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Fenomenologia del videogioco: quando un titolo cattura il cuore

Terminare un videogame che si è tanto amato e che ci ha tenuti incollati allo schermo per ore (dimenticando il mondo che scorre fuori) è sempre una grandissima emozione. Arrivare al culmine di una storia e conquistarne l’epilogo è qualcosa di magico e, al contempo, di tragico.

Già perché concludere un gioco ci porta inevitabilmente a smettere di giocarci, con buona pace di tutto il piacere che si è provato nel tragitto. Certo, possiamo rigiocarlo, scegliendo, laddove fosse possibile, soluzioni alternative, strategie non provate prima o aumentando la difficoltà ma, diciamocela tutta: è la prima volta quella che non si scorda mai.

Personalmente, alcuni giochi che fanno parte del mio vissuto tendo a rigiocarli ciclicamente, anche se col passare del tempo, i cicli si stanno sempre più dilatando e alcuni titoli sono stati inghiottiti dal passato come ricordi infantili.

Eppure, nel mio animo di videogiocatore c’è sempre una vocina che non vuole lasciar andare del tutto quei titoli che hanno riempito i pomeriggi (e le notti), che mi hanno fatto sorridere, sussultare, commuovere e arrabbiare.

Ognuno ha il suo modo di coltivare questo ricordo. Molti scelgono la via del racconto, riempiendo di chiacchiere la testa di amici e parenti spesso del tutto disinteressati. Quante volte, (ahilei) ho raccontato a mia moglie ogni dettaglio di un titolo che mi aveva particolarmente preso… proprio a lei che è ferma a Maniac Mansion e che manco se lo ricorda. Credo che, ogni volta, per lei sia come imbattersi in un enorme spoiler di una serie TV che non le interessa e che non vedrà mai: spallucce e via verso informazioni più interessanti.

Vedere, però, lo sguardo assente e noncurante della persona a cui stai raccontando la tua esperienza mistica è assai svilente. Loro ci provano anche a prestarti attenzione, a farti sfogare, ad assecondare la tua passione ma è tutto inutile: se non sei un videogiocatore incallito, non potrai mai capire. E’ ovvio che confrontarsi con chi ha amato quel titolo quanto e come te sarebbe interessante e stimolante ma è impossibile per chiunque vivere esattamente le tue emozioni e trasferirle in qualche forum attendendo risposta non mi soddisfa, anzi, mi fa sentire come un drogato alla ricerca della sua dose quotidiana.

Maniac Mansion

Ed ecco che la strada maestra che seguo per rivivere le emozioni di gioco è quella di cercare in rete qualunque cosa parli del gioco stesso. Badate bene: non le recensioni che vivono della soggettività di chi le scrive e che potrebbero farmi facilmente alterare qualora dovessero sminuire un gioco da me amato. Mi riferisco, invece, alle particolarità di tutto ciò che ruota attorno al gioco.

Sto lì a gustarmi la storia della sua creazione, qualche chicca tecnica, informazioni relative al sceneggiatura che, magari, era all’origine diversa e così via. Mi informo, qualora non lo conoscessi di fama, di chi sia il creatore del titolo, della sua storia, di quali sono i suoi lavori passati e quali, magari, sono già in cantiere per il futuro. Devo dire che, però, per la passione che nutro, è difficile che mi trovi di fronte ad un autore completamente sconosciuto e, quindi, il tempo che dedico a capire chi è la mente dietro al mio capolavoro di turno è assai poco.

Ken Levine: l’uomo dietro Bioshock, Thief e molte altre opere di successo

Molto più lungo e spalmato è, invece, il tempo che impiego per cercare in rete gli schizzi degli artisti grafici che hanno creato i personaggi da me poi amati. Guardo rapito i modelli scartati, quelli alla fine scelti e le piccole variazioni che i programmatori e i designer hanno portato sullo schermo.

Vi porto un esempio: nella versione director’s cut di Bioshock, uno dei miei giochi preferiti (e ne parlo anche in un articolo dedicato alla trilogia), terminato il gioco, si accede ad una sorta di museo all’interno del quale è possibile ammirare i modelli di tutti i personaggi dell’avventura corredati da una spiegazione sulla loro storia, le fasi di lavorazione ed, eventualmente, anche i nomi di prova scartati.

Sono presenti i lavori dei disegnatori, le modifiche, le cancellazioni, i personaggi mai inseriti e i disegni scartati. E’ possibile fare anche una sorta di giro guidato all’interno di un livello mai terminato.

Insomma, un vero e proprio “nerdvana” nel quale mi sono perso per un tempo indefinito, interminabile e meraviglioso.

Uno dei tanti modelli presenti nel museo di Bioshock

Fino a qualche anno fa, tutto quello che vi sto raccontando non era possibile. L’assenza di internet (sì, lo so: sono vecchio) e di portali dedicati rendeva assai scarno ciò che potessimo trovare. Anzi, in realtà non ci restava che acquistare riviste di settore con allegato qualche gadget oppure le versione deluxe del gioco in questione contenenti modellini e qualche altra diavoleria. Nulla che mi entusiasmasse grandemente.

Sì, perché quello che intendo io, da intimista del gioco, non è accumunabile al collezionismo o all’essere fan nel senso più spudorato del termine. Certo, anche io ho le mie collezioni e le mie action figure che custodisco gelosamente ma, quando si tratta di un videogame, parlo di qualcosa di profondamente diverso dal divismo.

In ogni notizia, ogni portale, ogni tavola in bianco e nero io rivedo i momenti di gioco, rivivo le emozioni provate nel progredire. E’ difficile da spiegare ma, ne sono sicuro, tanti di voi (si spera) che leggeranno questo articolo capiranno di cosa sto parlando.

La cultura del gioco si sta trasformando. E’ molto più mordi e fuggi. E’ tutto basato sulle stagioni, sui pass mensili, sugli aggiornamenti e sul cambiare ad ogni passo qualcosa.

Personalmente, non sono amante di questa ricerca spasmodica del nuovo. Soprattutto non lo sono di titoli finiti che sono lì perché qualcuno li ha concepiti così e che, quindi, meritano di sopravvivere alla forza dirompente del tempo.

Del resto le pietre miliari sono ai bordi delle strade da tempo immemore, quindi perché voler cambiare per forza i connotati ad una “pietra miliare” video ludica che, invece, va ammirata e goduta per quel che è e che sarà.

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I cinque peggiori film tratti dai videogiochi

Fin dalla sua uscita nelle sale cinematografiche, Super Mario – il film di Nintendo e Illumination – continua a macinare incassi e ad infrangere record. Mentre scriviamo queste righe, l’opera ha raggiunto l’incredibile cifra di 1 miliardo e 159 milioni, posizionandosi al quinto posto tra i film di animazione più remunerativi di sempre. Nel corso dell’anno, la serie HBO di The Last of Us è stata una delle più viste e apprezzate dell’intera annata, così come altri due film tratti dai videogiochi di Sonic The Hedgehog, che hanno fatto registrare ottimi incassi e incontrato il favore del pubblico.

Insomma, sembra proprio che il mondo del cinema e delle serie tv abbia trovato finalmente la giusta formula per sfruttare e valorizzare al meglio i nostri amati videogiochi, ma non è sempre stato così.

Nel corso degli anni, noi appassionati di videogiochi abbiamo dovuto sopportare cocentissime delusioni, assistendo alla nascita di veri e propri obbrobri cinematografici ispirati a molti dei nostri giochi preferiti. Molti di questi film non solo non rendevano minimamente giustizia ai videogiochi da cui erano tratti, ma spesso e volentieri avevano poco o niente a che spartire con essi. In questo articolo andremo a raschiare il fondo del barile, stillando una classifica dei cinque peggiori film in assoluto tratti dai videogiochi. Prendiamo un bel respiro e prepariamoci ad imboccare il viale dei ricordi, nella speranza di non risvegliare antichi incubi a lungo sopiti.

5. Alone in the Dark

Alone in the Dark fu uno degli esempi più eclatanti delle pessime doti registiche di Uwe Boll

Uscito nel 2005 sotto la regia del leggendario Uwe Boll (che, per chi non lo sapesse, è considerato uno dei peggiori registi di sempre), il film prende molto liberamente spunto da Alone in the Dark: The New Nightmare, quarto capitolo della serie.

Alone in the Dark racconta la storia del detective dell’occulto Edward Carnby (interpretato da Christian Slater) il quale, indagando su una serie di omicidi, si imbatterà nel mistero di alcuni manufatti magici in grado di comunicare col mondo dell’aldilà.

Tra effetti speciali scadenti, combattimenti al limite del ridicolo e una regia a tratti davvero imbarazzante (l’uso della luce ad intermittenza in particolare è davvero tremendo) il film si trascina per 96 interminabili minuti attraverso una trama banale e terribilmente confusionaria. Completa il quadro la recitazione dei protagonisti, a tratti davvero imbarazzante, in particolare quella della protagonista, Tara Reid.

Tirando le somme, Alone in The Dark è un film davvero anonimo, noioso e dimenticabile. Come stiamo per scoprire, però, esiste di molto peggio.

4. Super Mario Bros (1993)

Il primo film dedicato a Super Mario fu un esperimento quantomeno bizzarro

Forse per i lettori più giovani sarà una scoperta, ma il recente film di animazione non è stata la prima apparizione del nostro Mario nel mondo del grande schermo. Infatti, nel 1993 i registi Rocky Morton e Annabel Jankel realizzarono uno strampalato lungometraggio dedicato al baffuto idraulico di casa Nintendo. Sebbene una ristretta cerchia di fan apprezzi tuttora questo film e lo consideri una sorta di esperimento pionieristico, è davvero difficile trovare aspetti positivi in questa pellicola analizzandola con un minimo di oggettività.

L’errore di fondo dei registi è stato cercare di trasporre le avventure di Mario in un contesto realistico e fantascientifico. Dunque scordiamoci i regni dei funghi, castelli, navi volanti e principesse da salvare (o quasi). Al loro posto ecco una dimensione distopica dominata da esseri senzienti evoluti dai dinosauri, armi avanzatissime in gradi di rievolvere il bersaglio, stivali jet per spiccare balzi altissimi e una marea di altre amenità futuristiche.

Oltre alla trama debole e stereotipata e agli effetti speciali abbastanza miseri, meritano una menzione i costumi, davvero grotteschi e ridicoli. Su tutti spicca Koopa (nome giapponese originale di Bowser), rappresentato come una sorta di uomo-lucertola in giacca e cravatta intento a dominare la sua dimensione e a cercare di invadere le altre.

Nemmeno la presenza del grande Bob Hopkins nei panni di Mario riesce a risollevare questo film, che risulta davvero troppo mediocre e sopra le righe. Potrebbe piacere solo ai fan sfegatati di Mario e dei film trash in generale. Gli altri si tengano alla larga e si godano il nuovo film.

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3. Mortal Kombat: Distruzione Totale

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Il secondo film di Mortal Kombat fu uno dei peggiori sequel di sempre

Ammettiamolo: il primo film di Mortal Kombat non fu così terribile. Certo, il film di Anderson del 95 non era assolutamente un capolavoro. La trama era piuttosto banale e molte scene erano al limite del grottesco. Tuttavia, il film di Mortal Kombat ebbe l’indubbio merito di riuscire a replicare le atmosfere del gioco da cui era tratto, rimanendogli molto fedele nella trama e nella caratterizzazione dei personaggi (ad eccezione dei ninja, vero punto debole del film).

Purtroppo ogni elemento positivo della prima pellicola venne preso e gettato direttamente nell’immondizia due anni più tardi, quando uscì nelle sale Mortal Kombat: Distruzione Totale (Annihilation in originale).

Questo film, diretto da J. R. Leonetti, commette l’enorme errore di portare all’eccesso tutti quegli elementi della prima pellicola che strizzavano l’occhio ai videogiochi originali. Nel film abbiamo caterve di personaggi infilati a forza solo perché presenti nei videogiochi (spesso senza nemmeno presentarli o spiegare chi essi siano) che poi spariscono dopo un paio di scene, senza nemmeno proferire parola (vedi Cyrax).

I combattimenti inoltre sono letteralmente infarciti di mosse speciali prese pari pari dal videogioco, senza curarsi minimamente di renderle credibili. I risultati sono davvero oltre il limite del ridicolo, con coreografie banali e una confusione generale che sembra prevalere su tutto (per capire di cosa parlo basta riguardare il primo scontro tra Raiden e Shao Kahn, a dir poco imbarazzante).

L’apice viene raggiunto nello scontro finale, quando Liu Kang e Shao Kahn ricorrono alle animality, dando vita a due mostruosità in computer grafica che sfigurerebbero anche nel primo film di King Kong.

Anche la trama risulta assolutamente vuota e superficiale. Cercando di unire le trame di Mortal Kombat 2 e 3, il film riprende immediatamente dal cliffangher con cui si concludeva il primo Mortal Kombat, ovvero l’arrivo sulla terra dell’imperatore Shao Kahn. Questo evento dà il via ad una serie infinita di scontri che si susseguono quasi senza sosta, come a voler compensare la pochezza della storia.

Da evitare come la peste, a meno che non si voglia fare quattro risate davanti ad una serie di costumi orrendi, una CGI mostruosa e una serie di combattimenti degni di una puntata qualsiasi dei Power Rangers.

House of the Dead

House of the dead è sicuramente uno dei peggiori zombie movie di sempre

Secondo gradino del podio per un altro film di Uwe Boll. In questo caso, il maestro riesce davvero a superare se stesso, regalandoci uno dei più orrendi film sugli zombie che si siano mai visti. Tanto per cominciare, la scelta di dedicare un film ad un gioco come House of the Dead è quantomeno azzardata. Il gioco Sega infatti è un semplice sparatutto su binari in cui la trama viene appena abbozzata. E infatti la trama del film risulta davvero trita e ritrita, con pochissimi motivi di interesse.

House of the Dead racconta la storia di un gruppo di adolescenti che, per partecipare ad un rave party, si ritrova intrappolato sull’Isla de la muerte. Giunto qui, il gruppo scopre che l’isola è sotto il controllo del malvagio prete Castillo Hermano, che è riuscito a creare una formula per trasformare gli umani in zombie e che ora controlla un’intera armata di non morti. Da qui in poi il film è un susseguirsi di attacchi zombie, tutti infarciti di costumi orrendi, uccisioni al limite del ridicolo e una serie di effetti speciali utilizzati nelle maniere più strampalate e assurde possibili. Da notare soprattutto l’uso massiccio dell’effetto rallenty, spesso inserito in maniera totalmente casuale e spiazzante.

Ma ciò che rende davvero “speciale” House of the Dead” è la scelta a dir poco folle di Boll di inserire intere sequenze prese direttamente dal videogioco per inframmezzare l’azione. Ogni volta che un protagonista muore, infatti, il film si blocca, la telecamera inizia a ruotare intorno al malcapitato, in piedi in posizione contemplativa, finché lo schermo non diviene totalmente rosso. Peggio ancora: durante alcune sequenze d’azione, quando uno dei protagonisti riesce ad uccidere uno zombie, Boll inserisce alcune schermate di uccisioni di zombie prese dal videogioco, in un tripudio di trash e incapacità registica.

Un film davvero terrificante, nel senso più negativo del termine. Recuperatelo solo se avete un amore viscerale per il trash e i film dell’orrore di quart’ordine.

1. Street Fighter – Sfida finale

Film e Videogiochi: Street Fighter
Per i fan di Street Fighter, il film ispirato alla saga fu un vero pugno nello stomaco

Se analizzassimo tutti questi film basandoci solo su elementi di critica cinematografica, probabilmente Street Fighter non sarebbe il peggiore. Tuttavia, la delusione provocata a tutti i fan e la totale mancanza di rispetto mostrata da questa pellicola nei confronti del materiale originale non possono essere perdonate (almeno da chi scrive). Street Fighter – Sfida finale non fa altro che sfruttare la popolarità dei videogiochi da cui è tratto per proporre un film d’azione pigro, banale e strapieno di stereotipi americanisti.

Il film racconta lo scontro tra le forze alleate occidentali, guidate dall’intrepido colonnello Guile (Jean Claude Van Damme) e il malvagio dittatore Bison (Raul Julia, che morì poco dopo il completamento del film), che si è impossessato della città asiatica di Shadaloo. Questo semplice pretesto porta una serie di lottatori esperti di arti marziali a radunarsi a Shadaloo attraverso una serie di scontri assolutamente casuali che culmineranno nella sfida finale tra Guile e Bison.

Al di là dei combattimenti non proprio esaltanti, degli effetti speciali appena nella media e della trama banale, ciò che davvero fa odiare questo film ai fan dei videogiochi di Street Fighter è la caratterizzazione dei personaggi. Questi ultimi, infatti, con pochissime eccezioni, non hanno praticamente nulla da spartire con le loro versioni originali.

Ryu e Ken, protagonisti principali della saga, sono ridotti a due ladruncoli esperti di arti marziali. Dhalsim è un banale scienziato indiano, Sagat è una sorta di mafioso tailandese. E gli esempi potrebbero continuare. Anche la scelta di elevare Guile a protagonista assoluto solo in virtù delle sue origini americane e del suo incarnare lo stereotipo del marine non appare certamente un’idea vincente.

Al di là di queste considerazioni, comunque, la trama di Street Fighter è davvero estremamente semplicistica, con pochissimi colpi di scena e praticamente nessun momento davvero memorabile. Anche i combattimenti sono davvero scialbi e non presentano quasi mai mosse o coreografie che si ispirino chiaramente a quelle mostrate dai lottatori nel gioco originale.

Sicuramente molti di voi non condivideranno questa scelta, ma per chi scrive Street Fighter – Sfida Finale è il peggior film tratto da un videogioco che sia mai stato realizzato. Non è quello più brutto, ma quello che mi ha dato la delusione peggiore e che mi ha trasmesso le emozioni più negative.

Ora come sempre la parola passa a voi! Quali sono i film tratti da videogiochi che più avete odiato? Fateci sapere nei commenti!

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Il mio primo incontro con Out Run

Annus Domini 1986: per gli amanti della storia, ricordiamo la nefasta esplosione di Cernobyl; per i più sportivi, menzioniamo l’acquisto del Milan da parte di Silvio Berlusconi; per i più cattolici infine, la pubblicazione dell’enciclica Dominum et Vivificantem, opera di Giovanni Paolo II sullo Spirito Santo. Io, appena sette anni, mi accingevo a fare qualcosa di ancora più grandioso.

Ero in procinto di incontrare sulla mia strada un iconico videogame che è stato, negli anni, letteralmente consumato dai videogiocatori di (quasi) ogni età: Out Run di SEGA, uno dei giochi fondamentali per il settore corse, che ha segnato un’epoca, la metà degli anni 80, rendendo i giocatori che l’hanno vissuta quello che sono oggi.

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Era agosto, si avvicinava il mio compleanno e come regalo chiesi ai miei genitori qualcosa di inusuale: quello che avrebbero speso per il regalo lo avrei “impiegato” interamente in una o più serate in sala giochi. Non ci andavo quasi mai. Era qualcosa da ragazzi più grandi di me, ma la voglia era massima e ovviamente uno dei due mi avrebbe dovuto accompagnare. La scelta ricadde su mio padre, colpevole tra l’altro, di avermi regalato il Commodore 64.

Arriva il fatidico giorno: emozionato come se dovessi intraprendere chissà quale impresa, ci avviammo così in sala giochi. Un turbinio di luci e neon mi avvolge completamente: lampeggianti, suoni di record battuti e Game Over; rumore di più flipper contemporane: il Paradiso! Mi faccio spazio tra i cabinati, ne provo qualcuno e proprio in quel momento, in quell’attimo, lo noto lì, appena liberato da un diciassettenne che credo che non avesse ancora capito cosa stava lasciando: Out Run!

Cabinato Out Run Deluxe
Cabinato Out Run Deluxe

Un cabinato a forma di interno di auto marchiato SEGA, con cambio, volante e pedali. Al centro uno schermo abbastanza grande (o forse ero io che ero piccolo) con in primo piano una Ferrari Testarossa. Solo in seguito seppi che era si una Ferrari Testarossa, ma Spider, che fu in realtà prodotta in un unico esemplare per Gianni Agnelli.

Il sedile sportivo, la voglia di fare “qualcosa da grandi”, cioè guidare mi spingono a provarlo e fu amore a prima vista! Il cabinato era la versione Deluxe, ovvero quello a forma di macchinina che si inclinava a destra o a sinistra a seconda delle svolte, davvero spettacolare! Out Run aveva per l’epoca una grafica e una fluidità innovativa, caratteristiche rivoluzionarie che furono decisive per il successo del titolo.

La visuale era posta dietro l’auto con camera molto bassa. Le location rappresentavano iconici paesaggi americani e al fianco del giocatore era seduta una biondona mozzafiato. Le corse si svolgevano su autostrade a più corsie dove viaggiavano, nello stesso senso di marcia, camion e altre auto, sportive e non: mi sentivo dentro Beverly Hills Cop.

Ovviamente le auto bisognava superarle o comunque evitarle, pena incidenti, che nei casi più gravi vedevano sbalzare fuori dall’auto i nostri due protagonisti. Incidenti fini a sé stessi poiché il game over di Out Run arrivava solo quando non si riusciva ad arrivare ai previsti checkpoint nel tempo assegnato.

Una chicca era la possibilità di scegliere il brano musicale da adottare durante il viaggio, a guisa di autoradio.

Oltre che su cabinato, Out Run vide fortuna anche su console domestiche e PC, che a suo tempo erano il Commodore 64, l’Amiga, Sega Master System e diversi dispositivi portatili. Conversioni in linea di massima tutte ben riuscite, ma da inguaribile romantico, niente avrebbe mai potuto scalzare, nella mia mente da bimboccio, lo scintillio di quel cabinato rosso fiammante, con luci e suoni, semovente, che aveva rubato il mio cuore in quel pomeriggio dell’agosto 1986.

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Gaming in Italia: chi sono i videogiocatori italiani (2023)

Anche nel 2023 – come ormai facciamo da qualche anno – ricostruiamo il profilo dei videogiocatori italiani e dell’industria del gaming in Italia; per farlo commentiamo il rapporto annuale redatto da IIDEA, associazione di categoria dell’industria dei videogiochi, riferito al 2022.

Le fonti dati del rapporto sono tre: Games Sales Data (GSD), Game Track e App Annie. Le prime due sono progetti in mano all’ISFE (Interactive Software Federation of Europe), mentre App Annie viene definito come: «il punto di riferimento internazionale per i dati di mercato delle applicazioni per dispositivi mobili».

Chi sono i videogiocatori italiani

I gamer italiani sono 14,2 milioni, in calo rispetto ai 15,5 milioni dell’anno precedente. Il 58% del totale è di sesso maschile, quindi il 42% è una donna. Se paragonato con gli anni precendenti, il numero di donne che giocano ai videogiochi è diminuito del 2% in un anno e del 5% rispetto a tre anni fa.

L’età del gamer italiano è polarizzata su due fasce principali: 45-64 anni (24,6% del totale) e 15-24 anni (24% del totale). Queste due categorie d’età si sono ulteriormente rafforzate rispetto all’anno precedente, anche se di pochi decimi. Seguono ben distanziate le fasce 25-34 anni (15,4%) e 35-44 (12,7%). I più piccoli – divisi in due categorie 6-11 e 11-14 anni – costituiscono invece il 22,8% dei videogiocatori del Bel Paese.

Il dispositivo più usato per videogiocare è lo smartphone; infatti, il mobile gaming ingloba il 69,7% dei gamer italiani. Seguono le console con il 45,8%. Fanalino di coda il PC gaming con il 38%. Il pubblico femminile è invece in controtendenza: il 47,5% gioca su mobile, in netto calo rispetto al valore totale; il 37% videogioca su PC; il 35,4% invece preferisce le console.

Un grande passo rispetto agli anni precedenti invece è da ritrovare sul rapporto IIDEA che ha finalmente preso dati provenienti da un campione di gran lunga più valido rispetto al passato; infatti, lo scorso anno il campione di riferimento era composto da un 65% di gamer che “non giocavano mai” e solo il 27% giocava settimanalmente. I dati di quest’anno invece tengono conto di gamer che accendono il loro dispositivo almeno un’ora alla settimana (il 69,7% degli intervistati); il 19,7% gioca almeno volta al mese; il 10,6% almeno una volta all’anno.

Il tempo medio di gioco è comunque in discesa: la media settimanale è pari a 7,52 ore, valori molto simili al periodo pre-covid.

Un mercato in lieve calo

L’anno di riferimento del report, il 2022, ha risentito della crisi dei semiconduttori e ha registrato un importante calo dovuto probabilmente anche alla progressiva diminuzione del lockdown mondiale. In altre parole, il mercato videoludico ha generato un giro d’affari pari a 2.200 milioni di euro, un calo del -1,2%, che ci fa intuire che il mercato sia sempre meno drogato dalle condizioni straordinarie degli ultimi anni.

A differenza della frequenza di gioco, che come abbiamo visto è tornata ai livelli pre-covid, il denaro che circola nel gaming italiano è di gran lunga maggiore rispetto al 2019 ed è anzi superiore a quello del 2020, anno del grande boom del settore videoludico.

Infine, bisogna notare come le microtransazioni generino praticamente gli stessi guadagni (758 milioni di euro) del mercato digitale di console e PC messi insieme (752 milioni di euro). Per fortuna, le opere più complesse disponibili per PC e console generano ancora maggior profitto poiché bisogna sommare i 281 milioni del mercato fisico, in rialzo del 5,2%.

I videogiochi più venduti

I giochi più venduti in Italia nel 2022 sono: FIFA 23, Call of Duty Modern Warfare 2 e FIFA 22. Lo scorso anno ci stupivamo del grande tonfo di CoD, che aveva avuto vendite modeste con Vanguard, ma tutto è tornato perfettamente alla normalità quest’anno. Personalmente rimaniamo sempre stupiti di come GTA 5 riesca a rimanere così in alto nelle vendite dopo così tanti anni, superando agilmente anche Elden Ring, God of War Ragnarok, Leggende Pokémon: Arceus e Gran Turismo 7.

Conclusione

Quest’anno il report di IIDEA ha fornito dei dati maggiormente significatvi rispetto al passato poiché la maggior parte degli intervistati videogioca settimanalmente, ma il risultato è il medesimo.

Il videogiocatore italiano è quasi equamente diviso tra uomini e donne. I gamer italiani sono polarizzati su due fasce d’età abbastanza diverse ( anche se un po’ tutti gli over 14 videogiocano): 15-24 e 45-64 anni e preferiscono giocare sul proprio smartphone a tre generi ben precisi (sia le donne che gli uomini): rompicapo/puzzle; trivia/cultura generale e giochi di ruolo; nello specifico, il console gamer italiano è solitamente un uomo e preferisce tre generi, in ordine: sport, corse e action adventure.

Nonostante ci faccia enorme piacere vedere giochi impegnati per difficoltà e narrativa nei primi dieci posti (Elden Ring e God of War Ragnarok su tutti), ovviamente non possiamo che prendere atto che gli stessi videogiochi sono sempre nei primi tre posti da praticamente sempre, cioè FIFA e Call of Duty.

Un monito infine va alle case di produzione e ai rispettivi reparti marketing: seguendo quotidianamente il settore videoludico, non possiamo che constare che vi state dimenticando di due importanti categorie, ben rappresentate in Italia, cioè le donne e gli over 45. Ormai da anni, queste due categorie sono radicate nel settore videoludico, ma praticamente tutto il settore mainstream pensa soltanto allo stereotipo del maschio adoloscente, dimenticandosi che i videogame abbracciono praticamente l’intera demografia italiana.

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Il videogame al femminile: fenomenologia e cultura delle videogiocatrici

Il videogame al femminile è un mondo ancora da sdoganare, soprattutto nelle menti delle generazioni più datate che difficilmente si ricordano delle videogiocatrici. L’immaginario collettivo, infatti, lo lega a doppio filo al genere opposto. Il giocatore (gamer) è un ragazzo, magari un po’ geek, che si diverte davanti ad uno schermo, con il suo bel pad saldo tra le mani e un amico di fianco a sfidarlo all’ultimo sparatutto/picchiaduro/sportgame ecc ecc. Il giocatore, sempre maschio e occhialuto, è dipinto come un personaggio un po’ eccentrico, piuttosto solitario e poco popolare che preferisce più di ogni altra cosa stiparsi nella sua cameretta. “Allergico” al sole, è spesso immaginato pallido e poco amante dell’aria aperta.

Logo di Stranger Things

Lo Sci-fi e “l’invasione” rosa

Per certi versi, la serie Sci-fi e fenomeno mondiale “Stranger Things” parte proprio da quello che è il mondo  classico di un gruppo di giovani nerd arrivando a capovolgere, stagione dopo stagione, l’intera visione. Proseguendo nella storia, infatti, i personaggi femminili “invadono” sempre di più l’universo ludico dei protagonisti, fino ad avere ruoli chiave proprio quando bisogna giocare. Impossibile non pensare alla genialità di Erica, sorella di Lucas, che si dimostra una formidabile giocatrice di “Dungeons & Dragons”.

Ormai il gioco non fa distinzioni di genere e, infatti, stando ai numeri, la quota rosa presente ai tornei e-sports sparsi nel mondo e presente su twitch a streammare è in continua e costante crescita, a dimostrazione di quanto la credenza popolare sia profondamente lontana dalla realtà e di come il mondo stia profondamente cambiando.

Il professionismo si tinge sempre più di rosa

Il videogame come sfogo unisex

Nell’era digitale, infatti, il gioco ha assunto una veste ancora più chiara di valvola di sfogo, in grado di attirare sempre più ragazze appassionate e pronte a cimentarsi in tutti i generi di videogame. Basti pensare che, ormai, secondo stime internazionali, le videogiocatrici hanno raggiunto il 47% del totale. Stiamo parlando, in pratica, della metà dei fruitori mondiali di prodotti videoludici.

Certo, lo ammettiamo, chi scrive sa perfettamente che, in svariati casi, ben noti a chi bazzica costantemente rete e social, le videogiocatrici sono delle influencer travestite da gamer, che non posseggono chissà quali capacità e che utilizzano il gioco come un mezzo per conquistare fan e popolarità. Giocano distrattamente ad un titolo, senza alcun tipo di destrezza e, molto spesso, scelgono mise ultrasexy che lasciano poco spazio alla fantasia. Ma qui si parla di altro, infatti non ci soffermeremo a commentarle ulteriormente né a citarle anche perché, per chi scrive, il gioco assume uno status di sacralità che non può essere banalizzato o strumentalizzato per altri scopi meno nobili.

Schermata di Animal Crossing

Filoni narrativi e scelte di genere

Nel mondo, però, di videogiocatrici incredibilmente dotate ce ne sono tante. Che hanno messo da parte le loro professioni oppure lasciato gli studi per dedicarsi anima e corpo alla loro (remunerativa) passione.

E ciò che balza all’occhio è che, la stragrande maggioranza di coloro che hanno avuto e continuano ad avere grandissimo successo, non gioca ai cosiddetti “giochi per ragazze”.

E, qui, prima di proseguire, vorrei aprire una piccola parentesi al riguardo. Le case produttrici di videogame, attente ai big data e perfettamente consapevoli di quanto l’universo di gioco sia ormai unisex, stanno sempre più abbandonando il filone dedicato alle ragazze, scegliendo sempre di meno di sviluppare e investire su prodotti che dovrebbero strizzare l’occhio soprattutto all’universo femminile. Certo, dubito che il fortunatissimo filone degli “Animal Crossing” possa esaurirsi a breve sulla scorta di quanto detto, ma che i nuovi prodotti dedicati solo alle ragazze siano sempre meno è un dato incontrovertibile. Senza contare che quel “per ragazze”, dal mio punto di vista, si collega ad un modo troppo antico di concepire il mondo e gli esseri umani.  

Più che altro, e anche questo è evidente per un occhio attento, l’industria dei videogame sta cercando di attirare ancora più ragazze mitigando alcuni aspetti che hanno storicamente caratterizzato i giochi: trame essenzialmente maschiliste e personaggi femminili iper sessualizzati. Ed ecco che, come per magia, le ragazze super prosperose hanno lasciato spazio a figure femminili ben caratterizzate e fisicamente normali (Ellie di “The last of Us”) e le trame hanno lentamente ma inesorabilmente mitigato la contrapposizione tra la forza maschile e la “fragilità” femminile. A tal proposito mi viene da citare, tra gli altri, il recentissimo “Forspoken” il controverso titolo della Square Enix dove il “girl power”, forse, è anche troppo accentuato. Ma potremmo ricordare anche il poco più datato Horizon – Forbidden West, in cui la protagonista Aloy non ha nulla da invidiare ad un cacciatore di sesso maschile.

Bonnie Ross

Chi sono le videogiocatrici più famose al mondo?

Insomma, il mondo dei videogame si è ormai tinto fortemente di rosa, se ancora così si può dire per riferirsi al genere femminile, e di questo siamo tutti profondamente contenti, soprattutto perché tale cambiamento ha trasformato e modificato anche la composizione dei vari gruppi di sviluppatori nelle cui fila, sempre più spesso, si annoverano esperte in grado di dare un tocco bipartisan di cui si sentiva francamente il bisogno.

Per fare un nome, pensiamo a Bonnie Ross, gamer dal 1994, ma soprattutto fondatrice della “343 Industries” che gestisce il franchise “Halo” e che collabora attivamente con Microsoft nella realizzazione di molti titoli video ludici. Il primo lavoro su cui si è impegnata attivamente è stato “Halo 4”, gioco del quale ha supervisionato trama, dinamiche e merchandising. Il suo obiettivo è quello di promuovere la diversità all’interno dell’universo video ludico.

Oppure, sempre sul tema di donne che influenzano direttamente il mondo dei videogioco, potremmo citare Annah Rutherford, gamer professionista di grandissimo talento che intrattiene milioni di visitatori sul proprio canale twitch. Le sue opinioni sui videogame in uscita sono prese estremamente in considerazione e, spesso, danno uno slancio positivo al titolo oppure, alla peggio, contribuiscono al suo fallimento.

Nel panorama mondiale del gaming, però, ci sono anche moltissime donne che, a differenza delle sopracitate, hanno dimostrato di possedere un talento unico per determinati giochi e che hanno deciso di trasformare la loro passione in una vera propria professione. Sponsorizzate da brand multimiliardari e membri di squadre famose nel mondo, queste videogiocatrici sono ormai vere e proprie icone pop, eminenze degli e-sport venerate in tutto il mondo.

Conosciamone qualcuna.

Li Xiaomeng è una e-sport gamer che ha vinto nel 2019 il torneo internazionale del gioco di carte online targato Blizzard, Heartstone, aggiudicandosi un sostanzioso premio in denaro pari a circa 200mila dollari. La 31enne cinese, conosciuta con il nickname Liooon, pur dedicandosi per molte ore al giorno alla sua passione, ha trovato il tempo per laurearsi in legge, riuscendo a conciliare lavoro e studio egregiamente. Le sue partite di Heartstone sono seguite da milioni di fan sparsi in tutto il mondo e le sue strategie sono spesso copiate sia per la composizioni di mazzi da battaglia, sia nella sequenza di gioco delle varie carte. 

Altro nome ultrafamoso nel mondo del gaming al femminile è quello di Sascha Hostyn, nickname Scarlett, che ha vinto oltre 300mila dollari dominando diversi tornei di Starcraft 2 in giro per il mondo. Definita “l’ammazza coreani” o “la kryptonite dei coreani” per la sua capacità di sbaragliare i migliori giocatori di Starcraft 2 che, appunto, sono per la maggior parte coreani, ha riscritto la storia del mitico gestionale in tempo reale, riuscendo a laurearsi campionessa del mondo. La Hostyn, infatti, ha vinto nel 2018 il prestigioso Intel Extreme Master, torneo dei tornei di Starcraft 2 che vede la partecipazioni dei migliori giocatori provenienti da tutto il mondo. Da allora, nessun altro esponente del genere femminile ha vinto alcun torneo ufficiale internazionale. Per inciso, e scusate la digressione, dal 2020 al 2022, per ben 3 edizioni consecutive, l’italiano Riccardo Romiti, in arte Raynor, ha raggiunto lo scontro finale, riuscendo nell’impresa di laurearsi campione del mondo di Starcraft 2 nell’edizione 2021 e perdendo nel 2022 soltanto alla settima mappa contro lo storico rivale Joona Sotala, in arte Serral.

Conclusione

Il mondo del videogame, insomma, è stato finalmente conquistato anche dalle donne che, a colpi di talento e buone idee, stanno contribuendo a cambiamenti epocali e noi siamo qui, spettatori interessati, a vedere questo come potrà (o non potrà) migliorare le cose. Non resta che aspettare e continuare a giocare, magari in compagnia della nostra dolce metà.   

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Xbox Developer Direct: tutti gli annunci e i trailer

Microsoft ha dato il via al nuovo anno videoludico con il proprio evento dedicato ai videogiochi first-party dei team di sviluppo interni. I giochi dell’Xbox Developer Direct (che potete vedere integralmente sul canale YouTube di Xbox) si sono mostrati con lunghi gameplay accompagnati dalla voce dei propri creatori; nello specifico, sono cinque i titoli mostrati, tutti disponibili sul Game Pass dal day one: Minecraft Legends; Forza Motorsport; Hi-Fi Rush; The Elder Scrolls Online: Necrom; Red Fall. Vediamoli nel dettaglio.

Minecraft Legends

Mojang Studios ha presentato la versione PvP strategica del suo franchise di punta.

Minecraft Legends è un videogioco multiplayer online in cui due squadre da 4 videogiocatori si scontrano con l’obiettivo di distruggere la base nemica. Durante lo show, gli sviluppatori ci hanno incuriosito con due feature in particolare: il buiding, cioè la possibilità di costruire ed espandere la propria base e la fase di combattimento in cui è anche possibile reclutare preziosi alleati non giocanti.

Mojang Studios ha garantito che la comunicazione sarà importante e la strategia fondamentale. Minecraft Legends sarà disponibile dal 18 aprile 2023 sulle console Xbox, PlayStation, Nintendo Switch e PC.

Forza Motorsport

Il creative director Chris Esaki è stato il portavoce di Turn 10 Studios per presentare le novità di Forza Motorsport.

Il videogioco automobilistico vuole essere il simulatore più realistico sul mercato. Durante la presentazione sono state mostrate immagini e tracce audio che ci mostrano finalmente veramente la next-gen.

Gli sviluppatori hanno specificato che Xbox Series S e X hanno permesso di ottenere un livello di dettaglio dieci volte superiore rispetto al passato. Inoltre, il team ha lavoro su diversi aspetti di realismo: per esempio, la luce e il tempo influiscono giro dopo giro con relativo impatto su vari aspetti delle vetture come le gomme.

Forza Motorsport è l’unico gioco dei cinque che non ha una data d’uscita ufficiale: l’arrivo è previsto per il 2023 solo su next-gen, cioè Xbox Series S|X e PC.

Hi-Fi Rush

La sorpresa dell’Xbox Developer Direct è la nuova opera di Shinji Mikami e Tango Gameworks.

Hi-Fi Rush è ben lontano dai precedenti titoli horror del team (The Evil Within e Ghostwire: Tokyo). Il suo stile molto colorato ricorda i fumetti americani – tra i videogiochi ci ricorda tantissimo Code Name: S.T.E.A.M. per Nintendo 3DS. Il genere è stato definito come Rhythm Action con una forte componente Stylish. che si posiziona a metà tra Crypt of the NecroDancer e Bayonetta.

Il clamore non è solo per il reveal del titolo, ma soprattutto perché Hi-Fi è disponibile su PC, Xbox Series S|X e Game Pass a partire da oggi stesso.

The Elder Scrolls Online

Necrom è il nuovo capitolo – l’aggiornamento annuale che introduce nuove zone di Tamriel – di The Elder Scrolls Online di Zenimax Online Studios.

Il nuovo chapter ci porta nella zona orientale di Morrowind, un’area che ci porta agli albori della saga: The Elder Scrolls Arena. Necrom aggiunge anche una nuova class: l’Arcanist.

Il nuovo capitolo di ESO sarà disponibile dal 5 giugno 2023 su PC mentre dal 20 giugno su console Xbox e PlayStation, mentre per un tempo limitato sarà possibile giocare tutti i capitoli gratuitamente.

Inoltre, è stata presentato anche il DLC dungeon Scribes of Fate che darà il via, a marzo, all’avventura del 2023: Ombra su Morrowind; in particolare, Scribes of Fate esce il 13 marzo 2023 per PC/Mac e il 28 marzo 2023 per Xbox e PlayStation.

Per ulteriori dettagli, vi lasciamo al video di Global Reveal, un evento di trenta minuti dedicato a The Elder Scrolls Online: Necrom trasmesso subito dopo l’Xbox Developer Direct.

Redfall

L’ultimo – e di solito più importante – slot è stato vinto da Redfall di Arkane Studios.

Il team di sviluppo ci ha portato in giro per la mappa open-world alla scoperta di alcune delle zone che è possibile visitare all’interno dell’FPS con elementi ruolistici.

Redfall è divisa in quartieri che dovremo liberare da diversi gruppi di vampiri. Una volta ripulita la zona, potremmo affrontare il generale del quartiere, dei vampiri particolamente coriacei con abilità uniche. Ogni quartiere liberato ci avvicinerà verso la fine del gioco dove affronteremo i Vampire Gods.

Tra le zone più interessanti, citiamo i Vampire Nest: spazi psichici che possono essere spazzati via distruggendo il cuore (letteralmente) che li mantiene in vita.

Redfall uscirà il 2 maggio 2023 su Xbox Series S|X e PC.

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Storia dei videogiochi: l’età dell’oro degli anni 80

Benvenuti al secondo appuntamento con la storia dei videogiochi in cui vi racconterò gli anni 80: non stavate più nella pelle, vero? Scoprire chi, cosa e perché ha permesso che ora siate seduti sul vostro divano a giocare ad Elden Ring, ad esempio. Nella prima parte siamo arrivati alla fine degli anni 70, abbiamo scoperto i precursori del videogioco e le prime macchine da gioco, ci siamo avvicinati in pratica all’età dell’oro dei videogiochi, un’era che ha un inizio ben distinto.

Home Computer

Agli inizi degli anni 80, i videogiochi fanno impazzire le grandi masse, non solo con i cabinati che affollano le sale giochi, che spuntano come funghi sul territorio, ma anche con l’avvento dell’Home Computer, poiché la tecnologia era arrivata ad un prezzo congruo per la distribuzione di massa. Dapprima vide la luce il Vic 20, Video Interface Chip (il 20 in sé non ha nessun significato specifico, solo il compito di renderlo più user friendly). Venne progettato da Bob Yannes.

Vic-20

Snoccioliamo due dati? Chip basato sul MOS 6502, un microchip ad 8 bit, memoria ROM di 20 kb, memoria RAM di circa 5 kb di cui 3,5 per la programmazione in Basic e gli altri 2kb per la gestione del segnale video. Risoluzione 176×184 con 8 o 16 colori, appare chiaro che al giorno d’oggi queste caratteristiche non bastano neanche a far muovere una nocciolina su schermo, ma d’altronde ragazzi, questi erano gli inizi, e fortunatamente direi io.

Commodore 64

Nel 1982 nacque il Commodore 64, evoluzione del Vic 20. L’home computer presentava un chip capace di strabilianti performance grafiche e sonore a un costo contenuto. L’aspetto economico fece molta differenza, il Commodore 64 si andò a scontrare in America con l’Atari 800, simile per caratteristiche – ma molto più costoso – e con l’Apple II che però non poteva vantare le stesse caratteristiche e quindi performance del Commodore. In Inghilterra vi erano invece l’Amstrad CPC ma soprattutto lo ZX Spectrum. In un primo momento quest’ultimo registrò più vendite ma sul lungo periodo non riuscì più a reggere il paragone con gli innumerevoli pezzi venduti del Commodore 64.

Moltissime periferiche furono prodotte per il Commodore 64 e parliamo di monitor dedicato, mouse, joystick con un solo pulsante di fuoco e addirittura stampanti. Il C64 per circa 11 anni ha dominato il mercato e si stima che siano stati venduti circa 30 milioni di unità.

I motivi? Presto detti: prezzo contenuto, facilità di utilizzo e programmazione, doppia possibilità di far partire i giochi, cassette e floppy da 5 pollici (enormi), una vastissima scelta di giochi che iniziarono anche ad essere recensiti da riviste del settore (ricordiamo ZZap e The Games Machine). Fu un vero e proprio fenomeno sociale. Dopo questo doveroso tributo al Commodore 64, torniamo ai videogiochi.

Videogiochi cult

Dragon’s Lair

Dragon’s Lair -attenzione immagine di gioco-

Personalmente inserisco questo gioco in un paragrafo tutto suo, come fatto con Pac-Man poco più sotto, non perchè come Pac-Man, abbia segnato un’epoca ma semplicemente perchè Dragon’s Lair è stata una vera e propria perla del suo tempo.

Mentre impazzavano i pixel a destra e a manca per lo schermo, questo titolo spremette tutta la potenza che l’Amiga 500 prima e la 1000 dopo, sfornando un vero cartone animato interattivo, all’epoca detti laser game. Il titolo fu sviluppato dalla Cinematronics ed impiegò ben tre anni prima di vedere la luce.

Purtroppo meno tempo è bastato al genere per passare di moda: il gameplay prevedeva di pigiare determinati bottoni e/o tasti al momento giusto, in base a questo il personaggio (un improbabile cavaliere) compiva determinate azioni. Appare chiaro che si moriva molto facilmente e per andare avanti si era costretti ad imparare a memoria la sequenza dei tasti. A lungo andare frustrante. Ma Dragon’s Lair ha significato molto per noi bimbetti alle prime armi: ci ha reso consapevoli di cosa sarebbe potuta essere la tecnologia, lasciandoci con quella luce negli occhi che solo un regalo di Natale davanti agli occhi di un bambino può ricreare.

Pac-Man

Nel 1980 vede la luce Pac-Man. Prodotto dalla Namco, Pac-Man approdò inizialmente sui cabinati arcade delle sale giochi. Fu un enorme successo. Nel gioco l’utente deve guidare una creatura di forma sferica gialla, chiamata Pac-Man, facendole mangiare tutti i punti disseminati all’interno di un labirinto; nel fare ciò deve evitare di farsi toccare da quattro fantasmi per non perdere una delle vite a disposizione. Nei quattro angoli del labirinto vi sono quattro pillole speciali che invertono la situazione: i quattro fantasmi diventano, per dieci secondi esatti, vulnerabili. In questo frangente possono addirittura essere fagocitati da Pac-Man, facendogli guadagnare punti bonus.

In Occidente Pac-Man fu esportato dalla Midway Games, il cui Vicepresidente, Thomas Nieman affermò: «Eravamo al posto giusto, al momento giusto e con il gioco giusto». Pac-Man ebbe un plebiscito di consensi diventando il gioco più giocato per diversi anni e mantenendo ancora oggi la sua fama a distanza di quarant’anni.

Le prime innovazioni

In questi primi anni ottanta l’età dell’oro raggiunse il suo culmine. Nacquero: Defender, primo sparatutto a scorrimento; Battlezone che introdusse per primo un mondo di gioco tridimensionale anche se con grafica vettoriale; Pole Position, che con la sua visuale da dietro l’auto rappresentava un punto di svolta nei simulatori di guida; Zork che inaugurava l’epoca delle avventure grafiche e per la prima volta compariva su schermo Mario, che in una delle sue prime versioni si chiamava Jumpman.

Nonostante già dal 1981 i PC IBM cominciarono a diffondersi su larga scala, alla fine degli anni 80 erano ancora visti, dati i costi non proprio alla portata di tutti, delle macchine ibride, a scopo videoludico sì ma ancora con una vocazione ancora troppo spiccatamente professionale.

I videogiocatori preferivano sicuramente sistemi più semplici ed economici come Commodore 64 prima ed Amiga 500 dopo.

Console: Nintendo e Sega

Nei primi anni del decennio, il mercato di settore aveva principalmente da due competitor: Nintendo e Sega.

La prima cominciò a commercializzare sin dal 1983 il suo Famicom (Family Computer), in Occidente chiamato NES (Nintendo Entertainment System). Su tale piattaforma (considerata una delle più famose della storia) nacquero veri e propri capolavori – molto spesso nati dalla mente di Shigeru Miyamoto – come Super Mario Bros, The Legend of Zelda e Metroid, giochi che, come ben sapete, sono presenti ancora oggi con i loro seguiti sulle nostre console.

Nintendo con il suo NES ha sicuramente posto le basi per alimentare una “console war”, guerra tra console, spingendo al massimo la sua piattaforma con grafica e sonoro fino a quel momento inimmaginabili. Sega dal canto suo non poteva stare a guardare e rispose, nel 1985 con il Sega Master System.

Se per il NES abbiamo ricordato nomi che hanno fatto la storia dei videogiochi, per il Master System i titoli di punta portavano il nome di Wonder Boy, Out Run e Space Harrier.

Ovviamente ho lasciato alla fine il rivale storico di Super Mario. Mario ha sicuramente influenzato un’epoca, probabilmente più di una generazione di videogiocatori e lo stesso ha fatto Sonic con i suoi anelli da raccogliere e i suoi amici, perennemente da portare in salvo.

Conclusione

L’età d’oro dei videogiochi ha sfornato cabinati, console, piattaforme come Amiga e Commodore 64 che hanno traghettato l’industria videoludica nell’epoca moderna, alle soglie dell’era in cui il videogioco si sarebbe trasformato da semplice passatempo a vera e propria opera d’arte, visiva e sonora.

Alcuni ritengono che questo periodo d’oro riguardi solo i cabinati, e che la nascita di console e home pc abbia contribuito al declino dei videogiochi arcade. Io penso invece che console come NES e Master System – e la loro generazione successiva – abbiano contribuito a favorire il culmine di questo momento storico. Penso infine che il declino degli arcade sia dovuto alla saturazione del mercato dovuto a cloni di videogame nati proprio in questo particolare periodo.

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Critica su cosa il giornalismo videoludico vorrebbe, ma non può essere

Il 2022 delle fiere videoludiche si è concluso con la Milan Games Week & Cartoomics. C’ero anche io tra i 105mila appassionati che hanno popolato i padiglioni di Fiera Milano Rho e, tra le altre cose, ho felicemente speso del tempo con alcuni giornalisti videoludici più famosi di me: abbiamo riflettuto insieme su cosa sia l’informazione videoludica in Italia, cosa vorrebbe essere ma difficilmente potrà diventare nel breve periodo.

L’evento al padiglione 16 della Milan Games Week: “L’origine del giornalismo videoludico” tenuto dagli ex-autori di Everyeye, Francesco Fossetti e Marco Mottura è stata la miccia che ha innescato una vivace conversazione tra giornalisti, influencer e creator del panorama videoludico. Come avviene spesso in questi casi, il Q&A è stato il momento di maggior interesse dove in tanti hanno espresso i propri dubbi sull’informazione videoludica e la sua sostenibilità. Durante la sessione di domande e le conseguenti risposte di Francesco e Marco, tre sono stati i temi che voglio approfondire in queste righe: il focus dei grandi siti sul creare contenuti velocemente, anche e soprattutto a discapito della qualità; la sostenibilità di un approccio più lento; la velocità del settore dei videogiochi.

Il mondo dell’informazione è cambiato e di conseguenza anche i propri professionisti si sono dovuti evolvere; un discorso che vale per tutto il mondo del giornalismo, ma che trova terreno fertile in un contesto ancora immaturo come quello videoludico. Gli appassionati sono bombardati da nuovi contenuti perché ogni clic ha un valore monetario.

Una bulimia informativa che fa vivere – e in certi casi sopravvivere – i grandi a discapito di tutto quello che li circonda: la qualità dell’informazione non può che peggiorare; chi scrive ha sempre meno tempo ed è sempre meno pagato; i piccoli siti di approfondimento – come il IlVideogiocatore – non possono emergere perché il sistema predilige la quantità. Idee che ho sempre sostenuto, ma che mi sono state finalmente confermate: Francesco Fossetti ha sottolineato come il sistema pubblicitario dei grandi dell’editoria non è più sostenibile, mentre Marco Mottura ha ricordato quanto i newser siano mal pagati.

A questo aggiungo che la velocità d’esecuzione – un pregio per i pro player, ma un contro per i giornalisti – è un problema che può diventare orribile quando – come troppo spesso avviene – sacrifica il fact-checking. Quante volte vi è capitato di vedere notizie: aggiornate, con un cambio di significato; cancellate; o addirittura smentite dagli utenti nei commenti?

Il giornalismo videoludico è troppo veloce

La soluzione più semplice allora è tornare al passato: le slow news come li ha definiti un creator durante l’evento. Chi segue il blog da un po’ di tempo, sa che per me l’approccio lento è l’unico che permette veramente di approfondire il settore per come merita, perché un videogioco – così come un libro o un film – deve essere gustato, digerito e solo dopo è possibile eleborare un pensiero critico. Noi de IlVideogiocatore lo facciamo, nel nostro piccolo, da qualche anno ormai; Francesco Fossetti e Marco Mottura hanno lanciato il loro enorme progetto, FinalRound, per fare la medesima cosa coinvolgendo i più autorevoli giornalisti e creator videoludici italiani.

Quando ho visto FinalRound ho vissuto una dicotomia di emozioni: da un lato c’è un nuovo enorme competitor che diminuirà la nostra possibilità di crescere; dall’altro però ho pensato che potevo imparare come rendere sostenibile il mio progetto che oggi si basa solo sulla passione, e lo sforzo, dei miei stupendi compagni di viaggio. Purtroppo, Francesco mi ha dato la peggiore delle notizie affermando che ogni scrittore di FinalRound è mosso solo dalla passione e che gli introiti sono esterni al progetto. Sono certo che Fossetti e Mottura troveranno un modo per guadagnare dal proprio sito, ma mi chiedo: come può il giornalismo videoludico di qualità essere mosso solo dalla passione?

L’approfondimento nel giornalismo videoludico è ancora allo stato embrionale, ma il mercato dei videogiochi fattura miliardi di euro e noi scrittori possiamo fare ancora poco per proteggerlo, perché i nostri sforzi di dare credibilità al medium sono costantemente bombardati da eventi esterni – detrattori come politici e sedicenti intellettuali – ma anche dall’interno con scritture povere e più concentrate al gossip, che all’opera artistica che si trovano davanti.

Giornalismo videoludico: a volte basta solo rallentare

Infine, la terza e ultima questione che voglio sollevare è la quantità di videogiochi che ogni giorno sono disponibili sul mercato. Il tempo a disposizione per il tak-show era breve, ma sono certo che Fossetti voleva parlarne ampiemente dato che più volte ha ripetuto il concetto; e mi trova d’accordo: c’è troppo materiale, non è possibile valutarlo tutto e questo ci rende giornalisti incompleti, soprattutto quando la volontà è quella di creare contenuti di qualità, che richiedono tanto tanto tempo.

Anche un contenuto apparentemente semplice come la mia classifica dei giochi migliori è ormai un’impresa: ci sono centinaia di videogiochi che vorrei provare e sento di doverne giocare ancora troppi prima di poter dire che quel videogame è effettivamente il meglio che ci sia; semplicemente non posso testarli tutti. Da un lato mi confortano le parole di Umberto Eco che alla domanda se avesse letto tutti i libri che aveva nella sua libreria rispose spiegando come non è importante leggere tutte le opere, ma sapere dove trovare le risposte quando se ne ha la necessità. Sicuramente una risposta sagace, ma che non fa nulla per migliorare il senso di incompletezza che sento quando non posso giocarli veramente tutti.

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Storia dei videogiochi: dalla nascita agli anni 70

I videogiochi sono un medium recente, che nel giro di pochi decenni ha subìto un cambiamento radicale. Oggi l’industria videoludica segue di pari passo le novità e i miglioramenti informatici della nostra era. Agli albori però i videogiochi erano molto più simili a degli esperimenti di elettronica. Per questo motivo, è difficile collocare un vero e proprio punto d’inizio per la nascita dei videogiochi. In questo primo articolo sulla storia dei videogiochi, collochiamo l’inizio di tutto tra la fine degli anni 40 e l’inizio degli anni 50 e proseguiremo raccontandovi gli eventi principali dell’industria videoludica fino alla fine degli anni 70, poco prima dell’età dell’oro dei videogiochi.

I videogiochi dagli anni 40 ai 60

Sembra incredibile ma i primi tentativi di utilizzare la tecnologia a scopo ludico affonda le radici tra gli anni 40 e 50. La nascita del primo prototipo di videogioco può essere collocata nel 1947, quando Goldsmith e Mann progettarono un gioco utilizzando valvole termoelettriche ispirandosi ai radar della Seconda Guerra Mondiale che simulava il lancio di un missile verso un bersaglio. Il giocatore, ruotando delle manopole impostava traiettoria e coordinate. L’idea era geniale, simulare un evento, quale il lancio di un missile, che fino a pochissimi anni prima era una cruda e tremenda realtà, trasposto su una macchina “da gioco” aveva un qualcosa di rivoluzionario.

Per gli elevati costi di produzione e gestione il progetto non andò mai oltre la fase di prototipo. Goldsmith e Mann non lo sapevano ma avevano posto le basi per una lunga e duratura esistenza dell’utilizzo della tecnologia, con il tempo di tipo elettronico, a scopo ludico.

Il primo “video”-gioco

Già nel 1952 un certo Douglas sviluppò quello che si ritiene essere il primo vero e proprio videogioco poiché lo stesso era trasposto su schermo a tubo catodico, il gioco si chiamava OXO ed era praticamente l’equivalente del Tris. Il rilascio avvenne per sistemi EDSAC.

La nascita dei videogiochi: OXO
OXO, il primo Tris elettronico

Nel 1958 lo statunitense William Higinbotham ebbe la geniale idea di creare, con pochi componenti quali un computer Donner 30, un oscilloscopio e alcuni relè un campo da tennis (visto lateralmente).

I giocatori, due quindi, utilizzavano altrettante plance su cui erano poste una manopola per orientare la palla e un pulsante per farla partire; il gioco sbancò tanto che nel 1959 ci fu una riedizione, chiamato Tennis for Twoche abbiamo approfondito in questo articolo in cui furono aggiunti degli ulteriori pulsanti che consentivano di modificare la gravità della palla, rallentandone o accelerandone i movimenti.

Addirittura, nel 1997, per i 50 anni del Brookhaven National Laboratory (laboratorio dove per la prima volta fu esposto il gioco), venne ricreato il Tennis for Two originale, utilizzando gli schemi dell’epoca ma con componenti ovviamente di un’altra era.

I videogiochi dagli anni 60 ai 70

La nascita dei videogiochi: Spacewar!
Spacewar!

Arriviamo dunque negli anni 60, 1962 esattamente, quando un gruppo di studenti del Massachussets programmò Spacewar! Il gioco girava su computer PDP-1, era privo di intelligenza artificiale e per questo motivo erano necessari due giocatori.

Giocatori che muovevano due astronavi che potevano accelerare e ruotare in senso orario e antiorario, vince il round il primo che con un missile riesce a colpire l’avversario. Elementi di disturbo come meteoriti, erano inseriti durante il gioco. Spacewar! viene presto distribuito su tutti i computer tipo DEC-PDP, diventando il primo gioco in larga scala. Per agevolare i giocatori, con dei pezzi di scarto, fu creato quello che oggi possiamo definire un primo joystick!

C’è da dire che, in quegli anni, i giochi erano programmati perlopiù da studenti universitari, su macchine in dotazione alle stesse Università, costosissime, e appare chiaro come tutti i progetti avessero vita davvero breve. Altri titoli degni di nota di quell’anno, sulla stessa piattaforma, furono Hamurabi, un manageriale a turni di tipo testuale e il simulatore Lunar Landing Game.

La prima console

Magnavox Odyssey

Nel 1966 vide la luce, grazie all’ingegno di Ralph Baer, un ingegnere statunitense, il prototipo della prima console. Creò un semplice videogioco, Chase, riprodotto, per la prima volta, su una normale televisione. Il sistema inizialmente molto genericamente chiamato Brown Box, vide la sua evoluzione in Magnavox Odissey, la prima vera console, nella quale erano inclusi un gioco di tennis e un tiro al bersaglio, uno dei primi dispositivi che furono disponibili per tale piattaforma fu una pistola ottica.

I videogiochi dagli anni 70 agli 80

Computer Space

Gli anni Settanta cominciarono alla grande! Già nel 1971 all’Università di Stanford si progettò un videogioco, Galaxy Game, che per funzionare aveva bisogno di una monetina.  Due mesi dopo Bushnell e Dabney ultimarono Computer Space, primo videogioco arcade non meccanico costruito su larga scala (circa 1.500 esemplari). Inizia l’era dei videogiochi arcade. Il gioco in sé non riscuote molto successo perché particolarmente ostico, ma sicuramente questo è un tassello che significherà molto per la storia videoludica. Oggi magari sono sconosciute ai più ma come dimenticare le giornate intere passate in Sala Giochi quando si marinava la scuola o la sera con gli amici? Iconica.

La nascita di Atari

La nascita dei videogiochi: PONG
PONG

Appena l’anno dopo, nel 1972, ritroviamo un Bushnell che non si arrende, insiste con i videogiochi, producendoli, stavolta, in proprio e fonda Atari. Il primo grande successo di Atari e dell’industria videoludica in generale fu PONG, gioco in cui si doveva servire una pallina verso il campo del secondo giocatore, il quale doveva controbattere alla mossa dell’avversario…furono venduti 19.000 cabinati. Si erano poste le basi per il periodo che gli addetti ai lavori definiscono l’età dell’oro dei videogiochi.

La prima controversia pubblica

Ma prima di parlare della nascita di questo periodo fortunato, periodo che possiamo far partire dal 1978, torniamo un attimo indietro nel 1976. Nel 1976 vede la luce Death Race, un gioco di auto il cui scopo era quello di investire dei gremlins, simili a dei pedoni, da ciò scaturì la prima controversia pubblica sulla violenza gratuita nei videogiochi.

Un po’ come avvenne anni più tardi, quando l’opinione pubblica si scagliò contro Carmageddon per lo stesso motivo…in questo caso la casa produttrice fece marcia indietro e modificò il colore del sangue dei poveri investiti da rosso a verde, facendoli sembrare una sorta di alieni.

Space Invaders e Asteroids: l’età d’oro dei videogiochi

L'età dell'oro: Asteroids
Copertina di Asteroids

Ed eccoci al 1978, anno di Space Invaders della Taito e Asteroids di Atari, i giochi che hanno fatto fiorire le sale giochi portandole all’apice del successo e mantenendolo fino alla metà degli anni ’80, la cosiddetta età dell’oro appunto.

Il primo, molto semplice ovviamente rispetto a quello a cui siamo abituati oggigiorno, vede un cannone mobile sullo sfondo dello schermo, che il giocatore può muovere orizzontalmente e con il quale può sparare a una serie di alieni che scendono giù dall’alto dello schermo, in un movimento predefinito a zig zag.

Il secondo, Asteroids invece fa uso di grafica vettoriale e vede una navicella al centro dello schermo, schermo attraversato da asteroidi appunto e dischi volanti: obiettivo del gioco è evitare gli asteroidi e i colpi delle navicelle aliene.

I primi videogiochi a colori vedranno la luce solo l’anno dopo, nel 1979 in cui il più famoso è Pac-Man…ma questa è un’altra storia e vi diamo appuntamento alla prossima puntata!

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Xbox e Bethesda Games Showcase: il meglio dall’evento Microsoft

L’importanza di Xbox all’interno dell’ecosistema videoludico è aumentata negli ultimi anni e l’Xbox e Bethesda Games Showcase 2022 ne è la prova; infatti, l’evento Microsoft ha mostrato diversi titoli che qualche anno fa non sarebbero comparsi in uno show per la console americana.

Nonostante la scelta di avere giochi solamente in esclusiva per Xbox Series S|X non sia stata presa in considerazione, l’acquisizione di Bethesda e Activision Blizzard, ha consentito a Microsoft di portare durante l’Xbox e Bethesda Games Showcase lunghi segmenti di IP di enorme importanza come Diablo 4, Forza Motorsport e fresche novità come Starfield e Redfall.

Qui un riassunto del meglio annunciato durante l’Xbox & Bethesda Games Showcase, volutamente scremato data l’enorme mole di giochi presentati durante l’evento.

I titoli presentati durante l'Xbox e Bethesda Games Showcase

Una nuova partnership: Kojima Productions e Xbox Game Studios

Rumor, conferme e smentite trovano la loro ufficialità: Xbox Game Studios e Kojima Productions stanno lavorando a un nuovo videogame per Xbox, che vuole sfruttare al massimo la potenza del cloud. A dirlo è stato lo stesso Hideo Kojima.

Xbox e Bethesda Games Showcase: nasce la collaborazione tra Kojima Production e Xbox Game Studios

Starfield si mostra in un First Look gameplay

Todd Howard, game director di Starfield, ci ha preso per mano e ci ha portato in giro per il mondo di Starfield grazie a un primo video gameplay. La promessa è che Starfield garantirà un’inedita possibilità di esplorare il suo spazio alla ricerca di risposte sul più grande mistero dell’umanità.

Nell’anno 2330, l’umanità ha viaggiato oltre il sistema solare e acquisito nuovi pianeti. Cominceremo come umili minatori spaziali e ci uniremo alla Constellation, l’ultimo gruppo di esploratori spaziali alla ricerca di rari artefatti.

Il titolo uscirà in esclusiva console per Xbox Seris S|X, PC e sarà disponibile sull’Xbox Game Pass al day one.

Diablo IV uscirà nel 2023

Diablo IV sarà lanciato nel 2023 su Xbox Series S|X, PlayStation 5, Xbox One, PlayStation 4 e PC. L’opera Blizzard garantirà il cross-play e la progressione cross-platform. Su console, i fan potranno giocare in co-op.

Inoltre, gli sviluppatori hanno presentato la quinta classe giocabile: il negromante.

Forza Motorsport

Xbox e Bethesda Games Showcase 2022 è stata la casa di un nuovo trailer del racing game Forza Motorsport. Il videogioco ha catturato l’attenzione per l’accuratezza della fisica, la bellezza delle auto, una nuova dinamica dello scorrere della giornata, danni sulle vetture e un ray tracing in real time di nuova generazione.

Anche Forza Motorsport sarà un’esclusiva console Xbox Series S|X, arriverà su PC e sarà disponibile al day one sull’Xbox Game Pass.

Redfall Gameplay Reveal

Redfall è il nuovo co-op FPS di Arkane Austin. Il titolo, che sarà disponibile nel 2023, è stato disegnato all’interno di un open world ricco di narrativa e vampiri.

Redfall è un’esclusiva console Xbox Series S|X. Sarà inoltre disponibile su PC e sull’Xbox Game Pass al day one.

Minecraft Legends

Mojang Studios ha rivelato Minecraft Legends, un nuovo action strategy game sviluppato in partnership con Blackbird Interactive, che arriverà nel 2023. Il titolo sarà disponibile al day one su Xbox Game Pass.

Obsidian annuncia Pentiment

Andreas Maler, artista artigiano, sarà il protagonista di Pentiment, un’avventura narrativa ambientata nel 16esimo secolo in Baviera, un periodo di grandi disordini sociali.

Saremo coinvolti in una serie di omicidi che dureranno oltre 25 anni e spetterà a noi giocatori indagare e interrogare i cittadini, le cui decisioni avranno un impatto sulla città negli anni a venire. L’opera è gestita dal game director Josh Sawyer e prende ispirazione da manoscritti, stampe xilografiche e la storia stessa.

Pentiment sarà un’esclusiva temporale su Xbox Series S|X, uscirà per PC e sarà disponibile sul Game Pass al day one.

25 anni di Persona

Per festeggiare i 25 anni dell’IP, Persona 5 Royal, Persona 4 Golden e Persona 3 Portable arrivano su Xbox e PC. L’avventura inizierà il 21 ottobre 2022.