, Nina Williams, fredda e letale, un’assassina professionista. Ognuno di loro porta sul palco una personalità che trascende il semplice roster di un fighting game.

Il successo del primo capitolo sia in arcade che su PlayStation, porta a un ovvio sequel. Tekken 2, arrivato nel 1995, affina tutto quello che il primo aveva abbozzato. Aggiunge personaggi, bilancia il gameplay e aggiunge dettagli a una trama che diventerà sempre più intrigata con Heihachi Mishima come antagonista principale.

Teoricamente Tekken 2 è un more of the same del primo capitolo, ma aggiunge alla saga tutto quello di cui ha bisogno per diventare un caposaldo del genere e dei titoli della prima PlayStation. Tra i nuovi personaggi troviamo quindi figure iconiche come Jun Kazama e Lei Wulong. La grafica e le soundtrack rendono il gioco assolutamente riconoscibile, mentre la trama diventa un ingrediente fondamentale della serie. Su quest’ultimo punto Namco costruirà le fondamenta di una serie che diventerà prestigiosa: una lore assurda, violenta e stranamente appassionante.

Tekken 3: il capolavoro che ha ridefinito il genere

Abbiamo dedicato ampio spazio a Tekken 3 in un suo articolo dedicato. La versione breve è questa: uscito nel 1997 in arcade e nel 1998 su PlayStation, Tekken 3 ha ridefinito il genere non solo dal punto di vista tecnico, ma anche da quello del game design. Rispetto ai precedenti titoli, Tekken 3 ha movimenti più fluidi e un gameplay estremamente bilanciato, ancora oggi.

Durante la fine degli anni novanta invece il suo diretto avversario era Virtua Fighter. Quest’ultimo aveva però una difficoltà iniziale – e non solo – importante. SEGA creò un gioco tanto bello quanto difficile. Namco dal canto suo anticipò i tempi: oggi tutti i picchiaduro puntano a essere semplici da giocare e difficile da padroneggiare. Tekken 3 portò questo concetto già nel 1997. Il successo fu immediato.

A tutto questo si aggiunse un roster ampliato, modalità iconiche come Tekken Force e Tekken Ball e una trama sempre più fitta. Tutto funzionava, tutto era al suo posto.

È il capitolo con cui si misura ogni altro Tekken e uno dei migliori picchiaduro di tutti i tempi. E quasi sempre è il capitolo che vince il confronto.

Tekken 4 e 5: crisi d’identità e ritorno alle origini

Il 2001 porta un nuova generazione di console e su PlayStation 2 arriva Tekken 4, e con esso la prima vera incertezza della saga. Il capitolo introduce i wall come elemento di combattimento attivo: non solo come confine dell’arena, ma come arma. Si può schiacciare l’avversario contro le pareti, cambiando la dinamica degli scontri. L’idea ha un suo senso, ma divide. Molti appassionati sentono che il sistema altera l’equilibrio in modo troppo radicale, penalizzando personaggi che in Tekken 3 erano solidi e premiandone altri in modo artificiale.

C’è anche un problema di ritmo. Il gameplay di Tekken 4 è più lento, più riflessivo, quasi come se Namco stesse cercando di portare il franchise verso una direzione più tattica. Il risultato è un capitolo che convince a metà, e che nella memoria collettiva occupa uno spazio scomodo: non abbastanza innovativo da essere rivoluzionario, non abbastanza fedele alla formula per essere un comodo more of the same del capitolo cult.

Tekken 5 è la risposta diretta a questo spaesamento. Uscito nel 2004, riporta la saga alle sue radici: movimenti veloci, sistema di combo più immediato, arena design ripulito da alcune delle meccaniche più controverse del predecessore. Ma non è solo un passo indietro, è una sintesi. Devil Within, la modalità storia in terza persona, è un esperimento bizzarro che non tutti ricordano con affetto, ma che testimonia la volontà di Namco di espandere il concept oltre il semplice versus. Il roster è ricco, il bilanciamento notevolmente migliorato rispetto al 4. Tekken 5 è il capitolo della redenzione, e come tale funziona: non è il migliore della saga, ma è quello che ha riportato la serie sui binari del successo.

Tekken 6 e Tag Tournament 2: l’era online

Il 2007 è l’anno di Tekken 6 nei cabinati, il 2009 su console, con il sottotitolo Bloodline Rebellion. È il capitolo in cui Namco amplia il roster fino a proporzioni quasi eccessive: trentanove personaggi giocabili, un numero che in alcuni momenti pesa sul bilanciamento complessivo. La modalità Storia (Scenario Campaign), un beat ‘em up in terza persona integrato nella struttura del picchiaduro, è accolta con freddo disinteresse dalla critica: non è abbastanza approfondita per funzionare come action game, non è abbastanza coerente per integrarsi naturalmente nel resto dell’esperienza. Non è troppo diversa da Tekken Force, ma non è Tekken Force.

Quello che Tekken 6 fa bene è il gameplay puro. Il sistema di Bound – che permette di continuare le combo dopo aver mandato l’avversario a rimbalzare sul pavimento – aggiunge una dimensione nuova agli scambi, e il netcode, pur non perfetto, porta il franchise nell’era del gioco online con una solidità sufficiente.

In aggiunta ai capitoli principali, Namco espande il brand con una serie di spin-off interessanti. Il primo arriva nel 2000, tra Tekken 3 e Tekken 4, ma è con Tekken Tag Tournament 2, nel 2012, che raggiunge la sua maturità. La lore non avanza e i personaggi vivono in una sorta di universo parallelo dove tutto è permesso. È però una celebrazione. Quarantanove personaggi e una meccanica di tag in cui il videogiocatore può comandare due personaggi contemporaneamente. Un’idea semplice che trova il suo pubblico.

Tekken 7: il ritorno al vertice e l’era degli esport

Tekken 7 è probabilmente il capitolo più importante della saga dopo il 3, ma per ragioni diverse. Uscito in arcade nel 2015 e su console nel 2017, non è il più rivoluzionario dal punto di vista del game design, ma è quello che ha portato Tekken al grande pubblico degli esport e lo ha tenuto lì per sette anni consecutivi.

Il Rage System (che aumenta i danni e sblocca mosse speciali quando la barra vita è quasi esaurita) introduce una componente di rimonta che genera momenti spettacolari, esattamente il tipo di contenuto che funziona nei tornei trasmessi in streaming. L’EVO lo ha dimostrato per anni: Tekken 7 ha prodotto highlight memorabili, match che si ricordano. Il motore Unreal Engine 4 ha portato una qualità visiva che regge il confronto con qualsiasi competitor dell’epoca.

Tekken 7 porta anche un’idea estremamente audace: Akuma, antagonista storico di Street Fighter, appare come personaggio giocabile e come elemento della modalità storia. Sembra solo una trovata di marketing ma racconta molto di più. Akuma funziona perché Namco non si limita a importarlo: lo inserisce nella lore in modo coerente, lo adatta alle meccaniche del sistema senza snaturarlo.

Sette anni di supporto post-lancio, diciotto season pass, guest character da Negan a Noctis: Tekken 7 è il franchise inteso come servizio, e lo è senza vergognarsene.

Tekken 8: il futuro del picchiaduro è arrivato

Tekken 8 arriva nel gennaio 2024 con aspettative altissime e le onora. Visivamente è un salto generazionale, costruito su Unreal Engine 5: i personaggi mostrano dettagli facciali che nessun fighting game aveva raggiunto prima, le arene sono ambienti dinamici che si trasformano durante il match. Il nuovo Heat System aggiunge uno strato tattico ulteriore al gameplay: ogni personaggio può attivare una modalità potenziata con timer che altera il suo moveset e apre nuove opzioni offensive.

L’accoglienza critica è unanimemente positiva e la comunità competitiva si è insediata sul titolo con una velocità che parla da sola. Nel 2026 il gioco è alla Stagione 3, con il ritorno di personaggi iconici come Kunimitsu, Bob e Roger Jr., segnale che il supporto post-lancio è tutt’altro che in esaurimento. La recensione completa la trovate sul sito.

I personaggi iconici della saga di Tekken

Se Tekken fosse solo un fighting game, basterebbe parlare di frame data e hitbox. Ma Tekken è anche una soap opera: tre generazioni della famiglia Mishima che si distruggono a vicenda con una coerenza narrativa inversamente proporzionale alla plausibilità degli eventi.

Heihachi Mishima è il perno di tutto. Padre, figlio e antagonista (a seconda di quale capitolo si gioca), Heihachi è il personaggio che definisce la struttura drammatica della saga. Getta il figlio Kazuya in un burrone. Viene scaraventato in un vulcano da Kazuya. Sopravvive. Combatte il nipote Jin. Muore nel sette, ritorna nel DLC dell’ottavo capitolo. Ha i capelli bianchi a forma di corna e baffi che sfidano la fisica: è iconico nel senso più letterale del termine.

Kazuya Mishima è l’altra faccia della stessa medaglia. Inizia come protagonista del primo capitolo e diventa progressivamente l’antagonista della saga. Il Gene del Diavolo, il potere demoniaco che condivide con il figlio Jin, è il MacGuffin attorno a cui ruota l’intera mitologia del franchise.

Jin Kazama completa la triade. Nipote di Heihachi, figlio di Kazuya e Jun, portatore del Gene del Diavolo: il suo arco narrativo copre i capitoli dal 3 all’8 ed è il più articolato della saga. Nel sesto capitolo diventa il cattivo, nell’ottavo assume la forma di Angelo.

Intorno a questi tre ruotano personaggi che hanno costruito la propria identità capitolo dopo capitolo: Paul Phoenix, il combattente americano convinto di essere il più forte dell’universo, e probabilmente questa affermazione è molto vicina alla realtà; King, il wrestler con la maschera da giaguaro che lotta per finanziare un orfanotrofio; Nina Williams, assassina fredda ed elegante la cui rivalità con la sorella Anna è uno dei subplot più longevi della saga.

Raccontarli tutti è impossibile, ma i personaggi di Tekken ci riportano a un’era diversa, fatta di manuali e descrizioni dettagliate. Chi ha vissuto l’era Sony PlayStation ricorderà sicuramente il manuale di Tekken 3: spesso, corposo e completamente in italiano. Ogni singolo personaggio aveva la sua sezione dedicata, con la sua storia e i motivi per cui partecipava al torneo. Per questi motivi i videogiocatori di tutto il mondo sono affezionati ai personaggi di Tekken.

Hwoarang, Kuma, Yoshimitsu, Lee, Bryan Fury, Xiaoyu, Eddy Gordo: non sono meri personaggi secondari stereotipati, ma anime complesse con uno scopo ben preciso, che vogliono raggiungere sfruttando i propri pregi – fisici e caratteriali – e nonostante i loro difetti.

Qual è il miglior Tekken di sempre? La nostra classifica

La risposta è ovvia: Tekken 3. È quella che darebbe chiunque abbia giocato il franchise con una certa continuità, e non è una risposta sbagliata: Tekken 3 è un capolavoro oggettivo, un picchiaduro che a quasi trent’anni dall’uscita regge il confronto con la stragrande maggioranza dei concorrenti contemporanei.

Ma la risposta reale è più complessa, almeno dal punto di vista di chi ha vissuto la saga in prima persona per tutto il suo arco. Escluso il terzo capitolo, oggi la diatriba si concentra su due titoli: Tekken 5 o Tekken 8?

Con certezza si può dire che Tekken 5 è il capitolo più sottovalutato della storia del franchise, e merita una rivalutazione sistematica.

Tekken 3 ha la gloria dei pionieri: è arrivato nel momento giusto, ha ridefinito il genere nel momento in cui il genere era ancora abbastanza giovane da poter essere ridefinito.

Tekken 5 non ha avuto quel privilegio. È arrivato dopo il passo falso del 4, con il compito ingrato di ricucire quello che il predecessore aveva strappato. E lo ha fatto con una precisione chirurgica: gameplay bilanciato, roster ampio ma coerente, struttura solida. Non ha avuto l’elemento sorpresa dalla sua parte, ma ha avuto qualcosa di più raro: l’esecuzione perfetta di una formula consolidata.

D’altro canto Tekken 8 arriva dopo il grande successo del settimo capitolo e sta traghettando il franchise verso un successo commerciale enorme grazie alla capacità di prendere il meglio del settimo capitolo e aggiungere un bit fondamentale: l’accessibilità anche per i neofiti.

La classifica completa, in ordine di rilevanza:

  1. Tekken 3: il capolavoro generazionale, il metro di misura.
  2. Tekken 5: il capitolo più sottovalutato, il migliore della sua era.
  3. Tekken 8: il capitolo più vivo, ancora in pieno sviluppo con la Stagione 3.
  4. Tekken 7: il franchise reinventato per gli esport.
  5. Tekken 2: le fondamenta.
  6. Tekken Tag Tournament 2: la celebrazione, non canonico ma imprescindibile.
  7. Tekken 6: solido ma pesante.
  8. Tekken 1: storico, giocabile solo con gli occhi del pioniere.
  9. Tekken 4: il capitolo incompreso.
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Harada torna in scena: il papà di Tekken ha un nuovo studio

Qualche mese fa Katsuhiro Harada, mentre dietro il franchise di Tekken, aveva dato un annuncio che ha scosso l’ambiente gaming. Trent’anni dopo il suo arrivo, l’ex game director ha scelto una strada diversa. In questi giorni è arrivata la conferma: sarà il CEO del nuovo ‘SNK VS Studio, a Shinagawa – Tokyo.

Harada e VS Studio: una nuova avventura

‘Beyond tradition, crafted to perfection’,

Con questo breve slogan, Harada cristallizza la filosofia del nuovo studio affidato alle sue cure. Riprendendo una delle sue prime dichiarazioni, le parole chiave saranno “tecnologia e conoscenza”, riunite sotto la sua supervisione in questa nuova avventura.

Il passaggio alla SNK, casa rivale, arriva dopo un anno turbolento fra le mura dell’azienda di Osaka. Kenji Matsubara dopo le deludenti vendite di Fatal Fury – City of Wolves, ha lasciato il suo ruolo di CEO.

In questo scenario di transizione, tornano in mente le parole dell’ex-Bandai davanti ai microfoni della testata nipponica 4Gamer. Cosa ne sarà dell’IP di casa SNK sotto la sua direzione? In merito, Harada, ha affermato di “non poter dire nulla con troppa libertà”.

Cosa riserva il futuro?

Parafrasando le parole di Harada, la sigla VS racchiuderebbe l’anima del nuovo progetto in cui è coinvolto. “Visionary Standard“, ad esempio, sembra alludere ad una dichiarazione d’intenti: imprimere nuovi standard per il settore.

Il re si è ormai allontanato dalla dinastia dei Tekken. L’universo dei picchiaduro, tuttavia, si appresta a trovare un nuovo baricentro.

Il nuovo studio mira a fondere “innovazione e perfezione”, affiancando al nuovo CEO delle figure già conosciute nell’ambiente. Anche Yuichi Yonemori (Tekken Tag Tournament) seguirà lo sviluppatore di Osaka. Yasuyuki Oda, invece, ha ribadito l’emozione di SNK nell’accogliere una leggenda come Harada.

Detto questo, cosa riserverà il futuro nel mondo dei picchiaduro?

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Tekken: Harada annuncia l’addio a Bandai Namco

Nelle scorse ore una notizia ha lasciato attoniti tutti i fan di Tekken. Katsuhiro Harada, principale sviluppatore della serie, ha annunciato la fine della sua carriera come producer di Tekken. Harada ha dunque confermato quanto aveva già dichiarato a dicembre, quando espresse la sua intenzione di lasciare la serie. Harada ha rivelato al mondo la sua decisione tramite i socialed anche attraverso l’aggiornamento della sua biografia ufficiale, dove si definisce ex game director e chief producer di giochi di azione e picchiaduro. 

I fan di Harada, sebbene molto dispiaciuti, hanno manifestato ad Harada tutto il loro affetto e la loro gratitudine. Diversi di loro hanno anche espresso la sua certezza di un suo futuro ritorno, come avvenuto molto spesso ai personaggi di Heiachi e Kazuya. Anche la saga di Street Fighter aveva visto l’addio di Ono, suo principale sviluppatore. Vedremo se la serie di Tekken saprà subito rilanciarsi e reinventarsi, come Capcom è stata in grado di fare con Street Fighter 6.

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Tekken: Katsuhiro Harada sarà presente al Game Ground 2025 di Bolzano

Game Ground torna a Bolzano dal 17 al 19 ottobre e promette un weekend che metterà il videogioco al centro come arte, cultura e professione. Giunto alla quinta edizione, il festival si conferma uno degli appuntamenti più attesi a livello nazionale.

Il programma è fitto: mostre, panel, incontri con sviluppatori e tornei di eSports. Ma il nome che spicca quest’anno è quello di Katsuhiro Harada, storico producer di Bandai Namco e creatore della saga Tekken, una delle più amate del genere picchiaduro. Per la prima volta in Italia, Harada incontrerà i fan sabato 18 ottobre alle 13:00, raccontando aneddoti e retroscena sui trent’anni della serie che ha venduto oltre 57 milioni di copie nel mondo.

Talk, ospiti e incontri imperdibili

Il festival si svolgerà in forma itinerante tra i luoghi simbolo di Bolzano: dal Castel Mareccio, sede principale dei panel, fino al Museo di Scienze Naturali, alla Biblioteca Civica e al Twenty. L’evento è organizzato dall’associazione BeYoung con il supporto delle istituzioni locali.

Il calendario include conferenze con accademici, sviluppatori e figure chiave dell’industria. Si parte venerdì 17 ottobre con Francesco Toniolo, docente e autore, che analizzerà il ritorno del single player rispetto all’era dei live service. Sabato, oltre a Harada, saliranno sul palco creator di spicco come MikeShowSha e tecnici di livello internazionale, tra cui Maciej Kwiatkowski (Alpha7), esperto di motion capture su titoli come Cyberpunk 2077 e The Witcher 4.

Domenica 19 ottobre spazio agli studi italiani: Nacon Studio Milan e Milestone racconteranno le sfide dietro nuove IP e progetti come il reboot di Screamer, storico racing game degli anni ’90. Non mancheranno sessioni di meet & greet con creator seguitissimi: da Ckibe a Kurolily, fino ai Playerinside.

Ora la parola a voi: andrete a Bolzano per incontrare Katsuhiro Harada e vivere da vicino Game Ground 2025, o preferite seguire l’evento online?

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Tekken 3: perché è ancora il miglior picchiaduro della storia

Ah la prima PlayStation! Quanti bei momenti passati davanti a quello scatolotto grigio pieno di emozioni, che prendeva ognuno di noi per mano trascinandoci in nuovi mondi tutti da esplorare. E quanti titoli, quanti generi, quanta varietà! Non mancava proprio nulla, ce n’era per tutti i gusti. Almeno così mi hanno detto. Già, perché sono nato un pelo dopo gli anni d’oro del videogame: io infatti, classe 2001, ho vissuto gli albori della PlayStation 2 che reputo la miglior console di sempre (ma è un mio parere personale). Purtroppo, titoli come Tomb Raider, Metal Gear Solid e Resident Evil per me erano sconosciuti, me li sono dovuto recuperare poi una volta cresciuto. E tra questi, mi duole dirlo, persi persino il messia dei “giochi di botte”, colui che ascese dal cielo per mostrare all’umanità intera come si crea un picchiaduro, ovvero Tekken 3.

Tekken 3, un mito senza tempo

Sono molto affezionato alla serie di Tekken dato che è la mia “fighting saga” preferita. In particolare, all’epoca di Playstation 2, ero letteralmente in fissa con Tekken 5 (che rimane il mio capitolo preferito): tra le tante modalità presenti ricordo che Namco aveva inserito la possibilità di giocare ai primi 3 prequel, ma ai tempi ero ancora un bambino e li reputavo abbastanza brutti.

Ora che sono cresciuto e che i miei gusti sono cambiati, dopo aver giocato davvero a Tekken 3 posso dire che mi ha davvero stupito: una volta finito il capitolo precedente, mosso dalla curiosità mi sono lanciato subito sul suo sequel e sono rimasto davvero incredulo da quello che stavo vedendo, pur essendo un gioco con tanti anni alle spalle.

Cosa mi ha portato a rimanere così sbalordito per molti sarà evidente: chi lo ha giocato sa perfettamente quali sono state le innovazioni che questo capitolo ha portato, trasformandosi in un vero e proprio tormentone per parecchi anni. Ma, per parlarne meglio e per comprendere effettivamente cos’è stato rivoluzionato, bisogna spendere due parole su quello che la saga di Namco voleva diventare all’inizio.

Tekken prima di Tekken

Tekken 3 King

Dopo l’uscita di Tekken 2, Namco sembrava aver deciso quale strada seguire per la sua saga. Il secondo capitolo, infatti, non era nient’altro che il primo limato dai suoi difetti. Nessuna scelta fu più azzeccata di questa. Namco riuscì a creare un’infrastruttura solida e divertente, oltre che rigiocabile più volte grazie all’aggiunta di diverse modalità.

I fan non potevano chiedere di meglio: certo, i personaggi erano un insieme di poligoni che si muovevano, ma è altrettanto vero che erano presenti molti più colori a schermo che donavano più dettagli. Ogni personaggio aveva uno stage dedicato e il roster era molto più vario rispetto al capitolo precedente.

Le musiche erano orecchiabili, le modalità di gioco erano accolte positivamente e i personaggi erano caratterizzati molto bene (è impossibile dimenticarsi del bellissimo King in cravatta o dei capelli stravaganti di Heihachi Mishima). Inoltre, il gameplay era fatto veramente bene per i tempi che correvano: le animazioni donavano al gioco una buona dose di realismo ed eseguire le combo è ancora oggi appagante.

Dalle stelle alle galassie, il manuale secondo Namco

Tekken 2, in un certo senso, appariva ancora troppo simile al competitor di Sega, ovvero Virtua Fighter. Il gioco di Namco divenne famoso principalmente grazie alla console di Sony, ma non era abbastanza. Per questo, un anno dopo l’uscita di Virtua Fighter 3, la casa nipponica decise di mostrare il suo nuovo Tekken 3 con un trailer dedicato ad un evento per giochi arcade, ottenendo il riscontro positivo desiderato.

La gente rimase sbalordita e, quando nel 1998 uscì tra gli scaffali, Tekken 3 tenne fede alle promesse fatte. La fluidità di gameplay era (ed è ancora) davvero stupefacente considerando che era un gioco Playstation 1: io, che l’ho giocato da poco, ho trovato ancora gratificante ogni singolo colpo, anche a distanza di quasi trent’anni dall’uscita.

La facilità con cui si possono concatenare tutte le mosse con così tanta fluidità dona una sensazione di realismo e di immedesimazione senza precedenti soprattutto per l’epoca. Tekken 3 sembrava capace di teletrasportare il videogiocatore all’interno di quello che sta accadendo a schermo in quel momento.

Tekken 3 è diventato famoso anche per la meccanica del sidestep: premendo due volte il tasto per saltare o per abbassarsi, il nostro PG può fare un passo in profondità verso di noi o dalla parte opposta, aggiungendo la possibilità di poter attaccare su più lati e non solo frontalmente.

Tutto ciò avviene in armonia con la telecamera dinamica, che segue i movimenti dei nostri personaggi anche durante le animazioni di grappling, donando delle azioni sempre in movimento per ogni livello che affronteremo.

Una struttura di gioco diversa

Tekken 3 K.O.

Gli avversari da battere sono sempre i classici dieci, ma con un’eccezione: chi ha giocato i primi due capitoli sa che per ogni personaggio che scegliamo è presente un rivale dedicato che troveremo negli ultimi livelli del gioco.

Tekken 3 invece ci propone dieci livelli come sempre, ma i primi otto avversari sono randomici mentre gli ultimi due, che sono i boss finali, sono sempre gli stessi. Questo perché la storia del gioco non è più incentrata sulle singole rivalità tra i membri del roster, ma tutti insieme dovranno unire le forze per sconfiggere i due nemici in comune.

Per quanto riguarda la difficoltà, non ci sono più tutti quegli stratagemmi usati per rendere il gioco più difficile, ma che in realtà facevano solo arrabbiare il giocatore. Ora infatti il nostro personaggio, se viene scaraventato a terra, si rialzerà quasi subito, in linea con la rapidità del gioco.

I combattimenti, oltre a essere veloci, risultano perfettamente bilanciati. Sin dalla prima partita si ha la sensazione di poter battere chiunque e che basti solo trovare il modo giusto per farlo. Ora infatti non troveremo più un Lee che spara calci a raffica senza mai fermarsi e senza poterlo mai interrompere.

Prendendo spunto da quello che è stato fatto nel precedente capitolo, Namco ha deciso di tenere le modalità che hanno contribuito a prolungare la vita del gioco, ma con alcune aggiunte.

Come nel prequel sono ancora presenti le modalità Sopravvivenza, Squadre e Pratica, ma viene aggiunta la Tekken Force Mode, una modalità alla Double Dragon dove camminando con il nostro personaggio dovremo sconfiggere i membri della Tekken Force. Abbiamo poi la modalità chiamata Tekken Ball Mode, dove dovremmo letteralmente fare una partita a pallavolo colpendo la palla con pugni e calci.

Cosa ha reso Tekken 3 memorabile

Tekken 3 gameplay

Se qualcuno ha buon gusto lo piò notare subito e Namco, all’epoca, ha dimostrato di averne a vagonate. Per esempio, vogliamo parlare di quanto sono belle le aree di combattimento? Come nel prequel, gli sviluppatori hanno creato per ogni personaggio un’arena dedicata. La cosa che mi ha sorpreso è la sensazione di unicità che ho provato nel vedere quei posti virtuali.

Infatti sono riusciti a creare delle mappe diversificate tra loro, inserendo degli elementi in grado di renderle facilmente distinguibili fin da subito. Inoltre, se si conosce la storia dei personaggi, risulta facile capire perché ad ogni personaggio è stata assegnata quella determinata zona, dando cosí una sensazione di coerenza.

Il tutto è accompagnato da una colonna sonora che ancora oggi risulta essere fuori di testa: Tekken 3 infatti ha un accompagnamento musicale di tutto rispetto che risuona ancora nelle memorie dei giocatori.

Tutto il merito va a Nobuyoshi Sano, che ci ha saputo davvero fare riuscendo a creare qualcosa che richiamasse lo stile rivoluzionario del gioco. Harada, il direttore di Tekken 3, racconta su Playstation Blog :

Ero un grande fan di Sanodg (Nobuyoshi Sano, ndr), per cui ho pensato di coinvolgerlo nel progetto ma a volte avevamo opinioni divergenti. Il concetto di Digital Rock era troppo alla moda e difficile da comprendere per noi. Disse che il suono digitale era il futuro e alla fine mi decisi ad
affidargli l’intera direzione della musica, la quale si è rivelata una scelta giusta.

La bellezza del titolo si vede anche nei particolari più piccoli, come il vestiario dei personaggi: nessuno può dimenticare i pantaloni fiammeggianti di Jin Kazama, la tuta di Eddy o i pantaloni FILA abbinate a delle scarpe leggere e sportive di King. Gli sviluppatori sono riusciti nell’intento di creare un abbigliamento univoco, in linea con i
tratti caratteriali dei personaggi, rendendoli così iconici.

Perché Tekken 3 ha cambiato la storia del picchiaduro

In quegli anni il titolo di “miglior picchiaduro 3D” era conteso tra Tekken e Virtua Fighter di SEGA, ma alla fine degli anni ’90 il vincitore indiscusso fu il titolo di Namco. Chiedersi a questo punto il perché è assolutamente lecito, dato che le risposte sono molteplici.

Per quanto io sia un fan della serie di Tekken, devo ammettere che, graficamente, il titolo di SEGA è nettamente migliore, grazie al fatto che il Dreamcast era più potente della console di Sony. I fondali, i movimenti dei personaggi e il comparto tecnico generale sono alcuni degli aspetti su cui Virtua Fighter 3 predomina a mani basse su Tekken 3. Ma allora cosa ha spinto i fan a preferire il secondo rispetto al primo? Perché Tekken 3 è uno dei migliori picchiaduri di tutti i tempi?

Il segreto del successo

La risposta è da ricercarsi tra diversi fattori: prima di tutto bisogna considerare come la Namco ai tempi prese la decisione di far uscire il suo titolo su PlayStation e non su Dreamcast. Infatti, per quanto potesse essere più potente, non era così popolare come la console di Sony, che era diventata un’icona pop.

A causa di alcune meccaniche, il gameplay di Virtua Fighter era molto più complesso di quello di Tekken. Per fare il famoso sidestep bisognava fare una combinazione di tasti molto più lunga e difficile rispetto a premere il tasto su (o giù) velocemente per due volte di seguito.

Il gameplay del titolo SEGA era indirizzato a chi aveva già famigliarità con i titoli precedenti, mentre Namco ha preferito fare un “piccolo reboot”, mantenendo comunque una certa continuità con i prequel.

Infine ecco il motivo più importante: i personaggi erano davvero caratterizzati al meglio, con delle musiche e delle arene che richiamavano sempre il combattente a cui erano dedicate. Tutto ciò ha contribuito, un po’ come Ryu di Street Fighter o Scorpion di Mortal Kombat, a rendere determinati personaggi veramente famosi e iconici, il tutto sulla console più venduta degli anni ’90.

Tutte ciò ha contribuito a rendere Tekken 3 quello che è diventato: un prodotto che è riuscito a far parlare di sè anche fuori dal mondo videoludico, diventando un’ icona POP riconosciuta da chiunque.

E questi sono i motivi che hanno portato Tekken 3 a fare la storia dei videogiochi. E voi cosa ne pensate? Lo avevate già giocato o non lo avete mai provato finora? Fatecelo sapere sotto nei commenti e ricorda di seguirci per non perdere i prossimi articoli! E già che ci sei, perchè non dai uno sguardo alla nostra recensione su Tekken 8?

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Tekken 8 – Recensione

Finalmente ci siamo. Dopo estenuanti mesi di attesa, Tekken 8, l’ultimo capitolo della leggendaria saga Bandai Namco, è finalmente arrivato. A quasi sei mesi di distanza dall’uscita della demo giocabile, Tekken 8 si mostra ora in tutta la sua interezza. Riuscirà questo nuovo capitolo a rivelarsi degno dell’eredità che porta? O finirà schiacciato dalla durissima concorrenza di titoli come Street Fighter 6 e Mortal Kombat 1? Dopo un esame approfondito siamo pronti a condividere con voi le nostre riflessioni in questa recensione di Tekken 8.

Tanta carne al fuoco

Il primo aspetto a balzare all’occhio caricando per la prima volta Tekken 8 è il gran numero di modalità che mette a disposizione. Prendendo esempio dall’ottimo lavoro fatto da Capcom con Street Fighter 6, anche Bandai Namco propone un’offerta davvero vasta e completa, anche per il single player. Non si tratta del Tekken con l’offerta migliore in assoluto, ma le possibilità restano numerose e varie.

Oltre all’ormai immancabile modalità storia, Tekken 8 propone infatti la battaglia arcade, il ritorno del Tekken Ball e una nuovissima modalità denominata Arcade Quest. Andiamo ad analizzarle nel dettaglio.

Il risveglio dell’oscurità

La trama principale di Tekken 8 è narrata nella modalità denominata: “Il Risveglio dell’oscurità”. In modo analogo a quanto visto in Tekken 7, questa modalità alterna una serie di battaglie a filmati che vanno via via a mostrare l’evolversi della vicenda. Per chi si fosse perso parte della storia, il gioco mette a disposizione anche una galleria, con una serie di filmati recap sugli episodi passati della serie. Ad essi vanno ad aggiungersi i filmati che il giocatore sblocca procedendo nel gioco.

La storia di Tekken 8, pur senza far gridare al miracolo, resta abbastanza godibile e in linea con la serie. La vicenda vede fondamentalmente un gruppo dei combattenti protagonisti, con Jin Kazama in testa, cercare di opporsi allo strapotere di Kazuya Mishima. Dopo essersi finalmente liberato del padre Heiachi al termine di Tekken 7, il malvagio leader della G corporation, forte dei poteri del Devil Gene, tenta infatti di plasmare il mondo intero a sua immagine. E quale modo di farlo se non attraverso un bell’Iron Fist Tournament aperto a tutto il globo?

L’aspetto che più colpisce di questa modalità è il suo essere volutamente molto sopra le righe e a tratti abbastanza tamarra. Tra furibonde battaglie campali a suon di mitra e motociclette futuristiche, scontri in grado di sbriciolare intere città ed entità demoniache che si affrontano sospese sulle asteroidi, Il Risveglio dell’oscurità riesce ad intrattenere piuttosto bene senza mai annoiare.

Ci hanno colpito soprattutto un paio di colpi di scena nel finale. Siamo certi che le rivelazioni qui presentate saranno alla base degli sviluppi della storia di Tekken nei prossimi episodi. Unica pecca è la mancanza di approfondimento di molti dei personaggi. Tuttavia, la saga di Tekken si è da sempre focalizzata su pochi eletti. Inoltre risulta davvero arduo dare il giusto spazio a ognuno con un roster così vasto.

Interessante anche la presenza di una serie di scontri che vedono il nostro personaggio affrontare orde intere di nemici. Queste sezioni di gioco ci hanno riportato alla mente la vecchia (e dimenticabile) modalità Tekken Force e sono una sorta di musou coi comandi di Tekken. Nel complesso, anche se non lunghissima, la modalità storia resta piacevole e intrigante al punto giusto.

Ad ognuno il suo

Accanto alla storia principale Tekken 8 offre anche gli Episodi Personaggio. Si tratta di una serie di cinque scontri dedicati ad ognuno dei protagonisti, al termine dei quali si sbloccherà un filmato conclusivo. Non si tratta di storie ufficiali, ma di una sorta di What if?. Questi episodi infatti mostrano scenari focalizzati sul personaggio, a volte in contrasto con quanto mostrato nella storia principale. Si tratta spesso di finali volutamente ironici e leggeri, che strizzano l’occhio ai filmati dei primi episodi della saga.

Battaglia Arcade invece è la classica serie di scontri, culminante nella battaglia con un boss finale. Questa modalità risulta utile solo per qualche partita veloce o per permettere di accumulare in tempi rapidi crediti da spendere per personalizzare il nostro personaggio.

Tekken Ball infine è una bizzarra modalità a metà strada tra una scazzottata e una partita di beach volley. Apparsa per la prima volta in Tekken 3, questo strano mini-gioco ritorna pressoché invariato in questo ottavo capitolo. Per ottenere la vittoria dovremo azzerare la vita dell’avversario, ma potremo farlo solo colpendolo col pallone, dopo aver caricato quest’ultimo coi nostri colpi. In alternativa, è anche possibile danneggiare l’avversario facendo toccare al pallone il terreno nella sua metà campo. Si tratta di una modalità leggera e divertente, che conferisce a Tekken 8 ulteriore varietà. Nulla di troppo profondo, si intende, ma nel complesso abbattere l’avversario a pallonate resta ancora spassoso.

Alla conquista del mondo arcade!

Tra le nuove modalità, quella che ci ha colpito più positivamente è certamente l’Arcade Quest. Una volta avviata l’avventura, dovremo anzitutto crearci un avatar, che potremo personalizzare in tutta libertà.

Tekken 8, sia per quanto riguarda il nostro avatar che per i vari lottatori selezionabili, offre davvero moltissimo spazio alla personalizzazione. In un’apposito menù sarà infatti possibile sia variare l’abbigliamento dei nostri personaggi, sia acquistare nuovi costumi, oggetti e pettinature varie. Tutti questi elementi sono acquistabili tramite la moneta di gioco, accumulabile con le varie modalità single player. Vedremo se anche Tekken 8 subirà l’ormai consueta invasione di skin e abiti a pagamento.

Tornando ad Arcade Quest, terminata la creazione dell’avatar il giocatore deve intraprendere un viaggio alla conquista delle principali sale-giochi dedicate a Tekken. Sotto la guida di Max, il nostro mentore, dovremo superare una serie di sfide per progredire con la trama e sbloccare via via nuove sale arcade.

Queste sfide consistono solitamente nel raggiungere un determinato rango all’interno della sala. Per farlo, è sufficiente sfidare e battere i vari giocatori presenti. Per ottenere ricompense bonus, però, occorre anche soddisfare una serie di requisiti, come, ad esempio, eseguire almeno due prese in un round o ricorrere a determinate mosse.

La modalità Arcade Quest funge anche da tutorial, dal momento che, nel nostro viaggio, Max ci illustra gradualmente tutte le principali meccaniche di Tekken 8, compresi alcuni concetti avanzati come le combo aeree o l’abilità nel punire gli attacchi avversari.

Abbiamo trovato davvero interessante questa nuova modalità. Sebbene non troppo longeva, l’Arcade Quest regala diverse ore di gioco agli amanti del single player e propone qualcosa di inedito all’interno della saga di Tekken. Da fan della saga, non ho potuto non notare la somiglianza con la modalità Quest di Virtua Fighter 4 Evolution. Del resto, quando un’idea è valida, perché non riproporla?

In particolare, ci ha colpito la caratterizzazione delle varie sali giochi. Ognuna infatti presenta un ambiente unico e ben definito. Si parte dalle atmosfere periferiche e scanzonate del Gong, la sala iniziale, fino alla lussuosa sede del sovraffollato ed ultracompetitivo Tekken World Tour.

Anche i personaggi in cui ci siamo imbattuti nel corso dell’avventura sono parsi nel complesso avere un proprio carisma. Pur ricalcando diversi stereotipi legati ai frequentatori delle sale giochi, i vari avatar incontrati riescono a non essere ripetitivi e a risultare piuttosto simpatici. Procedendo in questa modalità il giocatore ha la possibilità di sbloccare la super battaglia fantasma, su cui torneremo tra un attimo.

La pratica rende vincenti

Non manca naturalmente la classica modalità allenamento, che si presenta davvero ricca e completa. Sono davvero tantissime le opzioni a disposizione del giocatore, che potrà scegliere se concentrare il suo allenamento sull’attacco, sulla difesa o sulle combo. É di nuovo possibile anche registrare intere stringhe di attacchi del personaggio avversario e farle riprodurre dalla cpu in ogni momento, in modo da studiare le risposte migliori ad ogni situazione.

Tekken 8 però riesce a mostrare il meglio di se nella gestione dei replay. Non solo infatti è possibile visionare sia i propri replay che quelli degli altri giocatori nei minimi dettagli, ma viene addirittura data la possibilità di interagire con essi. Durante la riproduzione, infatti, la cpu evidenzia alcuni momenti chiave dello scontro. In questi frangenti, è possibile riprendere il controllo del nostro personaggio per provare a reagire in maniera differente e verificare i risultati.

Bandai Namco merita davvero un plauso per queste scelte, che non solo spingono il giocatore a cercare di migliorarsi ed imparare dagli errori, ma gli forniscono tutti gli strumenti per farlo. Un attento studio delle proprie partite infatti permette ad ogni giocatore di comprendere in fretta gli errori più ricorrenti e suggerisce anche modi per evitarli.

Tekken 8 e la rete

Tekken 8

Veniamo ora ad analizzare le varie modalità online. Anche in questo caso, Bandai Namco mostra di aver imparato dalla concorrenza. Oltre alle consuete sfide amichevoli o classificate Tekken 8, in modo simile a quanto fatto da Street Fighter 6, propone una lounge di combattimento. Si tratta di una vera e propria sala giochi virtuale, in cui il nostro avatar è libero di interagire con gli altri giocatori presenti nel server.

La lounge è divisa in tre sezioni: l’ingresso, la sala di combattimento, il dojo (dedicato all’allenamento), la spiaggia, dove è possibile sfidare gli amici a Tekken Ball e il negozio, dedicato all’acquisto di oggetti ed accessori sia per il nostro avatar che per i vari personaggi del gioco.

All’interno della lounge, oltre a poter sfidare gli avatar dei giocatori in partite veloci o classificate, potremo chiedere l’oro l’amicizia, seguire i giocatori che più ci colpiscono e persino scaricare e sfidare i loro fantasmi. Cogliamo quindi l’occasione per parlare di un’altra novità, ovvero la già citata Super Battaglia Fantasma.

Peggiori nemici di noi stessi

Nel corso della storia dell’Arcade Quest, ad un certo punto il giocatore viene trasportato in un misterioso spazio chiamato sfida finale. Qui il nostro mentore Max ci proporrà di sfidare il nostro fantasma.

I fantasmi non sono altro che copie virtuali dei giocatori, guidati da un’intelligenza artificiale. Affrontandolo, il fantasma migliora progressivamente, registrando i dati delle nostre battaglie e imparando a riprodurre il nostro stile e le nostre tecniche ricorrenti. Anche in questo caso, si tratta di un’idea davvero interessante e stimolante, che offre un ulteriore strumento di crescita e miglioramento per ogni giocatore.

A rendere il tutto ancora più interessante, Tekken 8 offre anche la possibilità di scaricare i fantasmi dei giocatori incontrati nella lounge di combattimento. Questo permette l’opportunità di impratichirsi contro stili di gioco particolarmente ostici. Possiamo incontrare i fantasmi anche all’interno della Battaglia Arcade e dell’Arcade Quest. In questo caso, tuttavia, si tratta di semplici riproduzioni basati sui dati di vari giocatori.

I fantasmi, oltre a rendere le partite più varie ed interessanti, sono la dimostrazione più tangibili dei progressi compiuti da Tekken nell’ambito dell’intelligenza artificiale della CPU. Intendiamoci, i fantasmi che abbiamo visto in azione sono tutt’altro che perfette riproduzioni del giocatore e spesso imitano in modo approssimativo lo stile da cui sono plasmati. Vedremo se col tempo anche l’intelligenza di queste copie digitali andrà migliorando.

Problemi di stabilità

Per concludere la nostra disamina delle modalità online, non possiamo purtroppo non parlare di alcuni problemi riscontrati nella stabilità della connessione.

Sebbene infatti Tekken 8 utilizzi il rollback nectode, questa meccanica non è stata implementata in maniera completamente ottimale. Purtroppo, risulta difficile adattare il rollback ai picchiaduro 3D a causa dell’altissimo numero di possibilità che questo tipo di giochi prevede.

Intendiamoci, rispetto al settimo capitolo la situazione è molto migliorata. Nella maggior parte dei casi, le partite si svolgono in maniera fluida e con pochi problemi. Tuttavia, ci siamo imbattuti in vari rallentamenti e salti di frame, anche in partite con qualità della connessione di intensità medio-alta. Un peccato davvero. Abbiamo in parte ovviato il problema ritoccando le opzioni e privilegiando la fluidità, ma questo ha portato talvolta a letture errate dei nostri input. Speriamo che bandai Namco abbia la possibilità di migliorare la situazione già coi prossimi aggiornamenti.

Un grande miglioramento

Tekken 8

Dopo aver esaminato le numerose modalità di Tekken 8, veniamo finalmente a parlare del gioco vero e proprio. Con nostra somma gioia, Bandai Namco sembra aver preso seriamente i numerosi feedback ricevuti dalla community sulla versione alpha del gioco, ed è riuscita a migliorare letteralmente ogni aspetto dell’esperienza.

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I migliori picchiaduro di sempre

Lotte pirotecniche

A livello grafico, Tekken 8 è una vera meraviglia. I combattenti sono dettagliatissimi e mostrano un numero enorme di differenti espressioni facciali. Anche le animazioni sono fluide, veloci ed estremamente dinamiche. Come sempre, il gioco da’ il meglio di sé con gli spettacolari effetti legati agli attacchi, soprattutto quelli speciali, che vanno a generare un vero arcobaleno di luci, colori ed esplosioni.

Gli scenari, che nella demo non ci avevano convinto troppo, ora appaiono molto più caratterizzati, puliti e ricchi di dettagli e animazioni. I vari sfondi mostrano anche un’ottima varietà e spaziano da santuari nascosti nel cuore del bosco ad asteroidi sospese in cielo.

Anche il comparto sonoro appare molto più curato e coinvolgente. Le tracce del gioco spaziano da brani a base rock o techno a musiche più dolci e spirituali. Diversi brani hanno anche una base cantata, che li rende ancor più coinvolgenti e orecchiabili. Numerose tracce, soprattutto nella modalità storia, vanno palesemente ad omaggiare le colonne sonore dei primi capitoli della saga, rendendole allo stesso tempo più moderne e appetibili.

Tra tradizione ed innovazione

Veniamo finalmente a parlare del gameplay, elemento cardine del gioco. Se ricordate, la nostra prova sul campo della demo ci aveva lasciati con qualche perplessità. Destavano preoccupazione soprattutto l’eccessiva frenesia del ritmo del gioco e le novità legate all’heat system, che appareva piuttosto sbilanciato. Fortunatamente, gli sviluppatori sono riusciti a fugare ogni nostro dubbio.

Intendiamoci, Tekken 8 conferma molte delle nostre impressioni. Si tratta di un titolo estremamente frenetico e veloce, con incontri dal ritmo davvero forsennato. Tuttavia, l’anima di Tekken c’è e si fa sentire. La conoscenza del moveset dei lottatori, il tempismo, l’attenzione agli spazi e soprattutto la capacità di saper prevedere e punire gli attacchi avversari restano la base per il successo, soprattutto nella modalità online.

Abbiamo ritrovato in Tekken 8 quella stessa formula vincente, fatta di un perfetto equilibrio tra accessibilità e profondità, che ha sempre contraddistinto questa serie, permettendole di essere, di fatto, l’unica saga di picchiaduro 3d ancora sulla cresta dell’onda.

Risulta però innegabile che Tekken 8 strizzi marcatamente l’occhio ai neofiti. In generale, tutti i personaggi, con pochissime eccezioni, appaiono decisamente accessibili, almeno per quanto riguarda le basi. Certo, è ancora troppo presto per parlare di bilanciamenti ed equilibri. L’impressione generale però è che si sia cercato il livellamento potenziando praticamente ogni membro del roster. Non ci è mai capitato di provare un personaggio e di trovarlo pessimo o significativamente più debole degli altri. Saranno i primi tornei a darci un quadro più preciso.

Parlando del roster, Tekken 8 mette a disposizione ben 32 combattenti. Si tratta in quasi tutti i casi di volti già noti, rimasti fedeli allo stile di lotta che li ha sempre contraddistinti. Tra le esclusioni importanti ricordiamo Julia, Eddie/Christie e Lei. Come new entry abbiamo Victor Chevalier, uno dei capi della resistenza, Reina, giovane lottatrice con un misterioso legame con la famiglia Mishima e Azucena Ortiz, strampalata lottatrice amante del caffè ed esperta di MMA. Proprio quest’ultima appare il personaggio meno azzeccato, non tanto per il suo gameplay, basato sulla velocità e sull’uso di prese e striking, quanto per il suo essere davvero troppo strana e sopra le righe.

Tornando al discorso accessibilità, Tekken 8 propone anche dei controlli semplificati, chiamati comandi speciali. essi possono essere attivati in ogni momento dello scontro tramite la pressione del tasto L1. Intendiamoci, non si tratta assolutamente di un significativo cambio nello stile, come avviene coi comandi moderni di Street Fighter 6, che risultano efficaci anche in ambito competitivo. I comandi speciali sono semplicemente un aiuto per l’esecuzione di comandi o sequenze che potrebbero risultare difficili. Li consigliamo soprattutto per impratichirsi con le prime combo.

Potere del calore

Come ben sa chi ha provato la demo, la novità principale del combat system di Tekken 8 è costituito dal sistema Heat. In pratica, sotto la barra dell’energia si trova ora anche un’altra barra, denominata heat. Una volta attivata, il nostro personaggio entra in uno stato di potenziamento. In questa condizione i suoi attacchi risultano più dannosi e provocano danno anche in parata. La barra andrà consumandosi nel tempo finchè, una volta esaurita, porrà fine allo stato di heat. La barra non può essere ricaricata in alcun modo, ma si riempie completamente tra un round e l’altro.

tekken 8

Durante lo stato di Heat è anche possibile eseguire l’Heat Smash, potentissimo attacco in combo che causa danni ingenti azzerando immediatamente la barra heat. Si tratta, insieme alla Rage Art (super mossa eseguibile solo quando l’energia del lottatore sta per esaurirsi), della nostra risorsa più potente in assoluto.

Lo stato di Heat può essere attivato tramite l’Heat Burst, un attacco frontale che va ad innescare lo stato di Heat, oppure con gli Heat Engager, una serie di attacchi, diversi per ogni personaggio, che, se mandati a segno, attivano automaticamente l’heat. Premendo rapidamente due volte lo stick direzionale durante un engager è possibile attivare anche l’Heat Dash, rapidissimo scatto che, sacrificando parte della barra heat, funge da estensione per le combo, in modo simile al drive rush di Street Fighter 6.

Tutti questi potenziamenti ci avevano parecchio preoccupati. Temevamo che la loro eccessiva forza si trasformasse in un abuso di queste meccaniche da parte dei giocatori, a discapito di tutto il resto del meve set. Fortunatamente, questo non è avvenuto. Le meccaniche Heat, per quanto potenti, sono ben inserite nel contesto e non vanno a stravolgere in maniera eccessiva il gameplay. Intendiamoci, si tratta sicuramente di attacchi potenti e spesso risolutori, ma il loro utilizzo richiede molta pratica e una conoscenza delle situazioni più adeguate in cui utilizzarli. Eccedere nel loro utilizzo porta inevitabilmente a diventare prevedibile ed espone al rischio di pesanti punizioni da parte dell’avversario.

In ultimo, parliamo del recupero dell’energia. Una parte del danno che si subisce, in particolare quello derivato dalla parata degli attacchi e dalle combo aeree, rimane evidenziato in grigio. Il giocatore, mettendo a segno a sua volta una serie di attacchi, ha la possibilità di recuperare gradualmente quell’energia. Questa possibilità sfuma qualora l’attacco del giocatore vada completamente a vuoto.

Personalmente, abbiamo trovato questa meccanica molto più bilanciata rispetto alla demo, sebbene non siamo rimasti troppo entusiasti di essa. Un uso attento dell’Heat permette un recupero rapidissimo dell’energia persa e genera ribaltamenti davvero rocamboleschi. D’altro canto, è certamente una buona idea fornire una possibilità di recupero dai danni, spesso eccessivi, derivati dalle combo aeree.

Conclusione

Tekken 8 è senza dubbio il miglior picchiaduro 3D in circolazione e, assieme a Street Fighter 6, è probabilmente il miglior gioco di combattimento in assoluto. Un titolo moderno, con una grafica scintillante e un gameplay in grado sia di divertire i novellini sia di appassionare gli amanti del gioco competitivo ad alti livelli. L’enorme numero di contenuti, anche per il single player, rende l’esperienza longeva e in grado di intrattenere anche i non amanti dell’online.

Se siete fan della saga o del genere picchiaduro l’acquisto è praticamente obbligato, poiché Tekken 8 è un lavoro coi controfiocchi. Se invece non giocato a questo tipo di giochi da parecchio ma avete giocato a Tekken in passato, potrebbe essere davvero l’occasione buona per tornare a divertirvi con questa mitica serie.

Dettagli e Modus Operandi
  • Piattaforme: PS5, Xbox Series S/X, PC
  • Data uscita: 26/01/2024
  • Prezzo: 69,99 €

Ho provato il gioco a partire dal day one su PlayStation 5 grazie a un codice fornito dal publisher.

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News

Tekken 8: riparte il Tekken World Tour

Mancano ormai solo una manciata di giorni all’uscita di Tekken 8, ultimo episodio della celeberrima serie di picchiaduro. Dopo gli ultimi, succulenti trailer, Bandai Namco ha da poco annunciato anche il ritorno del Tekken World Tour. Il principale circuito competitivo legato a Tekken tornerà ad aprile e, per la prima volta, sarà incentrato proprio su Tekken 8. Arslan Ash, dunque, laureatosi campione dell’ultimo Tekken World Tour 2023, passerà alla storia come l’ultimo campione di un evento dedicato a Tekken 7.

Il nuovo Tour potrà godere del supporto di marchi decisamente prestigiosi, come Chipotle, Venum e Victrix by PDP. Inoltre, la prestigiosa competizione partirà in concomitanza con MASTER+ EVO Japan 2024, che si terrà tra il 27 e il 29 aprile di quest’anno.

Tekken World Tour vedrà finalmente il ritorno delle competizioni in presenza del circuito MASTER+, MASTER, CHALLENGER e DOJO. I migliori giocatori di ognuno di questi eventi saranno premiati con dei punti che determineranno le graduatorie regionali e globali, utili per avanzare alle finali globali e avere la possibilità di conquistare il titolo di Campione Mondiale.

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Tekken 8: abbiamo provato la demo

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Editoriali

I migliori picchiaduro del 2022

Ah, i picchiaduro! Certamente oggi quello dei beat-them-up non è il genere videoludico più popolare né quello maggiormente al centro dell’attenzione di pubblico e critica. Tuttavia, se con un bel tuffo nel passato ci spostassimo negli ormai lontani anni novanta, troveremmo una situazione ben diversa. In quegli anni, infatti, i picchiaduro, in particolare quelli 1vs1, erano i dominatori incontrastati nel settore, sia per quanto riguarda le console casalinghe sia all’interno delle mai troppo compiante sale giochi. In esse infatti ogni giorno plotoni interi di ragazzi (e non solo) erano pronti a darsi battaglia in sfide all’ultimo sangue ai vari Street Fighter, Mortal Kombat, Fatal Fury e compagnia cantante. Un esempio emblematico di questa situazione era il Neo-Geo, la famosa console SNK, il cui parco titoli era formato praticamente per il 70% da picchiaduro.

Un esempio di sala arcade anni 90, culla del genere dei picchiaduro

Un genere per pochi

Oggi, come già detto poc’anzi, la situazione è molto cambiata. L’enorme diffusione dei giochi mobile e la predilezione dei videogiocatori per altri generi ha relegato i picchiaduro a genere riservato solo agli appassionati. Una delle ragioni di questa situazione è sicuramente da ricercarsi nell’intrinseca difficoltà del genere. Certo, chiunque può prendere in mano un pad e tentare di farsi valere pigiando i tasti alla bell’e meglio. Tuttavia, imparare a giocare in modo corretto ed efficace a un qualsiasi gioco di questo genere richiede tempo, pazienza e allenamento. E non tutti i giocatori sono disposti a sottoporsi a queste condizioni.

Tuttavia proprio la complessità e la profondità di questo genere gli ha permesso di assumere un ruolo di primo piano all’interno del mondo degli esports.

EVO 2022, il più grande torneo di picchiaduro al mondo

Sono numerosissimi infatti i tornei e le manifestazioni, interamente dedicati ai picchiaduro, primo tra tutti il famoso EVO, torneo di livello mondiale che ogni anno ospita i migliori giocatori da tutto il mondo pronti a darsi battaglia coi più famosi picchiaduro sulla piazza.

Ma quali sono oggi i migliori titoli legati al genere Beat them up? È proprio quello che scopriremo all’interno di questo articolo, con una panoramica dei titoli più importanti e famosi del momento. Cercheremo di mostrare cosa caratterizza maggiormente ognuno di questi giochi, in modo da renderci conto di quanto vasto e frastagliato sia il mondo dei giochi di combattimento 1vs1.

Miglior Picchiaduro 3D: Tekken 7

Visto l’ondata di popolarità portata al titolo Bandai Namco dalle recente serie di animazione apparsa su Netflix (Tekken Bloodlines) inizieremo il nostro viaggio proprio dall’ultimo esponente della gloriosa saga di Tekken, ovvero Tekken 7.

Miglior Picchiaduro 3D: Tekken 7
Tekken 7, per molti versi è tuttora il dominatore dei picchiaduro 3D

La Saga dei Mishima

Nata nell’ormai lontano 1994 in sala giochi, la serie di Tekken è senz’altro una delle più famose e iconiche all’interno del panorama dei picchiaduro ed è quasi certamente il picchiaduro in grafica 3D più famoso al mondo.

Punti di forza di questa saga sono da sempre la trama, la forte caratterizzazione dei personaggi e il fortissimo equilibrio del suo gameplay. Tutte caratteristiche che ritroviamo espresse al massimo del loro potenziale in Tekken 7.

Il gioco presenta una solida modalità storia, che permette sia di vivere le vicende principali della trama del gioco sia di approfondire le singole storie dei personaggi. La trama della serie Tekken ruota intorno alle faide interne della terribile famiglia Mishima, dominatrice della Mishima Zaibatsu, la più grande multinazionale del mondo. Un ruolo chiave è anche svolto dal Devil Gene, misterioso gene in grado di donare a chi ne è in possesso tremendi poteri demoniaci. La modalità storia di Tekken 7 narra di un punto di svolta epocale all’interno di queste vicende.

Un party molto affollato

Tekken 7 presenta anche un roster solidissimo, con ben 54 lottatori (contando naturalmente anche i DLC), quasi tutti con uno stile di lotta unico. Per l’occasione, Bandai Namco ha aperto le porte anche ad alcune guest star, come Akuma di Street Fighter o Noctis di Final Fantasy XV. Anche sul versante tecnico, è stato fatto un lavoro davvero egregio, con grafica e animazioni che ancora oggi, a 7 anni dall’uscita, non sfigurano minimamente. Anche il comparto sonoro si presenta assolutamente all’altezza, con una serie di tracce rock e techno molto azzeccate e d’atmosfera. Ma concentriamoci ora sul gameplay, aspetto che più ci interessa.

Akuma di Street Figther è stato aggiunto su Tekken 7

Parola d’ordine: profondità

Come abbiamo già precisato, Tekken 7 è un picchiaduro 3D a tutti gli effetti. Ciò significa che ai lottatori è possibile spostarsi non solo lungo il loro asse orizzontale, ma anche in profondità, sia tramite spostamenti e schivate laterali, sia attraverso una serie di mosse che porteranno automaticamente il lottatore a muoversi attraverso  lo spazio di gioco e attaccare lateralmente, rendendo vani eventuali contrattacchi.

I pulsanti di attacco sono solamente 4, due pugni e due calci, mentre la parata avviene automaticamente premendo indietro. Ogni lottatore dispone di un numero di mosse molto elevato, che dovranno essere memorizzate (almeno in parte) per permettere di ottenere risultati soddisfacenti. Vi è poi una super mossa, attivabile solo quando l’energia rimasta raggiunge un livello molto basso, in grado di ribaltare totalmente l’esito di uno scontro (nonché di generare effetti speciali davvero spettacolari).

Gameplay

La curva di apprendimento del gioco non si presenta eccessivamente ardua e anche un giocatore novizio potrà riuscire a destreggiarsi in maniera efficace. Tuttavia, quando si passa al lato competitivo, le cose cambiano radicalmente. Come spiegato più sopra, i combattenti hanno la possibilità di muoversi in uno spazio tridimensionale. Ebbene, la gestione di questo spazio rappresenta proprio la chiave per comprendere la reale profondità del gioco.

La chiave per giocare a Tekken ad alti livelli è infatti imparare a muoversi correttamente intorno all’avversario, con vari movimenti che lascino sempre al nostro lottatore la possibilità di colpire e allo stesso tempo fungere da “esca”, in modo da mandare a vuoto un attacco avversario e innescare facilmente il proprio contrattacco.  Un altro aspetto fondamentale è il cosiddetto calcolo dei frames, ovvero la durata delle mosse. Comprendere questa meccanica rende il giocatore in grado di diventare padrone degli scambi e in grado di mantenersi costantemente in vantaggio.

Kazuya Mishima

Combo aeree

L’ultimo fondamentale elemento sono le combo aeree, croce e delizia di ogni giocatore di Tekken e che  spesso rappresentano la chiave per la vittoria. In Tekken, infatti, una volta che si viene lanciati in aria, si resta completamente indifesi. Questo, naturalmente, permette all’avversario di inanellare una serie di mosse una dietro l’altra che talvolta riescono persino a prosciugare la barra della vita senza che il malcapitato che le subisce abbia alcuna opzione di difesa (sebbene in Tekken 7 sia stata inserita una meccanica che va a diminuire costantemente la percentuale di danno subita da queste situazioni). È chiaro quindi come, per un giocatore esperto, risulti fondamentale imparare a memoria queste combo e le situazioni in cui iniziare a inserirle.

Questo è, in sostanza, il gameplay di Tekken 7, un gioco fondato su tempismo, controllo e abilità nelle combo. Tutti questi elementi, combinati insieme, danno spesso vita a scontri assolutamente spettacolari. Una nota di merito va agli effetti di rallenty che vanno a enfatizzare i momenti dello scontro in cui due lottatori attaccano quasi in contemporanea, rendendo incerto fino all’ultimo millisecondo chi sarà a colpire per primo.

Picchiaduro 3D: menzione d’onore

Altri picchiaduro 3D in qualche modo simili a Tekken sono per esempio la serie Soul Calibur, arrivata al sesto episodio. Vi è poi, Dead Or Alive di Tecmo. Per chi invece cercasse un titolo in 3D ancora più profondo e complesso, la scelta non può che cadere sulla saga Virtua Fighter di SEGA.

Miglior Picchiaduro in “finto” 3D: Mortal Kombat 11

E veniamo ora a parlare di Mortal Kombat, serie che, nonostante affondi le sue origini nell’ormai lontano 1992, svolge tuttora un ruolo di primo piano nel panorama videoludico. Dimostrazione di ciò è anche la pellicola del 2021 dedicata al franchise (sebbene la qualità di quest’ultima sia più che discutibile).

Miglior Picchiaduro in “finto” 3D: Mortal Kombat 11
La saga di Mortal Kombat è certamente una delle più iconiche della storia dei videogiochi

Violenza e ninja

Giunta ormai addirittura alla sua undicesima incarnazione (Mk11 è uscito nel 2019, ricevendo tutta una serie di aggiunte e aggiornamenti in questi anni, fino alla versione Ultimate) la saga di Mortal Kombat è riuscita fin da subito a conquistare i cuori dei videogiocatori grazie alla sua grafica fotorealistica  e a quello che è da sempre il suo tratto più caratteristico: l’enorme dose di violenza.

In ogni titolo della serie, infatti, i combattimenti sono letteralmente infarciti di violenza e spruzzi di sangue. Alla fine dello scontro, sarà anche possibile infliggere il colpo di grazia al proprio avversario tramite le famose fatality. Esse talvolta raggiungono un tale livello di brutalità e sadismo da non sfigurare persino in un film dell’orrore.

Il torneo del destino

Come per Tekken, anche in Mortal Kombat il fattore trama ha sempre avuto un ruolo molto importante all’interno della saga. Il primo Mortal Kombat fu il primo picchiaduro in cui i vari background dei personaggi venivano mostrati durante la demo dell’arcade.

L’episodio reboot della serie, pubblicato nel 2011 semplicemente col titolo Mortal Kombat, fu il primo picchiaduro a presentare una vera e propria modalità storia cinematografica. In essa il giocatore avrebbe vestito i panni di tutti i vari lottatori a seconda delle esigenze della trama.

La storia di Mortal Kombat ruota intorno all’eterna lotta tra il bene e il male, qui incarnata in un grande torneo, chiamato proprio Mortal Kombat. In esso le forze della Terra e quelle del Regno Esterno si sfidano ciclicamente per la sopravvivenza e il predominio. In questa vicenda si intrecciano le storie dei vari protagonisti, alcuni talmente famosi da essere divenuti vere e proprie icone pop, come i due ninja Scorpion e Sub-Zero.

Piatto ricco mi ci ficco

Ma passiamo ora in modo più specifico a Mortal Kombat 11. Se c’è una parola che più di ogni altra riesce a descrivere questo titolo essa è senz’altro “completezza”.

Mortal Kombat 11 infatti presenta un’offerta in grado di soddisfare qualsiasi tipo di giocatore, con un numero enorme di modalità.

Oltre alle ormai rodate storia e arcade, spicca la modalità Torri, che permette al giocatore di mettersi alla prova contro una serie di avversari assortiti in modo sempre diverso. In questi scontri avremo una nutrita serie di bonus, malus e condizioni particolari (oscurità, ribaltamento dei comandi, interferenze di personaggi esterni ecc.). Molte di queste torri si aggiornano costantemente, in modo che i giocatori possano sempre trovare una sfida nuova e fresca con cui confrontarsi.

The Joker su Mortal Kombat 11

L’online si presenta ricchissimo di modalità differenti, con sfide causal e lotte competitive con tanto di ranking. Ritorna anche la modalità re della collina (in cui ogni sfidante continua a lottare finchè non viene battuto e chi lo sconfigge prende il suo posto).

La modalità training è forse la più ricca e completa mai vista in un picchiaduro. Essa permette di conoscere e approfondire sia la conoscenza base dei personaggi, sia l’apprendimento di meccaniche avanzate utili per i match competitivi.

Per i collezionisti, infine, la modalità kripta offre tonnellate di skin, bozzetti e oggetti bonus.

Anche il roster dei personaggi è davvero impressionante e presenta anche tutta una serie di star del mondo cinematografico, come Joker, Rambo, Robocop e Terminator.

La potenza è nulla senza controllo

E arriviamo finalmente al gameplay, l’aspetto che maggiormente ci interessa. Ho definito Mortal Kombat un gioco in finto 3d dal momento che, pur presentandosi con una veste grafica di ultimissima generazione, i lottatori possono muoversi unicamente lungo l’asse orizzontale, come nei tradizionali picchiaduro 2D.

Questa scelta porta da una parte a ricreare molte delle meccaniche e delle sensazioni dei classici capitoli 2D della saga; dall’altra sposta l’attenzione dal controllo dello spazio al controllo del personaggio stesso.

Anche in MK, come in Tekken, il numero di comandi è estremamente semplice. Avremo due tipi di pugni, due calci più la parata, le prese e alcune interazioni con l’ambiente. Ogni personaggio avrà poi il suo set di mosse speciali e combo base, che potranno essere apprese e padroneggiate nella modalità allenamento.

Imparare le regole base del gioco risulterà piuttosto semplice, anche grazie all’eccellente fluidità dei movimenti e al ritmo incalzante dei combattimenti. Ma, ancora una volta, riuscire a giocare in modo realmente competitivo richiederà molte ore di studio, esercizio e osservazione.

L’evoluzione delle Fatality su Mortal Kombat 11

Una sanguinosa partita a scacchi

Come accennato, infatti, la chiave del successo in Mortal Kombat risulterà nell’avere il maggior controllo possibile sul proprio personaggio. Ciò vale sia in fase di attacco sia, soprattutto, quando ci troveremo in difesa.

Anche in questo caso, infatti, ogni singolo movimento del nostro personaggio è caratterizzato da una particolare durata (i famosi frames). Risulterà fondamentale conoscere perfettamente sia il proprio set completo di mosse sia quello di ogni singolo personaggio, in modo da sapere quali siano le potenziali risposte vincenti a ogni singola situazione.

Occorrerà inoltre imparare a non abusare dei salti, i quali, sebbene molto comodi per avvicinarsi rapidamente al nemico, lasciano spesso completamente scoperti e vulnerabili.

Gli sviluppatori hanno inoltre fatto la scelta di ridurre, in generale, l’ammontare di danni causato dagli attacchi e soprattutto dalle combo. In questo modo si evitano situazioni in cui un giocatore debba pagare un singolo errore con la perdita dell’intero round. Questa scelta rende il gameplay ancor più tattico e ragionato e trasforma le sfide in vere e proprie partite a scacchi in cui la vittoria arriderà a chi saprà maggiormente controllare l’andamento dello scontro e le varie dinamiche che si creeranno in esso.

Picchiaduro in finto 3D menzione d’onore

Per chi cercasse altri giochi con caratteristiche simile ad MK11 non si può non consigliare la serie Injustice. Essa propone un gameplay molto simile a Mortal Kombat inserito in una versione distopica dell’universo DC.

Miglior Picchiaduro 2.5D: Street Fighter V

Ed eccoci arrivati al re dei picchiaduro! Nessuno più di Street Fighter, infatti, può fregiarsi con maggior merito di questo titolo.

Fu proprio l’avvento di Street Fighter 2 nelle sale giochi, nell’ormai lontano  1991, a generare quell’onda di interesse e passione che rese il genere dei picchiaduro il più giocato e apprezzato sulla piazza.

Ogni cosa all’interno di Street Fighter è ormai divenuta iconica. I suoi leggendari personaggi (nomi come Ryu, Ken, Chun-Li o Guile sono conosciuti a praticamente chiunque abbia mai preso in mano un pad), i suoi notissimi brani musicali e, naturalmente, i nomi delle tecniche dei protagonisti, ormai entrate di diritto nel mito (Hadouken!).

La saga di street fighter è stata a lungo sinonimo di picchiaduro

L’ultimo erede della dinastia

L’eredità di Street Fighter viene ancora oggi portata avanti degnamente da Capcom con l’ultimo capitolo uscito, Street Figher V. Per questo gioco Capcom ha adottato una strategia simile a quella utilizzata a suo tempo con Street Fighter 2. Sono state infatti rilasciate nel tempo tutta una serie di versioni rivedute e corrette del titolo. Esse sono uscite principalmente tramite aggiornamenti, ma anche con release vere e proprie delle versioni “potenziate”.

L’ultima di queste versioni è stata Street Fighter V Champion Edition. Questo gioco che ha proposto un roster di personaggi davvero nutrito (ben 40 lottatori) comprendente tutti i vari DLC rilasciati nel tempo. Inoltre ha unito tutte le modalità già viste in SFV e in SFV Arcade Edition (le principali sono Storia, Arcade, Sopravvivenza e naturalmente Online).

In modo simile a Mortal Kombat, Street Fighter presenta una formula in “finto 3D”, con sfondi e personaggi realizzati in 3D che però potranno spostarsi solamente lungo l’asse orizzontale. A differenza del titolo di NetherRealm, però, Street Fighter V sfoggia una grafica dai toni molto più colorati e cartooneschi, che meglio si adattano alle atmosfere e ai protagonisti del titolo Capcom.

Rispetto ai titoli presi in esame finora, la trama in SFV ha un ruolo decisamente secondario, sebbene i personaggi risultino tutti estremamente interessanti. Il tutto si riduce ai malvagi piani dell’organizzazione Shadaloo, guidata dal perfido M. Bison, per la conquista del mondo e alle azioni dei protagonisti per fermarla.

Ken, storico personaggio di Street Fighter

Solo per veri campioni

Il cuore di Street Fighter V infatti sta nello scontro vero e proprio e, in particolare, nello scontro pvp. A differenza di Tekken o Mortal Kombat, infatti, Street Fighter è un gioco quasi unicamente rivolto ai giocatori esperti. Senza se e senza ma.

Ogni lottatore ha a disposizione tre attacchi con i pugni (debole, medio e forte) e altrettanti con i calci. A questi si andranno ad aggiungere le varie mosse speciali di ogni personaggio (circa quattro o cinque). Ci saranno poi le V-skills, attacchi o abilità uniche a cui il personaggio potrà ricorrere tramite la pressione contemporanea del pugno e del calcio medio.

Fa il suo ritorno anche la barra ex, indicatore che va riempiendosi via via che lo scontro prosegue a seconda dei colpi messi a segno. Questa barra sarà divisa in tre tacche. Ognuna di esse, una volta riempita, consentirà di eseguire una versione “potenziata” di ognuna delle nostre mosse speciali. Quando la barra sarà totalmente piena il giocatore potrà ricorrere alla critical art, supermossa dalla potenza devastante.

Street Fighter V propone inoltre una seconda barra, denominata V. A essa sarà legato il V-trigger, una particolare abilità a cui il giocatore potrà ricorrere solo dopo aver incassato una certa quantità di colpi.

Senza margine di errore

Per poter avere anche solo la minima possibilità di progredire in SFV, il giocatore dovrà conoscere ognuno di questi attacchi alla perfezione. Il sistema di controllo di Street Fighter è di una precisione millimetrica ed è pronto a punire ogni singolo errore in maniera anche spietata.

Inoltre Street Fighter V, salvo rari casi, non propone vere e proprie combo standard da imparare. Infatti ogni singolo attacco può essere concatenato all’altro. Starà quindi al giocatore comprendere le combinazioni più efficaci con la pratica e l’osservazione dei suoi avversari.

Tutti i concetti che abbiamo affrontato in precedenza, (framing degli attacchi, gestione dello spazio e controllo del personaggio) ora vengono portati agli estremi. Il giocatore dovrà imparare a essere costantemente in guardia, sia che si trovi in una posizione di stallo (neutral), in attacco o sulla difensiva.

Frame e data frame sono fondamentali nei picchiaduro

Un picchiaduro da competizione

Quindi è chiaro che, per raggiungere risultati positivi, occorreranno ore di gioco e numerosissimi incontri di pratica. Tuttavia, la soddisfazione che si prova al raggiungimento dei primi risultati è davvero incredibile, molto simile alla conquista dei primi successi nelle attività sportive.

Non a caso, Street Fighter V è ancora oggi il dominatore indiscusso dei vari circuiti legati al mondo degli esport. Questo grazie soprattutto ai numerosi Capcom Pro tours, eventi competitivi organizzati da Capcom stessa e al ruolo di main eventer assoluto che Street Fighter V ha rivestito negli ultimi anni all’interno dell’EVO.

Picchiaduro in 2.5D: menzione d’onore

Se volessimo trovare altri titoli con caratteristiche simili a Street Fighter V potremmo citare il nuovo Samurai Shodown e il recente The King of Fighters XV, che abbiamo recensito.

Miglior picchiaduro a squadre: Dragon Ball Fighterz

Alzi la mano chi, tra coloro che leggono, non ha mai visto Dragon Ball o addirittura non ha mai sentito parlare di questa serie. Il capolavoro di Akira Toriyama, nato sulle pagine di Shonen Jump nel 1984, è indiscutibilmente il manga/anime più famoso e seguito al mondo.

Si può ben dire che le avventure di Goku e dei suoi amici alla ricerca delle sfere del drago, tra situazioni demenziali, avventure ai confini dell’universo e combattimenti all’ultimo sangue, abbiano ormai guadagnato un posto importante nell’immaginario collettivo della nostra società.

Ancor più dall’inizio della serie Super, che, a partire dal 2016, ha ripreso e portato avanti la trama del manga, ferma ormai dalla metà degli anni ’90, rendendo il brand di Dragon Ball ancora più “vivo” e attuale.

Miglior picchiaduro a squadre: Dragon Ball Fighterz
Dopo anni di sofferenza ecco il picchiaduro di riferimento per i fan di Dragon Ball

Una tradizione di cui non andare fieri

Naturalmente, nel corso di tutta la sua storia, la saga di Dragon Ball ha visto il proliferare di un numero davvero incalcolabile di videogiochi a essa dedicati.

Fin dai tempi del NES, a quelli della PS4, sono davvero molti i titoli usciti dedicati a Dragon Ball, con una prevalenza per gli rpg e, naturalmente, per i picchiaduro.

La maggior parte di questi titoli, sfortunatamente, erano assolutamente mediocri e dimenticabili, spesso ben al di sotto delle aspettative dei fan (mi limito qui a ricordare l’osceno Dragon Ball Final Bout per la prima playstation, uno dei picchiaduro 3D peggiori di sempre).

Le cose cominciarono a migliorare con serie come Budokai, Budokai Tenkaichi e i più recenti Xenoverse, che, pur senza risultare capolavori, seppero alzare in modo importante la qualità dei titoli legati al mondo di Dragon Ball.

Giungiamo così al 2018, anno in cui Arc System Works, casa produttrice già famosa per la serie Guilty Gear, realizza Dragon Ball Fighterz, titolo poi edito da Bandai Namco.

Combattiamo!

Il gioco si presenta come un picchiaduro 2D a squadre, nel quale ogni giocatore dovrà selezionare un gruppo di tre combattenti per fronteggiare altrettanti guerrieri nemici, finché tutti i lottatori di una delle due squadre non saranno annientati.

Il titolo non presenta particolari artifici di trama o elaborati collegamenti con l’anime a cui si ispira. Certo, esiste una modalità storia ma sembra quasi un riempitivo, giusto per spiegare in qualche modo la presenza di personaggi che nella continuity della saga dovrebbero essere defunti.

Anche per quanto riguarda il numero di modalità, il gioco non propone nulla di particolarmente innovativo, oltre agli ormai noti arcade, allenamento, modalità online e storia (sebbene uno dei successivi aggiornamenti abbia introdotto anche la modalità camp, composta da una serie di sfide più varie e particolari).

Basterà tuttavia impugnare il joypad e iniziare ad addentrarsi negli scontri per rendersi conto di come il cuore di FighterZ sia nel suo eccezionale gameplay e nell’incredibile spettacolarità dei suoi combattimenti.

Gli assist in Dragon Ball FighterZ

Anime Interattivo

Per quel che riguarda la grafica, il lavoro compiuto da Arc Syetm è semplicemente magistrale. I modelli dei protagonisti sono identici a quelli della serie originale e sono animati con una fluidità e un’eleganza dei movimenti degna delle più recenti produzioni cinematografiche (addirittura, ogni singolo movimento di ogni lottatore è stato ricalcato da tavole originali del maga o da schizzi dell’anime!).

Per quanto concerne il gameplay, invece, esso si presenta subito come piuttosto complesso. Le sfide avverranno 1vs1, con gli altri due personaggi che faranno da supporto e potranno essere chiamati all’azione in ogni momento per sostituire il personaggio attivo o semplicemente per eseguire un attacco di supporto.

Affinare le proprie armi

I personaggi potranno muoversi solo lungo l’asse orizzontale e avranno la possibilità di eseguire due tipi diversi di salto (più lungo o più corto) e anche un doppio salto a mezz’aria. Il giocatore avrà poi a disposizione tre tipologie di attacco (rapido medio e potente), la possibilità di sparare un proiettile di aura e di eseguire una presa, qui chiamata dragon rush, in grado di generare automaticamente una combo.

Ogni combattente avrà anche a disposizione uno scatto (sia a terra che in aria) e persino un super scatto, che ci proietterà automaticamente contro il nemico, innescando possibili combo. Nelle prime fasi di gioco sarà molto semplice abusare di questa tecnica, ma ci renderemo presto conto di quanto essa vada invece usata con attenzione, dal momento che lascia totalmente scoperti a possibili contrattacchi.

Ogni personaggio avrà poi naturalmente a disposizione le proprie mosse speciali e due attacchi dell’aura (denominati attacco speciale e attacco finale), eseguibili tramite l’apposita barra (che può essere caricata automaticamente premendo due tasti insieme) che andranno a consumare rispettivamente uno e tre indicatori del suddetto indicatore. Questi attacchi sono naturalmente molto spettacolari e distruttivi e propongono animazioni di fattura davvero pregevole, andando a ricalcare tutte le mosse segrete più devastanti sfoggiate dai personaggi nel corso dell’anime. La barra dell’aura può arrivare fino a sette indicatori e sarà addirittura possibile eseguire in serie i colpi dell’aura di tutti e tre i nostri lottatori, con risultati a dir poco apocalittici (anche per i fondali!).

Dragon Ball FighterZ è probabilmente il miglior gioco di sempre dedicato all’anime

Il signore delle combo

Rispetto ai picchiaduro affrontati finora, con FighterZ la parola d’ordine è una soltanto: combo!

Il sistema di gioco creato da Arc System infatti si basa fondamentalmente nel riuscire a creare un’apertura nelle difese nemiche per poi andare a inanellare il maggior numero di colpi possibile (si può facilmente superare il centinaio di colpi consecutivi!) per riuscire a decimare i personaggi nemici con una singola offensiva.

Naturalmente, un simile stile di gioco richiede molta pazienza e applicazione. Oltre a dover imparare A MENADITO le combo più potenti dei nostri combattenti (il tutorial in questo purtroppo è abbastanza carente) ed essere in grado di eseguirle sempre alla perfezione, senza errori (il gioco propone anche un sistema di autocombo per venire incontro ai novizi, ma ci si renderà presto conto di quanto esse risultino poco efficaci in una sfida contro un giocatore esperto), sarà altrettanto importante imparare a gestire le primissime fasi del combattimento (il cosiddetto neutral) per evitare passi falsi e mosse avventate e riuscire a cogliere il momento esatto per dare il via alla nostra offensiva e mettere a segno devastanti combinazioni di colpi, super, attacchi di supporto e tutto quanto ci sarà nel nostro arsenale.

Certo, uno stile incentrato in modo così ossessivo sulle combo potrà sembrare poco divertente, ma assicuriamo che si sposa perfettamente sia con l’atmosfera del gioco che coi ritmi indiavolati delle battaglie.

Lavoro di Squadra

Infine, ricordiamo come anche la scelta delle squadre necessiti di molta strategia. I personaggi infatti non andranno scelti solo in base alla nostra capacità di destreggiarci con essi, ma anche in base al ruolo che intendiamo affidare loro.

Il personaggio iniziale sarà colui che avrà il compito di iniziare a mettere a segno le prime combo e, soprattutto, di accumulare gli indicatori d’aura. Il personaggio mezzano disporrà di solito di un attacco di supporto molto forte o comunque insidioso e dovrà essere pronto a sostituire il primo in ogni momento della battaglia. L’ultimo, infine, dovrà capitalizzare il lavoro della squadra, sfruttando gli indicatori messi da parte per scatenare tremendi attacchi in grado di andare a eliminare i membri della squadra avversaria.

Dunque è chiaro come FighterZ rappresenti un incredibile mix tra la frenesia e la velocità delle sue battaglie e la strategia e la tattica per quanto riguarderà la scelta della squadra e la pratica con essa.

Picchiaduro a squadre menzione d’onore

Titoli che richiamano in qualche modo FighterZ sono la serie Guilty Gear di Arc System e la saga crossover Marvel vs Capcom, il cui ultimo episodio, Infinite, ha dato però una sterzata in favore dei giocatori più casual.

La nuova frontiera dei picchiaduro: Super smash Bros Ultimate

E concludiamo il nostro viaggio con quello che è diventato, a tutti gli effetti, il nuovo dominatore del mercato dei picchiaduro. Con quasi 30 milioni di copie vendute, infatti, Super Smash Bros Ultimate è a tutti gli effetti il picchiaduro più venduto di sempre, dopo essere riuscito nell’impresa di superare persino le vendite di un mostro sacro come Street Fighter 2.

Ultimate rappresenta il quarto capitolo dell’ormai leggendaria saga super smash bros, nata nel 1999 su Nintendo 64 ed è apparso su nintendo Switch nel dicembre del 2018.

Benvenuti al party Nintendo delle mazzate!

Botte per tutti i gusti

Se per descrivere Mortal Kombat 11 ero ricorso al termine completezza, per Ultimate il termine più consono sarebbe abbondanza. In questo gioco infatti si ha enorme abbondanza di ogni cosa: a partire dai personaggi giocabili (arrivati, grazie ai DLC, all’incredibile cifra di 89), proseguendo per il numero degli stage (espandibile quasi all’infinito grazie all’editor), delle modalità (c’è davvero di tutto: classica, sopravvivenza, avventura, gara di home run, sfide personalizzabili…) e dei bonus e sfide sbloccabili.

Sembra davvero di trovarsi non di fronte a una torta, ma di un’intera pasticceria, al punto che riesce quasi difficile orientarsi all’interno delle possibilità offerte.

Un picchiaduro insolito

Per quanto riguarda il gameplay, il gioco ripropone quasi inalterata la formula vincente dei suoi predecessori.

A differenza dei picchiaduro tradizionali, in Smash Bros l’obiettivo non sarà quello di mandare a zero la barra dell’energia dell’avversario (anche se è possibile giocare anche in questa modalità), bensì riuscire a scagliare il proprio avversario fuori dallo schermo. Per fare ciò però sarà molto importante riuscire a danneggiarlo a sufficienza coi nostri attacchi, finché la percentuale di danno subita dal suo personaggio non sarà sufficientemente alta da permetterne l’eliminazione.

I comandi del gioco sono in apparenza molto semplici: un pulsante per l’attacco, uno per le mosse speciali, uno per il salto, uno per la parata e uno per la presa.

Da questa premessa, il gioco crea un numero incredibile di varianti, con sfide da un minimo di 2 fino a 8 combattenti, incontri a coppie, incontri di sopravvivenza contro stormi di avversari, sfide contro nemici giganti e chi più ne ha più ne metta.

La varietà è tale che, anche in single player, il gioco risulta sempre estremamente fresco e divertente.

Un originale party game

Come ogni picchiaduro che si rispetti, però, Ultimate mostra il meglio di sé nelle sfide multigiocatore.

In questo particolare caso, tuttavia, occorre fare una distinzione. Come accennato in precedenza, smash permette di competere a un massimo di otto contendenti.

Inoltre il gioco presenta stage estremamente complessi e diversificati tra loro, con piattaforme, ostacoli, fasi a scorrimento, rotazioni improvvise dell’asse di gioco e moltissime altre stranezze. Come se non bastasse, durante la sfida appariranno casualmente nello stage una serie di armi e potenziamenti, spesso in grado di capovolgere l’andamento dello scontro.

Ciò vale soprattutto per le capsule degli alleati e la famosa sfera smash, che se spezzata permetterà di ricorrere ai famosi attacchi smash, devastanti tecniche in grado di regalare facilmente una o più eliminazioni.

Super Smash Bros. Ultimate è anche un party game

Con l’anima di un vero picchiaduro

È chiaro come tutti questi fattori aumentino di molto la randomicità delle battaglie, con una serie di dinamiche che male si sposano con la natura competitiva di un picchiaduro, ricordando più da vicino i party games.

Ecco allora la distinzione di cui parlavo: mentre i giocatori casual potranno sfidarsi e divertirsi ricorrendo a tutte queste particolari dinamiche e ai numerosi azzardi che il gioco propone, i giocatori hardcore di smash ricorreranno a un set di regole ben definito, che è poi quello presente nei tornei ufficiali (e di cui abbiamo parlato approfonditamente in questo articolo sul competitivo di Super Smah Bros. Ultimate)

Le sfide saranno rigorosamente 1vs1 (o 2vs2 nel caso di gioco a squadre) a vite (di solito 3) in stage di dimensioni ridotte e assolutamente privi di qualunque tipo di ostacolo o azzardo, e senza alcun tipo di arma o bonus, eccezion fatta, a volte, per la sfera smash.

Giocato in questa maniera, Smash sembra un titolo totalmente diverso e rivela tutta la sua complessità e profondità.

La chiave per il successo

Ogni personaggio, infatti, è dotato di un set di mosse e attacchi speciali estremamente vasto, dal momento che entrambi i pulsanti di attacco andranno a combinarsi con la levetta direzionale per generare un numero elevatissimo di tecniche diverse.

Inutile sottolineare che, per riuscire a giocare in modo efficace, il giocatore sarà chiamato ad avere una conoscenza e un controllo praticamente totali del suo personaggio e delle sue caratteristiche. Con un roster sconfinato come quello di Ultimate, sarà davvero arduo memorizzare le caratteristiche e i movimenti di ogni lottatore e raggiungere un buon livello richiederà davvero moltissima pratica e dedizione.

Scalata verso il successo

Il primo passo sarà imparare in modo perfetto i movimenti, in particolare i salti, onde evitare errori grossolani ed eliminazioni banali.

Occorrerà poi individuare la tipologia di personaggio più adatta al nostro stile di gioco (personaggi bilanciati, veloci, massicci, specializzati negli attacchi a distanza, ecc.).

Inoltre, bisogna scegliere quello che tra tutti si adatta maggiormente alle nostre caratteristiche e studiarne ogni attacco e movimento fin nei minimi dettagli.

L’ultimo passo, il più complesso, sarà imparare a conoscere anche tutti gli altri personaggi di Smash, in modo da comprenderne punti di forza e debolezze e avere un gameplan con cui affrontare ognuno di loro.

Ancora una volta, è chiaro che tutti questi passi richiederanno moltissimo tempo e molta, molta pratica, ma in fondo è proprio questo il bello dei picchiaduro: impegnarsi e fare costantemente pratica per riuscire a migliorarsi e diventare sempre più performanti, senza scorciatoie, trucchi o potenziamenti, ma solo con le nostre abilità e la nostra voglia di vincere.

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