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Hytale: ascesa, caduta e rinascita di un sogno voxel

Il 13 dicembre 2018 un video pubblicato su un canale YouTube fino ad allora sconosciuto era destinato a far discutere l’intera community videoludica. Un trailer di pochi minuti, ma sufficiente a scatenare un hype globale senza precedenti. In un momento non propriamente roseo di Minecraft, molti appassionati videro davanti a sé la promessa di un mondo nuovo, ambizioso, apparentemente infinito.

Quella che sembrava l’alba di una nuova era per i sandbox si è rivelata invece una delle storie di sviluppo più travagliate, affascinanti e dolorose del medium. Questa è la storia di Hytale: un videogioco nato da un gruppo di modder di Minecraft, esploso sotto i riflettori internazionali, passato attraverso un’acquisizione, una cancellazione e infine una rinascita dalle ceneri.

Alla base di Hytale c’è un sandbox RPG voxel-based con elementi di avventura, creatività e modding profondo, concepito per superare i limiti di Minecraft senza tradirne lo spirito, offrendo ai giocatori e ai creator un controllo totale sul gioco e sui suoi sistemi.

La genesi di Hytale: il server Hypixel

Per comprendere meglio il titolo bisogna però tornare indietro di oltre dieci anni, nel cuore della community di Minecraft. Tra il 2012 e il 2013, un gruppo di amici canadesi – Simon Collins-Laflamme, Philippe Touchette e Aaron “Noxy” Donaghey – fonda Hypixel Inc. per gestire un server multiplayer personalizzato.

Il lancio ufficiale del server Hypixel avviene il 13 aprile 2013 e il successo è immediato. Grazie a minigiochi innovativi e a una cura del design allora rarissima, Hypixel diventa rapidamente il server più visitato al mondo, con picchi superiori ai 100.000 giocatori simultanei. Modalità come BedWars e SkyBlock finiranno per diventare uno standard dell’intero ecosistema multiplayer.

Il team di Hypixel non si limita però a replicare formule di successo, ma punta a costruire un’esperienza sempre più simile a un vero RPG, spingendo l’engine di Minecraft ai suoi limiti. Il server genera milioni di dollari grazie a donazioni e cosmetici, ma nel settembre 2014 Mojang – nel frattempo acquisita da Microsoft – modifica la propria EULA, vietando qualsiasi pagamento che fornisca vantaggi in-game.

Le conseguenze sono drastiche: gli introiti di Hypixel crollano di circa l’85%. Le nuove politiche e i limiti strutturali dell’engine rendono ormai impossibile realizzare la visione del team. È in questo momento che nasce l’idea di fare un passo ancora più audace: creare un videogioco da zero.

Le prime fasi di sviluppo di Hytale

Nell’aprile del 2015 prende forma Hypixel Studios, uno studio indipendente composto inizialmente da pochi ex modder di Minecraft, guidati da Simon Collins-Laflamme. L’obiettivo è chiaro: sviluppare un nuovo sandbox voxel-based che elimini le “catene” sperimentate per anni come modder.

La filosofia è semplice ma rivoluzionaria: gli strumenti utilizzati dagli sviluppatori devono essere gli stessi messi a disposizione dei giocatori. Per questo il team lavora su un engine proprietario, con client inizialmente in C# (poi C++) e server Java.

Lo sviluppo procede in totale segretezza e nell’agosto 2016 viene registrato il dominio hytale.com. Il silenzio è assoluto, ma qualcosa sta crescendo nell’ombra.

Hytale dal 2018 in poi: L’esplosione di Hype e il lento declino

Il 13 dicembre 2018 Hypixel Studios pubblica finalmente il primo trailer di Hytale. Nel giro di tre giorni il video supera i 60 milioni di visualizzazioni, superando Red Dead Redemption 2 e il trailer della nuova stagione di Fortnite.

L’impatto è enorme. L’hype esplode, anche grazie a una fase di relativo calo di popolarità di Minecraft, improvvisamente percepito come un concorrente diretto.

Il trailer esce dunque nel momento perfetto e per Hypixel Studios è l’inizio di una fase estremamente delicata: da quel momento in poi non si sarebbe più potuto sbagliare, qualcuno era in attesa di quel titolo e non poteva essere disilluso.

In seguito al successo del video anche l’interesse degli investitori crebbe rapidamente. Riot Games, inizialmente finanziatrice del progetto, decise di acquisire completamente Hypixel Studios. Da un punto di vista teorico, la possibilità di espandere l’IP al massimo delle sue potenzialità economiche e non rappresenta certamente la mossa più giusta.
Nella pratica, però, l’acquisizione porta con sé un aumento drastico delle aspettative. Nei primi anni i dev blog continuano ad aggiornare costantemente la community, poi gradualmente il silenzio: una closed beta mai realmente partita, date di rilascio spesso rimandate e aggiornamenti sempre più rari.

Uno dei nodi centrali di questa fase è la questione riguardante il cambio di engine. Riot spinge per abbandonare la soluzione originale basata su Java in favore di un engine completamente in C++, pensato per uno sviluppo cross-platform. Una scelta sensata dal punto di vista tecnico e commerciale, ma che comporta una riscrittura quasi totale del progetto.
Nel frattempo, Minecraft riesce a rilanciarsi con nuovi contenuti. Hytale viene di fatto ricostruito da zero, mentre gli anni passano e l’entusiasmo si affievolisce sempre di più.

Hytale nel 2025: Risorgere dalle ceneri

Tweet di Noxy in cui annuncia la cancellazione di Hytale.

Nel giugno 2025, dopo anni di rinvii e con il gioco ormai diventato un meme, arriva l’annuncio che nessuno avrebbe voluto leggere: Riot Games cancella ufficialmente Hytale.
Per molti fan è la fine definitiva di un sogno. Hytale sembra destinato a diventare l’ennesimo grande “what if” dell’industria videoludica.

Eppure, la storia non è ancora finita.
Il 13 agosto 2025, a seguito di numerosi appelli da parte dei fan, Simon Collins-Laflamme annuncia l’inizio delle trattative per riacquistare l’IP e il 17 novembre ne arriva la conferma: Hytale torna finalmente nelle mani dei suoi ideatori. Hypixel Studios riapre con una trentina di sviluppatori che conoscono profondamente il progetto sin dai suoi esordi.
La filosofia cambia radicalmente: si ritorna alle fondamenta, abbandonando l’engine in C++ per riprendere quello Java. Il 18 novembre viene pubblicato il post “HYTALE IS SAVED!”, accompagnato da dieci minuti di gameplay grezzo ma concreto.

Simon è chiaro: il gioco è ancora acerbo e c’è molto lavoro da fare, ma insieme alla community, ragion per cui viene annunciato un early-access del gioco.

Tweet di Simon che annuncia la riacquisizione dell’IP.

Il 13 dicembre aprono i pre-order, con l’early access fissato al 13 gennaio 2026 su PC. Il successo è immediato: molti videogiocatori che avevano assistito all’ascesa e al declino di Hytale sono finalmente pronti a giocarci. Per la prima volta dopo anni, non si trattava più di una sola promessa.

Conclusione

Pochi titoli possono “vantare” un percorso così turbolento: nati dal modding, esplosi con un trailer virale, inglobati da un colosso e infine rinati in forma indipendente. I primi segnali dall’Early Access sono incoraggianti, con numeri di giocatori elevati e una community estremamente attiva (il titolo conta più di 4000 mod a sole 3 settimane dal rilascio).

La storia di Hytale è un monito per dimostrare che molto spesso in quest’industria i fondi a disposizione non sono ciò che conta, non bisogna dimenticarsi che, trattandosi di un settore estremamente creativo, l’ambizione può essere tanto un punto di forza quanto uno di debolezza e, in questo caso, portare al completo fallimento.

Resta molto da fare, ma una cosa è certa: l’odissea produttiva di Hytale rimarrà per sempre nella storia dei videogiochi.

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Il 112% di Hollow Knight: dove finisce il gioco e inizia il videogiocatore

Chiunque abbia giocato a Hollow Knight ha ben presente la sensazione di averlo finito. Una grafica spettacolare, un art style inconfondibile, una colonna sonora memorabile: un viaggio intenso che sembra giungere naturalmente alla sua conclusione. I titoli di coda scorrono e tutto lascia intendere che l’esperienza sia completa.

Eppure, come ben sappiamo, esistono diversi tipi di videogiocatori.C’è chi si ferma alla punta dell’iceberg, soddisfatto di ciò che ha visto. C’è chi decide di scendere un po’ più in profondità, ma senza rischiare di congelarsi. E poi ci sono i più temerari, quelli che non temono l’ipotermia e che, pur di completare un videogioco, sarebbero pronti a spingersi fino allo sfinimento. È proprio su questi ultimi due tipi di giocatori che voglio concentrarmi, cercando di capire cosa significhi davvero raggiungere il 112% di Hollow Knight o, perché no, andare anche oltre.

Il 112% di Hollow Knight: cosa significa davvero

Il 112% è il completamento massimo ufficiale di Hollow Knight. Non è un numero casuale: indica che hai esplorato quasi ogni angolo del mondo, affrontato quasi tutti i boss, raccolto tutti gli oggetti collezionabili e completato la maggior parte dei contenuti opzionali. Non è necessario arrivare a questo traguardo per vedere la storia principale, ma raggiungerlo significa aver visto praticamente tutto ciò che Hallownest ha da offrire.

Hollow Knight è una delle esperienze videoludiche più belle che si possano provare per chi ama il genere ed è uno dei pochi titoli in cui l’espressione “Git Gud” non suona come una provocazione, ma come una semplice constatazione.

Giocando, il titolo ti mette davanti a una sorta di selezione naturale: per andare avanti devi imparare a padroneggiare i movimenti, il combat system, l’esplorazione e il platforming. Non ci sono scorciatoie. Devi imparare a viverlo nella sua interezza, a riuscire a orientarti anche quando ti senti completamente sperduto.

Questo processo non rappresenta solo ciò che hai visto, ma soprattutto quanto sei cambiato come giocatore. E anche una volta raggiunto il 112%, Hollow Knight continua comunque a offrirti contenuti che vanno oltre il completamento “ufficiale”.

Una mappa completa e tutto ciò che serve al completamento del 112% di Hollow Knight. (Da Reddit)

I Pantheon di Hollow Knight: le prime vere sfide

Il vero spartiacque arriva con i Pantheon, delle vere e proprie boss rush. In ogni Pantheon affronti una serie di nemici consecutivi. I primi quattro Pantheon fanno parte del completamento al 112% e rappresentano sfide significative.

Alcuni momenti, come il quarto Pantheon e lo scontro con Pure Vessel, richiedono precisione e sangue freddo. Restano però sfide gestibili: impegnative, ma non ancora il vero test di tutto ciò che hai imparato.

Per il 112% è sufficiente completare i primi quattro Pantheon. Una volta terminati, se ne sblocca un quinto.

L’ingresso del Pantheon di Hallownest, con relativa selezione dei binding (Da Reddit).

Il Pantheon di Hallownest: l’ipotetico 113%

Il quinto Pantheon, a differenza dei precedenti, si colloca su quella che mi piace chiamare una soglia immaginaria: l’ipotetico 113%. Superarlo, sbloccare l’ultimo finale e sconfiggere tutti i boss, comprese le loro varianti, nel Pantheon di Hallownest è ciò che mi ha permesso di sentirmi davvero in pace con il gioco.

Si tratta di 42 scontri uno dietro l’altro, con qualche breve pausa nel mezzo, in cui riaffronterai tutti i boss precedentemente incontrati nel gioco base.

Nel Pantheon di Hallownest un try fortunato non basta più: ogni errore pesa e ogni mossa deve essere calcolata. Devi essere freddo, preciso, costante. Non si tratta più di fortuna o di un colpo riuscito al pelo: qui la vittoria è il risultato di ciò che hai imparato macinando ore e ore su Hollow Knight.

Per arrivare preparati al 113%, la Sala degli Dei ci viene in aiuto. In questo luogo ogni boss ha una statua davanti a sé che ti permette di ripetere lo scontro. Durante il mio playthrough mi è capitato più volte di riprovare alcuni combattimenti non per necessità, ma semplicemente perché li trovavo emozionanti e adrenalinici. Altre volte, invece, è stato indispensabile affinare lo scontro per migliorare la conoscenza del boss in questione e non avere difficoltà quando lo si affronta nel Pantheon.

La sala degli dei, con checklist di ogni boss e la relativa difficoltà di completamento (Da Reddit).

Un piccolo dramma personale

Personalmente, ho vissuto un episodio abbastanza tedioso. Arrivato all’ultimo boss del Pantheon, ho premuto ALT+F4 dopo la sconfitta, chiudendo il gioco. Quando raggiungi un certo boss nel Pantheon viene sbloccata la sua statua, che ti permette di esercitarti e riaffrontarlo.

Tuttavia, avendo chiuso il gioco in quel modo, il mio progresso non si è salvato, lasciandomi senza la statua del boss finale da poter riprovare. Un errore minuscolo, ma sufficiente a ricordarmi che la strada era ancora molto lunga.

Oltre questa personale soglia immaginaria, Hollow Knight continua a offrire nuove sfide e motivi per giocare: achievement opzionali, quest alternative, completare il Pantheon in full binding (con handicap su vita, anime, scudo e amuleti), speedrun complesse o la modalità Steel Soul senza mai morire. Ogni giocatore può trovare qualcosa che lo stimoli personalmente. La scelta di cosa affrontare e come è, ancora una volta, totalmente soggettiva: il Pantheon di Hallownest segna un traguardo, ma non l’ultima avventura che Hallownest ha da offrire.

Conclusione

Il 112% di Hollow Knight è quindi un viaggio o una perdizione? La risposta, probabilmente, dipende da chi ha il controller in mano e da quanto è disposto a spingersi oltre.

A un certo punto il gioco smette di chiederti qualcosa: sei tu che continui a chiedere a lui. Ma la vera soddisfazione, quella che ti rende davvero consapevole delle tue capacità, arriva solo superando quella soglia invisibile che separa il completamento dalla padronanza.

Il 113% non è segnato da un numero sullo schermo. È quel momento in cui, dopo l’ultimo colpo, resti immobile davanti allo schermo e sai di aver davvero completato tutto ciò che Hollow Knight aveva da offrirti. O almeno, così è stato per me.

Ognuno sceglie da sé qual è il proprio 113: per me è stato il completamento del Pantheon di Hallownest, per altri saranno le speedrun o tutti gli achievement. Ed è proprio qui che Hollow Knight mostra una delle sue caratteristiche più interessanti: a un certo punto non ti chiede più nulla, ma sei tu a chiedergli di giocare e di sfidarti ancora, di proporti una nuova competizione capace di darti soddisfazione e adrenalina.

Ecco perché la soglia è soggettiva. Tutto vale, oltre il 112.

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Larian Studios e Divinity, il ritorno di un sogno mai spezzato

Ai TGA 2025 ci è stato mostrato un teaser di un nuovo videogioco chiamato Divinity, reboot della nota saga omonima. Ma perché l’annuncio di un nuovo Divinity ha fatto così tanto scalpore? Che legame ha con i capitoli precedenti?

Larian Studios è uno studio indipendente fondato nel 1996 dalla mente creativa di Swen Vincke. Oggi noti come i creatori di Baldur’s Gate 3. Il successo di quest’ultimo porta con sè una domanda, il team di sviluppo è sempre stato al vertice dell’Olimpo videoludico? Quanto ha dovuto sudare per guadagnarsi il tanto agognato riconoscimento?

Le origini di Larian Studios

Nel lontano 1996 la situazione era tutt’altro che semplice. Essere uno sviluppatore indipendente in quegli anni, in un oceano ricolmo di titoli giganti che surclassavano i più piccoli, era molto diverso rispetto all’industria attuale. Nei suoi primi anni Larian ebbe numerose difficoltà a rimanere sostenibile e la missione di diventare indipendente dai publisher fu una costante per gran parte del tempo. Swen si trovava spesso a dover scegliere se pagare l’affitto o i collaboratori. I contratti settimanali e l’impossibilità di garantire stipendi regolari raccontano meglio di qualsiasi dato quanto fosse fragile il loro sogno in quegli anni.

È in questo contesto che viene ideato il primo vero progetto, The Lady, The Mage and The Knight, un cRPG fortemente ispirato a Ultima VII. Si trattava di un gioco che permetteva il multiplayer e fondeva le storie di tre personaggi inizialmente separati. Tuttavia, il publisher incaricato della pubblicazione dichiarò bancarotta e il progetto venne cancellato. Una delle problematiche più ricorrenti dal punto di vista progettuale era un’ambiziosità di fondo che spesso portava le produzioni a fallire.
Sarà proprio quest’ambizione di Larian, inizialmente limite imposto dai publisher, a sfociare nella loro più grande forza creativa.

Primo prototipo di The Lady, The Mage and The Knight

Sulle ceneri di The Lady, The Mage and The Knight, lo studio guarda avanti lavorando a Divine Divinity (2002) prendendo spunto dai grandi nomi del momento come Diablo e Baldur’s Gate. Lo scopo era creare un gioco ricco di scelte narrative guidate dal giocatore. Già da questo primo progetto si inizia a scorgere un’impronta orientata all’environmental storytelling e a una forte interazione, elementi chiave dei successi futuri.

È qui che si inizia davvero a riconoscere il tocco stilistico. Alla sua uscita, il gioco ottiene un ottimo riscontro dalla critica. Il successo creativo non coincide però con quello economico, ragion per cui viene in seguito rilasciato Beyond Divinity (2004), sequel che tenta di ampliare l’esperienza con migliorie varie. Vari problemi produttivi ne compromisero ancora una volta la buona riuscita.

Per mantenersi sostenibile, lo studio accettava lavori “in affitto”, scelta obbligata che allontanava sempre di più il team dal tipo di giochi che desiderava davvero realizzare.

Divine Divinity (2002).

Larian Studios sull’orlo del fallimento

In seguito al flop di Beyond Divinity nasce l’esigenza di guardare al mercato e produrre un gioco al passo con i tempi. È in questo contesto che prende forma Divinity II – Ego Draconis (2009) action RPG in terza persona. Il gioco presenta diverse caratteristiche innovative; lo stesso Swen cita la possibilità di trasformarsi in un drago come una delle novità più interessanti. Tuttavia, ancora una volta il publisher impedisce allo studio di prendersi il giusto tempo e ciò ha come risultante un titolo parzialmente completo.
Ed è proprio qui che la frustrazione riflette l’ennesimo videogioco stroncato da tempi stretti e poca libertà.

Divinity II – Ego Draconis (2009).

Ma come avrebbe potuto essere il prodotto finito con il giusto tempo per rifinirlo?

Questa domanda conduce alla parte più delicata della storia. Lo studio si divide su due fronti. Da un lato lavora a Dragon Commander, gioco di strategia ambientato nel mondo di Divinity. Dall’altro, Larian prende coscienza della necessità di tornare alle proprie radici e a ciò che ha sempre saputo fare meglio, con l’obiettivo di creare il miglior cRPG possibile: Nasce Divinity: Original Sin. Un do or die project che in caso di flop avrebbe chiuso questo libro per sempre.

Questa volta, però, sostenuto da una campagna crowdfunding su Kickstarter. Grazie all’aiuto da parte della community lo sviluppo del progetto viene completato con le giuste rifiniture. Il gioco si rivela uno straordinario successo: i videogiocatori apprezzano la libertà, l’interattività e lo spirito old school rinnovato in chiave moderna.

Sapere oggi quanto il progetto fosse un vero punto di non ritorno rende la sua buona riuscita ancor più significativa. Se anche solo poche cose fossero andate diversamente, forse avremmo perso per sempre una parte di quella visione del videogioco basata sulla passione e la libertà creativa di cui c’è tanto bisogno al giorno d’oggi.

Divinity: Original Sin (2014).

Baldur’s Gate 3 e l’ultima promessa di Larian

Il successo del gioco consente finalmente a Larian di ritrovare stabilità, risultato ulteriormente rafforzato con Original Sin 2.

La storia potrebbe quasi dirsi conclusa, se non per il rilascio di Baldur’s Gate 3 (2023), seguito di un cult intramontabile. Qui lo studio si consacra definitivamente a livello internazionale, portando all’estremo le idee già viste in Divinity e raggiungendo un livello di interattività mai visto prima, vincendo anche il GOTY e il premio per il Best Community Support nel 2025. Baldur’s Gate 3 è la dimostrazione concreta di cosa succede quando un team valido ha tempo, fiducia e libertà creativa.

Baldur’s Gate 3 (2023).

Dopo un traguardo del genere sembrava che il cerchio si fosse chiuso, ma ai Game Awards 2025 Larian Studios sorprende tutti con un nuovo trailer ambientato nel mondo di Rivellon. Poche informazioni, una cinematica visivamente spettacolare e un nome: Divinity.

Dopo aver ripercorso tutta questa storia, rivedere quel nome sul palco dei Game Awards assume un peso completamente diverso.

Larian è finalmente pronta a tornare alle sue origini e a completare la loro missione. La promessa è ambiziosa: il più grande RPG mai visto, con un grado di interattività persino superiore a Baldur’s Gate 3. Il tutto condito da un tempo di sviluppo ragionevole, ma soprattutto con la possibilità di assecondare la creatività e l’ambiziosità di fondo che li hanno sempre contraddistinti. Il gioco arriverà probabilmente tra il 2027 e il 2028, preceduto da una fase di early access, una pratica ormai consolidata per lo studio, pensata per raccogliere feedback e restituire l’esperienza nella sua forma più completa possibile.

Frame del teaser del nuovo Divinity.

Alla luce di tutte queste vicende, non sorprende l’attenzione maniacale ai dettagli e al “polish”. La storia di Larian Studios è una storia di riscatto, ma soprattutto un promemoria per l’intera industria: i giochi migliori nascono quando chi li crea non dimentica perché ha iniziato a giocare.

Divinity non è un ritorno. È una rivincita. In un’industria che spesso dimentica ciò che siamo, è bene ricordare quanto sia importante essere videogiocatori prima ancora che sviluppatori: creare giochi da videogiocatori, per videogiocatori.

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Game of The Year: 3 vincitori che hanno cambiato per sempre il settore videoludico

A un mese dai Game Awards 2025, la corsa al prossimo Game of the Year è più aperta che mai. Ma prima di speculare sul futuro, è giusto chiedersi: cosa rende davvero un videogioco degno di questo titolo? È la perfezione tecnica o la capacità di spingere il medium un passo oltre?,

In attesa di scoprire chi verrà premiato con l’ambito riconoscimento, vale la pena guardare al passato e osservare i videogiochi che, più di altri, hanno lasciato un segno indelebile nella storia del medium – non solo per la qualità tecnica, ma per la capacità di imporsi come pionieri di un cambiamento nei rispettivi generi.

Nel corso degli anni, alcuni vincitori non si sono limitati a primeggiare: sono diventati casi di studio, punti di svolta che hanno ispirato un nuovo modo di concepire i videogiochi.

In questo articolo analizziamo i tre Game of the Year che hanno riscritto il linguaggio del videogioco moderno: The Legend of Zelda: Breath of the Wild, It Takes Two e Baldur’s Gate 3.

Breath Of The Wild: Il GOTY dei nuovi open world

Vincitore del Game of the Year 2017, Breath of the Wild è un esempio perfetto di fusione tra videogioco ottimamente realizzato e novità creativa. Non solo ha rappresentato un miracolo tecnico spettacolare su un hardware limitato come Nintendo Switch, ma ha ridefinito l’intero genere open world. Se dal 2012 in poi molti titoli avevano seguito un modello sempre più prevedibile, fatto di mondi vuoti, mappe sature di icone e attività ripetitive, BOTW ha scelto un approccio strutturale più libero, creando un mondo meritevole di essere esplorato a fondo.

La verticalità della mappa è uno degli elementi che più ha rivoluzionato l’esperienza di gioco. The Legend of Zelda: Breath of the Wild introduce un modo completamente nuovo di pensare lo spazio. La mappa diviene ambiente tridimensionale che stimola la curiosità. Questo sviluppo verso l’alto modifica la percezione del movimento: il videogiocatore non si limita a seguire sentieri, ma proietta il proprio tragitto sfruttando l’arrampicata, il volo con la paravela e le interazioni fisiche e ambientali.

Il suo impatto è stato talmente forte da cambiare per sempre la percezione del genere. Da Genshin Impact a Elden Ring, molti dei successi degli anni successivi hanno preso ispirazione diretta dalle intuizioni di Nintendo. Breath of the Wild è stato un nuovo punto zero per l’open world moderno, dando vita a un filone successivo strettamente influenzato dalla sua filosofia di design.

It Takes Two: il GOTY che ci riporta sul divano

Nel 2021, in un panorama dominato da blockbuster sempre più grandi e solitari, It Takes Two si è imposto come una ventata d’aria fresca, conquistando il Game of the Year e riportando al centro quella forma di gioco cooperativo più pura con cui molti di noi sono cresciuti: una partita condivisa sul divano, tra amici, fratelli o partner. Ma quali sono le ragioni del suo successo?

La prima è la ridefinizione del co-op. It Takes Two è interamente costruito per essere giocato in coppia. La collaborazione è la base strutturale del gameplay. Senza dialogo, sincronizzazione e fiducia reciproca, l’avventura non procede. Accanto a questo, una narrazione semplice ma funzionale racconta la storia di una coppia in crisi costretta a ritrovare l’equilibrio lavorando insieme.

Uno degli elementi più rivoluzionari è l’estrema varietà di meccaniche. Ogni livello introduce gimmick nuove, spesso completamente diverse dalle precedenti, al punto da far sembrare il titolo diviso in piccoli giochi a sé stanti. Platforming, puzzle, azioni, momenti musicali, minigiochi e tributi ad altri generi: It Takes Two non si ferma mai, non si ripete e punta tutto sulla sorpresa costante. Questa sperimentazione continua lo rende un titolo dinamico, variegato e soprattutto incapace di annoiare.

Hazelight Studios e Josef Fares hanno costruito un’esperienza in cui ogni meccanica è un dialogo. Il titolo vive nelle dinamiche tra i due videogiocatori. La cooperazione da narrativa diventa ludica. Le difficoltà dei due personaggi diventano le nostre.

It takes two
It takes two

Baldur’s Gate 3: il GOTY senza catene

Arriviamo al GOTY 2023, Baldur’s Gate 3. Larian Studios ha riportato in vita il CRPG classico, ma lo ha fatto con un approccio moderno: dare priorità assoluta alla libertà del giocatore.

Baldur’s Gate 3 è, di fatto, Dungeons & Dragons sotto forma di videogioco nella maniera più fedele mai realizzata. Riesce a offrire quella stessa libertà totale che un gioco di ruolo cartaceo concede ai suoi partecipanti, costruendo un mondo di possibilità praticamente infinite, tanto vaste quanto l’immaginazione dei giocatori. Viene spontaneo chiedersi quanto sia stato complesso pianificare un titolo del genere: la quantità di elementi, scenari e personaggi con cui il giocatore può interagire è impressionante, quasi fuori scala per un videogioco moderno.

A questo si aggiunge la variabilità delle scelte: ogni percorso, dialogo, battaglia o semplice interazione ambientale può prendere direzioni completamente diverse. Non esiste una run identica a un’altra. Questa è la vera ridefinizione del genere: prendere un CRPG e portarlo alla sua estensione massima, creando un gioco vastissimo, rigiocabile all’infinito e soprattutto rivoluzionario.
Rivoluzionario perché dimostra che un titolo complesso, profondo, ricco di sistemi e basato sulla più pura libertà del giocatore può esistere.

Il successo di Baldur’s Gate 3 risiede nel coraggio di affidarsi a questa complessità. È un titolo che tratta il giocatore come colui che scrive, non. In un’industria spesso orientata alla semplificazione, BG3 ha dimostrato che il pubblico ama esplorare nuove possibilità.

La sua eredità è già evidente: ha elevato le aspettative su narrativa, reattività e libertà nei giochi di ruolo occidentali.

Verso il GOTY 2025

Guardando a questi tre titoli, emerge un dato importante: rivoluzionare un genere non nasce da un singolo elemento tecnico, ma dalla capacità di ripensare un linguaggio, un rapporto con il giocatore e il modo stesso di offrire un’esperienza videoludica. Una rivoluzione avviene quando il giocatore percepisce qualcosa di nuovo, quando prova una soddisfazione diversa da ciò a cui era abituato. Che si tratti di un open world libero, di una cooperazione creativa o di una narrativa reattiva, nel mercato videoludico odierno c’è bisogno di osare — e, soprattutto, di restare videogiocatori che creano per altri videogiocatori.

Con un parco titoli annuale estremamente variegato, viene spontaneo chiedersi chi, quest’anno, sia riuscito davvero a rivoluzionare il proprio genere. Sarà lui a vincere? Oppure prevarrà il gioco tecnicamente meglio realizzato? O, forse, la combinazione perfetta delle due cose?

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The Hundred Line: Last Defense Academy – Recensione

Chi conosce i lavori di Kazutaka Kodaka sa cosa aspettarsi da un videogioco: misteri intricati, personaggi eccentrici e colpi di scena inaspettati. Hundred Line: Last Defense Academy raccoglie tutto questo e lo cala in un contesto inedito, quello di un tactical JRPG scandito da cento giorni, dove ogni scelta può condurre a un finale diverso.

Hundred Line – Un mondo sotto un soffitto

La storia si apre con uno spaccato di vita nel “Tokyo Residential Complex”, una struttura che all’apparenza sembra una normale Tokyo, ma con un soffitto che copre l’intera città. Questo elemento lascia intuire che la vita all’interno non segua le regole del nostro mondo. Del “mondo esterno” si parla e si accenna a ciò che accade fuori, ma nessuno sa con precisione la verità.

L’equilibrio precario si spezza quando piombano dal cielo delle creature misteriose e ostili, definite “invasori”. Il protagonista, Takumi Sumino, si ritrova faccia a faccia con un insolito essere di nome Sirei, che gli chiede di trafiggersi il petto per ottenere il potere di combatterli. Non avendo altre opzioni, dopo un po’ di titubanza, Takumi accetta. In seguito alla battaglia però, si ritroverà misteriosamente catapultato in una struttura scolastica insieme ad altri 9 sconosciuti che non hanno idea di come sono finiti lì. Ben presto scopriranno che il posto in cui si trovano è la Last Defense Academy, luogo in cui vivranno per i prossimi 100 giorni con lo scopo di difendere la Terra dagli invasori e salvare l’umanità.

Un tactical RPG scandito da 100 giorni (e 100 finali)

Il playthrough base richiede circa 50-60 ore di gioco. Tuttavia, Hundred Line presenta una struttura a “route” con finali multipli: in totale cento. Non tutti sono radicalmente diversi; molti di questi sono semplici variazioni di uno stesso epilogo, ma l’abbondanza di esiti e il sistema di tracciamento interno rendono comunque interessante l’esplorazione delle varie possibilità. Il tutto è reso pratico dalla possibilità di riprendere precisamente il punto in cui andrà effettuata una scelta per esplorare le alternative.

Il videogioco consente inoltre di saltare sequenze già viste, missioni di esplorazione già completate o battaglie affrontate precedentemente per evitare che il completismo diventi tedioso.

Sebbene alcuni epiloghi siano fondamentali per una completa comprensione della trama generale, altri sono più leggeri o addirittura comici, spaziando dalla romance alla comedy.

Il gameplay di Hundred Line tra strategia ed esplorazione

Il combat system di The Hundred Line: Last Defense Academy è organizzato in scontri a griglia dove le azioni sono governate da un pool di Action Points condivisi: ogni movimento, attacco o abilità ne consuma uno. Le battaglie si arricchiscono con la meccanica della Fatigue, che limita i personaggi dopo l’azione, e con la barra Voltage, che, una volta caricata, permette di scatenare abilità speciali.

Ogni personaggio ha uno stile unico e, può persino sacrificarsi in battaglia con un Last Resort per ottenere la possibilità di utilizzare un attacco speciale.

Le varie abilità sono potenziabili grazie a materiali raccolti nella modalità esplorazione. Quest’ultima si svolge su una mappa a caselle simile a un gioco da tavolo: il giocatore pesca carte movimento che ne determinano il cammino e si imbatte in caselle che attivano eventi, battaglie o ricompense.

L’aspetto visual novel è poi arricchito dall’introduzione delle personal skill, abilità che influenzano direttamente la crescita in combattimento, e dal sistema di bonding, che permette di sviluppare le relazioni tra i protagonisti.


Il gioco riprende inoltre alcune meccaniche già presenti nei precedenti lavori di Kodaka, come il free time e il sistema dei gift di Danganronpa, offrendo la possibilità di trascorrere momenti con diversi personaggi per consolidare i rapporti e approfondire l’intesa con essi. Non mancano infine citazioni e ironici richiami alla saga.

Se da un lato ogni studente ha uno stile di gioco caratteristico, dall’altro la sua progressione può risultare poco stimolante: lo sviluppo segue lo stesso schema e non offre grande libertà nella creazione di build alternative. Le abilità sono poche e, una volta sbloccate, non resta che aumentarne il livello, ottenendo bonus piuttosto marginali. Questo limite si percepisce soprattutto nelle fasi avanzate, dove il rischio di ripetitività aumenta.

Temi, atmosfere e sperimentazione

Sul piano narrativo, l’influenza di Danganronpa e Rain Code è evidente: abbondano i colpi di scena, non manca un fan service provocatorio e ritornano i temi di speranza e disperazione, affrontati però con un taglio diverso e senza diventare il fulcro della trama. L’atmosfera che ne deriva è cupa e spesso angosciante, ma attraversata da lampi di speranza e da momenti che ci ricordano costantemente la drammaticità della situazione. Hundred Line gioca così con lo spettatore, alternando stati d’animo tesi e opprimenti a brevi attimi di relativa quiete e leggerezza.

Ed è proprio l’estrema profondità narrativa il punto di forza più grande di questo videogioco. La trama fitta vi terrà incollati allo schermo, spingendovi a scoprire sempre di più. E se una singola route non dovesse bastarvi, potrete esplorare gli altri finali: spesso dettagli non approfonditi in una storia trovano risposte in un’altra, permettendovi di ottenere una comprensione completa e totale dell’universo di gioco.

Secondo le dichiarazioni di Kodaka, l’obiettivo dichiarato è creare, anche in futuro con aggiornamenti, una sorta di “Shonen Jump” videoludico: un gioco che, come la celebre rivista di manga, continui ad aggiungere storie, interazioni e generi diversi. L’idea è ambiziosa e fa pensare a un progetto espandibile nel tempo. Per ora, l’esperimento appare riuscito, anche se il ritmo narrativo e la natura da visual novel potrebbero risultare pesanti per chi non ama il genere.

Hundred Line: Last Defense Academy è un titolo impegnativo ma affascinante, capace di mescolare un gameplay strategico soddisfacente a una narrazione corposa e ricca di diramazioni. Non è esente da difetti, ma dimostra la volontà di Kodaka di uscire dalla sua comfort zone, sperimentando con un genere nuovo senza rinunciare ai tratti distintivi del suo stile. Un esperimento narrativo parzialmente riuscito, che richiede tempo e dedizione, ma sa ripagare chi decide di immergersi nel suo mondo.

Dettagli e Modus Operandi
  • Piattaforme: PC, Nintendo Switch,
  • Data uscita: 24 aprile 2025
  • Prezzo: 59,99€

Ho giocato e completato il gioco su PC.

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Clair Obscur: Expedition 33 – Recensione

In un mercato ricolmo di sequel fotocopia e produzioni senz’anima, trovare un gioco che trasmetta passione vera è diventato un’impresa. Clair Obscur: Expedition 33 è un raro gioiello che ogni videogiocatore aspettava da anni: un titolo capace di emozionare, stupire e, alla fine, far venire voglia di alzarsi in piedi e applaudire. È un atto d’amore verso i videogiochi, un’esperienza che unisce stile, cuore e dedizione in ogni sua scelta.

Sandfall Interactive: studio indipendente o team solido?

Sviluppato da Sandfall Interactive, pubblicato da Kepler Studio e distribuito da Bandai Namco, Clair Obscur: Expedition 33 nasce da un team francese ben strutturato: non una piccola produzione indipendente, ma un progetto ambizioso che sorprende per qualità. Si tratta di un RPG a turni, sebbene rinchiuderlo in quest’etichetta non renda giustizia alla complessità del titolo. Tra i suoi punti di forza c’è sicuramente l’ispirazione ai grandi classici del genere, sebbene il gioco proponga molte idee originali.

Alla guida del progetto troviamo Guillaume Broche, ex dipendente Ubisoft che, come ha raccontato in diverse interviste, si era ormai annoiato in quell’ambiente lavorativo, e ha scelto di rimettersi in gioco per dare vita a qualcosa di nuovo. Anche lo sceneggiatore ha un percorso insolito: scoperto su Reddit, rappresenta un perfetto esempio di come la passione per i videogiochi possa portare a risultati sorprendenti. È proprio questa dedizione a permeare ogni aspetto del gioco, nato non per obbligo, ma per pura volontà di ritagliarsi un posto nel mercato.

Trama e ambientazione di Clair Obscur: Expedition 33

Il titolo affascina sin dai primi istanti, grazie a un incipit narrativo che colpisce per intensità, proiettando il videogiocatore in un mondo vivido e suggestivo.

L’ambientazione unisce elementi della belle époque francese con un immaginario fantasy dalle tinte dark, dando vita a un universo unico. Ogni anno, una figura enigmatica conosciuta come “la Pittrice” si sveglia e dipinge un numero su un enorme monolite situato all’orizzonte della città di Lumière. Questa cifra rappresenta l’età delle persone che svaniranno nel nulla e diminuisce progressivamente ogni anno. Per sfuggire a questo destino, vengono organizzate le Spedizioni. Si tratta di gruppi, spesso composti da persone prossime alla sparizione, che si avventurano nel continente vicino alla ricerca di un modo per interrompere il ciclo. Tuttavia, nessuna spedizione è mai riuscita a tornare indietro.

Il mondo di gioco è incredibilmente vasto ed esplorabile con varie zone curate in ogni dettaglio, al punto da invogliare il videogiocatore a perdersi al loro interno. Non si tratta di un open world, ma piuttosto di un grande continente, con aree piene di segreti e numerose quest secondarie. Alcune di queste accessibili solo dopo specifici punti di trama.

Narrativa e tematiche di Clair Obscur: Expedition 33

L’aspetto narrativo del titolo rappresenta senza dubbio uno dei suoi migliori punti di forza. La narrazione colpisce per intensità ed emozione, grazie a un uso sapiente delle cutscene. Questo aspetto ricorda molto Final Fantasy X, dove le scene cinematiche sapevano esaltare i momenti più significativi senza mai risultare invadenti. In un genere che spesso preferisce i dialoghi testuali, questa scelta regala un ritmo narrativo più coinvolgente e cinematografico.  

Clair Obscur: Expedition 33 tratta inoltre con rara sensibilità temi attuali e universali: la perdita, la fragilità della vita davanti all’ineluttabilità della morte, il valore della famiglia, la ricerca di sé, l’arte e la musica come rifugio e salvezza. Una storia capace di scaldare anche i cuori più duri ci viene raccontata con una delicatezza e una forza che lasciano il segno.

I personaggi, intensi e splendidamente caratterizzati, entrano nel cuore e ci restano, trasformando l’avventura in un legame profondo difficile da sciogliere.

Al termine della storia principale il gioco offre un ricco postgame, con nuove aree da esplorare, boss opzionali e contenuti aggiuntivi. Ciò approfondisce ulteriormente la trama, fornendo al videogiocatore un incentivo importante per continuare anche dopo i titoli di coda. L’interfaccia di combattimento si ispira a Persona, riuscendo però a rielaborare i principaki elementi in una formula originale.

Colonna sonora di Clair Obscur: Expedition 33

Le OST di Expedition 33 meritano un plauso particolare. Le tracce sono armoniose e perfettamente integrate nell’esperienza di gioco, capaci di enfatizzare i momenti chiave di narrazione e combattimenti, oltre ad accompagnare l’esplorazione. La qualità dei brani è talmente elevata da spingere il giocatore a fermare il gameplay per ascoltarli con più attenzione. Curioso è il fatto che il compositore sia un artista scoperto su SoundCloud, un dettaglio che sottolinea ancora una volta lo spirito innovativo e aperto del progetto.

Gameplay e meccaniche

Dal punto di vista del gameplay, Expedition 33 offre un sistema solido e sfaccettato. A una classica struttura a turni si affianca un’ampia gamma di meccaniche che arricchiscono significativamente gli scontri.

Un grandissimo punto di forza del gioco è la sua capacità di combinare caratteristiche provenienti da generi diversi senza mai risultare dispersivo (in alcuni frangenti ci si scorda persino di star giocando a un titolo turn-based). È infatti presente un sistema di parry e schivate coadiuvate da un vasto numero di abilità attive e passive (i Picto e le Lumina), un albero delle abilità estremamente articolato e la distribuzione dei punti tipica dei GDR. Questa combinazione di elementi rende il titolo accessibile a un pubblico più ampio, uscendo dai confini del (J)RPG e strizzando l’occhio ai fan dei Souls-like e ai videogiocatori più casuali, prendendo ispirazione da numerosi videogiochi di successo.

Inoltre, i tre livelli di difficoltà garantiscono un’esperienza adatta a neofiti e veterani del genere.

Personalizzazione di gioco

Un altro aspetto di grande rilievo è la personalizzazione: il giocatore può modificare l’aspetto del personaggio attraverso cosmetici, vestiti e acconciature, ma anche personalizzare in profondità il gameplay grazie ai Picto e alle Lumina. Queste abilità passive permettono di creare build uniche, ad esempio aumentando i danni sotto una certa soglia di vita o potenziando la possibilità di colpi critici, adattandosi a diversi approcci e preferenze. Ogni personaggio può essere costruito a seconda dello stile di gioco del videogiocatore, senza limitazioni imposte da ruoli fissi come mago, guaritore o guerriero.

Un punto a sfavore è la relativa facilità con cui si può “rompere il gioco”, specialmente nel post-game. I giocatori più esperti possono infatti facilmente creare build in grado di eliminare con un solo colpo anche i boss più impegnativi del post game. Fortunatamente, il team di bilanciamento rilascia regolarmente patch mirate a correggere questi squilibri.

Un prezzo competitivo

Dal punto di vista economico, il titolo viene proposto a 49,99 € al lancio, un valore decisamente competitivo rispetto agli standard attuali del mercato. Inoltre, grazie a promozioni e sconti, è possibile reperirlo a cifre ancora più basse. Ciò lo rende molto appetibile sul fronte qualità/prezzo.

Per concludere, Clair Obscur: Expedition 33 è un titolo che è stato capace di emozionare profondamente e di creare una solida community di appassionati che condividono l’amore per questo gioco. Nonostante alcune pecche, la qualità elevatissima sotto quasi ogni aspetto lo rende il punto di partenza ideale per un mercato videoludico che aspiri a tornare a produzioni di grande valore, fondate sulla passione e sulla cura di ogni dettaglio. L’anno è ancora lungo, ma una cosa è certa: Expedition 33 si candida con forza come uno dei favoriti assoluti per il titolo di GOTY 2025.

Dettagli e Modus Operandi
  • Piattaforme: PS5, Microsoft Windows, Xbox Series X/S
  • Data uscita: 24/04/2025
  • Prezzo: 49,99€

Ho giocato e completato il gioco su PC.

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Blue Prince – Recensione

In un panorama videoludico come quello moderno, è sempre più raro poter scoprire un videogioco nel vero senso della parola. Ormai tutto viene servito con tutorial su tutorial, spiegazioni dettagliate e sistemi pensati per assicurarsi di far capire ogni meccanica ancor prima di toccare il pad. Blue Prince, invece, va nella direzione opposta. Ci propone un modo di videogiocare che ricorda il passato: catapultati nel suo mondo con pochissime informazioni, abbiamo il compito di esplorare e capire il resto da soli.

Il nostro protagonista, Simon P. Jones, è il giovane erede di Mount Holly, una magione avvolta nel mistero. La sua vita prende una svolta inaspettata quando riceve un testamento dal defunto zio, Herbert S. Sinclair, che lo spinge a intraprendere un viaggio nella villa, alla ricerca della stanza n°46. Senza indicazioni chiare e senza nessuna guida, siamo costretti a fare affidamento esclusivamente sulla nostra intuizione e pazienza. Nessun combattimento, nessun obiettivo evidente: solo la determinazione di svelare i segreti che si celano dietro quel luogo.

Sviluppo e Gameplay di Blue Prince

Il titolo è stato interamente sviluppato da Tonda Ros, fondatore dello studio indipendente Dogubomb, con una lavorazione di quasi otto anni. Il lavoro è stato portato avanti con un gruppo estremamente ristretto, con il supporto di pochi collaboratori tra cui Davide Pellino, artista e designer italiano. Il progetto è stato fortemente ispirato all’opera Maze: Solve the World’s Most Challenging Puzzle, un libro illustrato che sfida il lettore a trovare il percorso più breve attraverso un labirinto di 45 stanze. Oltre a questo, sono state incorporate features prese da vari giochi da tavolo e di carte, come Magic: The Gathering a cui si deve il drafting delle stanze.

Blue Prince è, essenzialmente, un puzzle mystery con elementi roguelite. La villa che siamo chiamati ad esplorare è viva e mutevole e ogni sua stanza racconta qualcosa di ciò che è esistito prima di noi. Ogni giorno, il giocatore deve scegliere tra diverse stanze, alcune accessibili, altre chiuse o senza uscita (dead ends). Spesso queste decisioni determinano l’andamento della run, a volte costringendo a ricominciare da capo dopo pochi minuti. Il sistema di drafting non solo offre libertà di esplorazione, ma introduce un livello strategico importante, in cui ogni scelta ha peso. Al termine di ogni giornata, la villa ritorna allo stato iniziale, azzerando i progressi se non per alcuni cambiamenti permanenti. Questo meccanismo di reset spinge il giocatore a fare affidamento sulla propria memoria. Prendere appunti e annotarsi gli indizi è, infatti, parte integrante dell’esperienza.

Un esempio di drafting: scegli una delle tre stanze disponibili per proseguire l’esplorazione.

Narrazione ed estetica

Per quanto concerne l’aspetto narrativo, l’evoluzione della trama non è mai esplicita: si costruisce da sola, attraverso fogli, appunti, libri, disegni, schemi e frammenti sparsi di un passato da ricomporre. Sono presenti pochissime cutscene e la comprensione è affidata esclusivamente alla nostra deduzione, scelta che si integra perfettamente con il senso di scoperta che permea l’intero gioco. Il worldbuilding è ben approfondito, e si riesce a delineare una rete complessa di legami tra i personaggi, anche senza raccontarla in modo diretto. Pur vestendo i panni dell’unico personaggio vivo e tangibile, ci troviamo immersi in una storia ricca di intrighi di corte, guerre nazionali, relazioni e scambi epistolari. Il tutto supportato dalla colonna sonora di Trigg & Gusset, che rafforza l’atmosfera enigmatica e si fonde coerentemente al resto.

Dal punto di vista puramente grafico, Blue Prince adotta uno stile visivo che è, in un certo senso, la trasposizione videoludica del nostro taccuino per appunti. Le linee irregolari, i tratti frettolosi, e la sensazione di disordine visivo rappresentano l’atto stesso di prendere nota mentre si è immersi nella ricerca, con idee, mappe e pensieri che si incastrano senza mai darti tutte le risposte, bensì alimentando nuove domande.

L’estetica del titolo non ha quindi solo valore stilistico. In questo modo, Blue Prince diventa metafora visiva di come teniamo traccia dei nostri progressi, cercando di mettere ordine al caos.

Punti di forza e progressione

Per quanto atipico possa apparire in un contesto videoludico, uno degli aspetti più accattivanti risulta essere l’apparente assenza di una progressione, elemento che offre piena libertà all’utente. È possibile infatti esplorare la villa secondo i propri ritmi, decidendo autonomamente quali enigmi prioritizzare in base alle proprie preferenze.

L’obiettivo primario del gioco si completa in circa 15/20 ore da principiante, ma il raggiungimento dei titoli di coda è solo la punta dell’iceberg di un ghiacciaio infinito di cui è difficile stabilire i confini se non dopo averne raggiunto gli abissi.

Il team di sviluppo si è divertito a lasciarci la possibilità di scoprire tutte le sue sfaccettature, implementando sfide stimolanti e varie chicche da scopirire. Blue Prince strizza l’occhio anche ai completisti offrendo un sistema di trofei e modalità alternative che metteranno alla prova anche i videogiocatori più incalliti. Sebbene il gameplay loop possa risultare ripetitivo, l’elemento chiave risiede proprio nella voglia di fermarsi, guardarsi attorno e scoprire nuovi dettagli.

I difetti di Blue Prince

Nonostante ciò, il gioco non è privo di difetti. La frustrazione che può nascere in un punto morto è da non sottovalutare, specialmente per chi non è abituato al genere. Inoltre, l’assenza di tutorial e la difficoltà iniziale nel capire come proseguire potrebbero spingere alcuni giocatori all’abbandono. L’elemento fortuna, determinante nel drafting delle stanze, può influire negativamente sulla buona riuscita di una run e generare sconforto. Questa combinazione di casualità e illusione di una progressione chiara si presenta sia come punto di forza che come criticità: se da un lato stimola il videogiocatore a perdersi nell’esperienza ludica, dall’altro può risultare tedioso per chi ricerca un approccio più guidato. In ogni caso, la sensazione è che Blue Prince riesca sempre a tenerci coinvolti, grazie alla costante voglia di svelare nuove piste.

In definitiva, Blue Prince presenta una grandezza di contenuto impressionante, con la possibilità di scoprire sempre qualcosa di nuovo anche oltre le 50 ore di gioco, riuscendo a rimanere costantemente imprevedibile. Nonostante un gameplay loop a tratti ripetitivo e la presenza di diversi difetti, seppur facilmente arginabili, gli aspetti positivi sono decisamente superiori, rendendolo un titolo da tenere d’occhio per i GOTY, specialmente nella categoria indipendente.

Dettagli e Modus Operandi
  • Piattaforme: PlayStation 5, Xbox Series X/S, Microsoft Windows
  • Data uscita: 10/04/2025
  • Prezzo: 29,99€

Ho giocato e completato il gioco su PC.

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Editoriali

Until Then: vivere il tempo sospeso dell’adolescenza

C’è qualcosa di magico e speciale nei videogiochi che non hanno fretta. Until Then non corre, non urla: ti invita semplicemente a vivere, a ricordare, a sentire. In un mondo sempre più frenetico governato dal bombardamento visivo e dalla logica consumistica, quest’opera ci offre un rifugio, un angolo sospeso nel nulla in cui fermarsi a meditare.

Si tratta di un titolo che tesse i fili dell’adolescenza, dove ogni gesto è carico di significato e ogni silenzio è pesante.

La produzione di Until Then

Lo sviluppo, a cura di Polychroma Games, è iniziato durante la pandemia di COVID-19 nel 2020, con un team di circa dieci persone, guidato da Mickole Klein Nulud.

In Until Then, avventura narrativa ambientata nelle Filippine del 2014, vestiamo i panni di Mark Borja, uno studente delle superiori che vive da solo nella città immaginaria di Liamson. In apparenza, è solo un ragazzo qualunque. Ma il suo mondo, segnato da un cataclisma globale e da sparizioni inspiegabili, ci avvolge lentamente, fino a diventare il nostro.

Il videogioco combina il classico impianto da visual novel con vari elementi di avventura grafica. La narrazione è espressa principalmente attraverso il discorso diretto e forti sequenze dialogiche, supportate da flussi di coscienza che guidano l’interazione tra i vari personaggi. Il tutto poggia su uno stile grafico unico e inimitabile: una pixel art estremamente dettagliata su sfondi tridimensionali.

Until Then

Le tematiche

L’opera esamina una varietà di temi profondi: l’importanza delle relazioni umane nella nostra quotidianità, l’attenzione ai dettagli, le cose non dette. Riflette inoltre con lucidità su come la comunicazione – o la sua assenza – possa diventare costruttiva o distruttiva nei rapporti umani. La perdita e il trauma si insinuano nella vita di tutti i giorni e il titolo esplora con delicatezza la difficoltà nell’affrontarli, superarli o, più banalmente, di accettarne l’esistenza.

Il gioco ci mostra quanto spesso tendiamo a rifugiarci in una dimensione alternativa, aggrappandoci ai ricordi o a una realtà che ci sembra più sopportabile. La bellezza di Until Then sta proprio nel modo in cui riesce a far emergere queste emozioni attraverso una narrazione semplice, per quanto incredibilmente potente.

La sospensione del gameplay in Until Then

Sul piano del gameplay, le azioni a nostra disposizione non sono numerose, ma questo aspetto passa presto in secondo piano. L’esperienza che ci viene offerta è qualcosa che va oltre l’interazione: il coinvolgimento emotivo prende il sopravvento e siamo chiamati ad abbandonare il controllo, per vivere davvero la storia.

È un’esperienza sospesa che siamo chiamati a goderci in una realtà atemporale, in cui le storie dei protagonisti scorrono davanti a noi con un taglio cinematografico che rende ogni momento vivido e tangibile. Le inquadrature, i giochi di luce, le illustrazioni, le animazioni: ogni elemento è organizzato con cura per regalarci un’esperienza che supera i confini stessi del medium videoludico.

I minigiochi presenti sono per lo più un espediente per amplificare il coinvolgimento e l’immersività.

La cornice filippina e la colonna sonora

Di fondamentale importanza per la comprensione del videogioco è la sua cornice filippina. Il gioco riesce a mostrarci uno spaccato culturale unico e ci offre gli strumenti per immergerci nella realtà filippina, con le sue peculiarità: la struttura delle strade, le scuole, la diaspora delle famiglie, i fenomeni sismici e l’importanza della comunità. Tutto ciò contribuisce a farci esplorare una città vivente, che fa della sua ispirazione a Metro Manila il suo punto di forza.

A causa delle restrizioni di viaggio e dell’impossibilità di effettuare dei sopralluoghi, gli artisti si sono affidati a Google Earth per riprodurre fedelmente le ambientazioni ispirate alla capitale filippina.

Per quanto riguarda specificatamente la colonna sonora e la musica in generale, essa è fulcro fondamentale dell’esperienza di gioco e della trama stessa. Il pianoforte è strettamente collegato alle vicende narrative, e il suo utilizzo si fonde in una nuova dimensione che rafforza la sua presenza, sia a livello narrativo che nella realtà esterna del videogioco, in cui la ritroviamo sotto forma di OST.

La quotidianità e il sentimento di anemoia

Until Then è anche nostalgia. L’opera rievoca infatti un concetto molto particolare, ovvero l’anemoia, una forma di malinconia per un tempo che non si è mai vissuto. I protagonisti stessi percepiscono questo e noi siamo chiamati a condividerlo con loro, a sentire le cose come familiari e vicine, pur non avendole mai provate.

I piccoli momenti di interazione quotidiana, come il controllo del telefono o il rispondere a un messaggio, sembrano banali, ma sono ricchi di un’intimità che risuona personalmente. Questi frammenti, apparentemente insignificanti, diventano emblemi di un tempo sfuggente e inarrestabile e contribuiscono a rendere reale ciò che vediamo.

Per concludere, Until Then non è solo un videogioco, ma un viaggio che ci costringe a fermarci un’istante, a riflettere e a vivere ogni momento con consapevolezza. Ci invita ad ascoltare con attenzione e, nel farlo, ci regala quella che può essere considerata una delle avventure più emozionanti che il medium videoludico possa offrire.

Until Then
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Pokémon Presents: tutti gli annunci, tra cui il nuovo Pokémon Champions

Oggi, in occasione del Pokémon Day, il Pokémon Presents ha portato con sé diversi annunci di rilievo per il franchise in un video della durata di 19 minuti. Oltre a una serie di piccoli aggiornamenti per gli spinoff, come Pokémon Masters EX, Pokémon Cafè Remix, Pokémon Go e Pokémon Sleep, sono stati annunciati 3 nuovi Pokémon destinati a far parte del roster di Pokémon Unite: Suicune, Raichu di Alola e Alcremie. Inoltre, è stato confermato il ritorno delle Megaevoluzioni nel TCG.

Tuttavia, gli annunci più significativi riguardano Pokémon Pocket, Pokémon: Leggende Z-A e un nuovo progetto chiamato “Pokémon Champions”.

Per quanto riguarda Pokémon Pocket, è stata annunciata una nuova espansione intitolata Luce Trionfale, in uscita il 28 febbraio, con Arceus come protagonista.

Di Pokémon Champions si sa ancora poco, a parte alcune caratteristiche fondamentali. Sviluppato da The Pokémon Works sotto la supervisione di Game Freak, il titolo sarà incentrato sulle lotte. Il trailer lo presenta con una sequenza di transizioni che ripercorrono l’evoluzione delle battaglie Pokémon, dai primi videogiochi per Game Boy fino ai giorni nostri.

Una delle particolarità di questo progetto è la presenza, già nel trailer, sia della Teracristallizzazione che della Megaevoluzione, il che potrebbe suggerire anche l’inclusione della Dynamax, sebbene non ci siano conferme ufficiali.

Inoltre, sarà possibile trasferire i propri Pokémon da Pokémon Home. Il gioco sarà disponibile sia su Nintendo Switch che su dispositivi mobili Android e iOS, rendendolo quindi accessibile a un pubblico più vasto. Al momento, non è stata annunciata una data di uscita.

Tornando ai progetti sviluppati direttamente da Game Freak, ci è stato mostrato un trailer di circa cinque minuti di Pokémon Leggende: Z-A, offrendo finalmente uno sguardo più approfondito sul gameplay. Dal punto di vista grafico, il gioco sembra basarsi sullo stesso motore grafico di Scarlatto e Violetto e appare ancora poco rifinito.

L’obiettivo del nostro protagonista, un turista attualmente in vacanza a Luminopoli, sarà quello di aiutare la Q-asar Inc. con un piano di sviluppo per la città, volto a favorire la coesistenza di esseri umani e Pokémon.

All’interno della città sono presenti delle aree chiamate ‘zone selvagge’, dove è possibile interagire con Pokémon selvatici.

Svelati finalmente gli starter che saranno Chikorita, Tepig e Totodile.

Una delle novità più rilevanti di Pokémon Leggende: Z-A è l’introduzione di un nuovo sistema di combattimento, che introduce un range per le mosse e la possibilità per il proprio Pokémon di schivarle, rientrare e venire sostituito con un altro, in modo dinamico e simile a quanto visto nel manga o nell’anime. Nel trailer viene mostrata anche la Megaevoluzione, che potrebbe presentare alcune differenze rispetto al passato.

Nonostante sia passato esattamente un anno dal trailer di annuncio, il gioco resta senza una data d’uscita, con un generico “In arrivo alla fine del 2025”.

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Editoriali

Videogiochi Pokémon, ascesa e ristagno di un colosso

Esistono pochi videogiochi in grado di accompagnare la crescita di bambini e adulti rimanendo rilevanti per oltre 25 anni. Pokémon è forse molto più di questo: un fenomeno culturale che ha plasmato non solo l’industria videoludica, ma l’immaginario collettivo di milioni di persone.

Sin dagli esordi, il franchise si è distinto per il design creativo dei mostriciattoli, una scrittura coinvolgente e un mondo ricco di dettagli. Per anni, questa cura è stata un punto fermo. Tuttavia, con il tempo, l’approccio di Game Freak è cambiato, dando vita a produzioni più frettolose, con un conseguente calo della qualità artistica e tecnica. Il più recente Pokémon: Scarlatto e Violetto (2022) ha esemplificato perfettamente questa transizione, con gravi bug al rilascio e problemi di prestazioni non indifferenti.

Questo articolo intende esplorare l’evoluzione della saga, analizzando le cause del suo declino tecnico-artistico nei titoli mainline.

Le origini di un fenomeno

La storia di Pokémon inizia nel 1996, con il rilascio di Pokémon Rosso e Verde su Game Boy. Il videogioco, un mix di RPG a turni e monster-taming, nasce dalla passione d’infanzia di Satoshi Tajiri per la collezione di insetti, un hobby molto diffuso in Giappone. Sviluppato da circa trenta persone, il progetto richiese sei anni di sviluppo. Il risultato fu innovativo ma pieno di bug, limitazioni tecniche e un bilanciamento della difficoltà poco appropriato. Le vendite non andavano benissimo, ma la rivelazione di Mew e l’evento dedicato, spinse i ricavi alle stelle, portando milioni di giocatori a cercare di ottenere il misterioso 151° Pokémon.

Game Freak e Nintendo, grazie al successo di Rosso e Verde, pubblicarono nel 1998 Pokémon: Rosso e Blu per il pubblico occidentale, una versione perfezionata del titolo originale. Il vero motore della Pokémon mania fu però una strategia di marketing senza pari: la serie animata, il boom delle carte collezionabili e una vasta gamma di gadget contribuirono a trasformarlo in un fenomeno globale.

Videogiochi Pokémon: Evento Mew
Una pubblicità per l’evento di distribuzione di Mew. Bisognava mandare la propria cartuccia di gioco a CoroCoro Comics.

Un climax verso la massima qualità tecnico-artistica

Con l’uscita delle successive generazioni, i videogiochi dei Pokémon hanno continuato a perfezionare il proprio gameplay, espandendo il mondo e arricchendolo con nuove meccaniche. Pokémon Oro e Argento (1999) su Gameboy Color si distinguevano per un vasto contenuto di gioco, introducendo innovazioni come il breeding, il ciclo giorno-notte, 100 nuovi Pokémon e il Pokédex nazionale. Inoltre, la mappa risulta enorme grazie alla possibilità di riesplorare la regione di Kanto, affrontando nuovamente le 8 palestre e la Lega Pokémon.

Il franchise continuò quindi a innovarsi progressivamente, ma è con Pokémon Platino (2008) su Nintendo DS che la serie comincia a fornire un aspetto narrativo più coeso, migliorando la scrittura della trama e delineando una cosmogonia del mondo Pokémon.

Se Platino getta le basi per una narrativa più stratificata, è in Pokémon Nero e Bianco (2010) che si arriva al suo culmine. Qui la trama dei videogiochi si articola in una riflessione sulla moralità, sull’uso dei Pokémon e sulla natura stessa del legame che instaurano con gli esseri umani. A questa profondità narrativa si affianca un comparto tecnico e sonoro di altissimo livello: la grafica rappresenta un’eccellenza per l’epoca, con una pixel art dettagliata, sebbene non sempre apprezzata da tutti. La colonna sonora è sorprendente, con tracce rimaste iconiche ancora oggi. Inoltre, il Pokédex introduce 156 nuovi Pokémon, il numero più alto mai visto in una singola generazione.

Nonostante la sperimentazione verso un tono più adulto della saga, i dati di vendita riflettevano un malcontento non indifferente da parte dei fan e ciò costrinse i vertici a fare un passo indietro.

Videogiochi Pokémon: Mappa Johto e Kanto
La mappa completa della seconda generazione Pokémon su GameBoy Color, che comprende la regione di Johto e di Kanto.

La transizione al 3D: un’opportunità sprecata?

Gradualmente negli anni, Game Freak ha accorciato i tempi di sviluppo e il segnale più evidente di questa rapidità produttiva arriva con Pokémon X e Y nel 2013. Il passaggio dal 2D al 3D mostra l’inizio di un declino visivo e narrativo: gli sprite 2D, ricchi di personalità, lasciarono il posto a modelli tridimensionali meno espressivi.

Sebbene l’introduzione di nuove meccaniche come le Megaevoluzioni, le mosse Z o le Gigamax abbiano portato a un’espansione interessante del gameplay, i cambiamenti non sono riusciti a compensare la crescente semplificazione di difficoltà e trama. Il passo indietro in termini di complessità e qualità è evidente, tutto sembra più frettoloso e, i retroscena emersi sulla sesta generazione, tra tagli alla storia originale e rimozione di features interessanti lo confermano.

La perdita della magia che ha reso Pokémon ciò che è oggi

Videogiochi Pokémon mainline
L’anno di rilascio di ogni titolo Pokémon mainline (immagine reperita da NintendoPlayers UK)

Nonostante X e Y siano stati i primi in cui il calo tecnico-artistico risulta lampante, questo concetto non riguarda tanto il caso singolo o scelte adottate in un gioco piuttosto che in un altro. Il declino è, infatti, un problema legato principalmente alla produzione. I ritmi troppo serrati hanno costretto Game Freak a rilasciare titoli nella finestra temporale di un anno per favorire una distribuzione continua. L’obiettivo dell’azienda è diventato capitalizzare quanto più possibile economicamente preferendo la quantità a discapito della qualità.

Da un punto di vista finanziario, è una mossa remunerativa che massimizza i profitti. Dal lato etico e artistico, tuttavia, l’azienda risente parecchio per aver preso troppo le distanze dal motivo per cui è nata, ovvero la passione di un ragazzo che amava collezionare insetti e che ha deciso di dar vita a un mondo popolato da creature uniche.

L’allontanamento da questa premessa iniziale ha portato a cali di interesse nei confronti del prodotto videoludico, divenuto un mero pretesto per distribuire la nuova generazione Pokémon, su cui lucrare con merchandise, gadget e carte collezionabili. A risentirne è la qualità dei videogiochi che per essere più immediati e accessibili alle nuove generazioni non vengono curati abbastanza.

Uno dei numerosi glitch di Pokémon: Scarlatto e Violetto

Dal presente al futuro: rinascita o stagnazione?

Oggi, i titoli mainline sono spesso incompleti, con caratteristiche tagliate o implementate successivamente come nel caso di Ultrasole e Ultraluna (2017) o dei controversi DLC di Spada e Scudo (2019) e Scarlatto e Violetto. Questi ultimi hanno fatto molto discutere per la mancata disponibilità di tutti i Pokémon all’interno del Pokédex nazionale (gravissimo per videogiochi così recenti) oltre a varie limitazioni grafiche, bug, texture legnose e scelte di design discutibili.

Se da un lato questo “tirare la corda” ha portato al malcontento della fanbase, la situazione resta comunque economicamente stabile. I dati di vendita restano impressionanti e i titoli per Nintendo Switch, nonostante le pesantissime carenze figurano tra i cinque videogiochi Pokémon più venduti in assoluto.

Le copie vendute di tutti i videogiochi mainline Pokémon, aggiornati a Marzo 2024.

Parallelamente, con il progresso tecnologico, diverse software house indipendenti stanno puntando fortemente sul genere monster collector, cercando di emergere in un panorama ormai senza competitor efficaci da oltre venticinque anni. Le alternative come Cassette Beasts, Coromon, Lumentale non mancano, oltre a numerosi progetti fan made, che hanno reso giustizia allo spirito originale della saga.

Qualcosa però sembra smuoversi, poiché dopo un periodo di pausa più lungo del solito, il prossimo Pokémon Leggende Z-A potrebbe segnare un cambio di rotta a favore di produzioni più curate.

Solo il tempo potrà dirci se Pokémon sarà in grado di ritrovare la magia di un tempo, mettendo da parte i guadagni a favore di una ricerca qualitativa più sostenibile nel lungo periodo.

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