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Hytale: ascesa, caduta e rinascita di un sogno voxel

Il 13 dicembre 2018 un video pubblicato su un canale YouTube fino ad allora sconosciuto era destinato a far discutere l’intera community videoludica. Un trailer di pochi minuti, ma sufficiente a scatenare un hype globale senza precedenti. In un momento non propriamente roseo di Minecraft, molti appassionati videro davanti a sé la promessa di un mondo nuovo, ambizioso, apparentemente infinito.

Quella che sembrava l’alba di una nuova era per i sandbox si è rivelata invece una delle storie di sviluppo più travagliate, affascinanti e dolorose del medium. Questa è la storia di Hytale: un videogioco nato da un gruppo di modder di Minecraft, esploso sotto i riflettori internazionali, passato attraverso un’acquisizione, una cancellazione e infine una rinascita dalle ceneri.

Alla base di Hytale c’è un sandbox RPG voxel-based con elementi di avventura, creatività e modding profondo, concepito per superare i limiti di Minecraft senza tradirne lo spirito, offrendo ai giocatori e ai creator un controllo totale sul gioco e sui suoi sistemi.

La genesi di Hytale: il server Hypixel

Per comprendere meglio il titolo bisogna però tornare indietro di oltre dieci anni, nel cuore della community di Minecraft. Tra il 2012 e il 2013, un gruppo di amici canadesi – Simon Collins-Laflamme, Philippe Touchette e Aaron “Noxy” Donaghey – fonda Hypixel Inc. per gestire un server multiplayer personalizzato.

Il lancio ufficiale del server Hypixel avviene il 13 aprile 2013 e il successo è immediato. Grazie a minigiochi innovativi e a una cura del design allora rarissima, Hypixel diventa rapidamente il server più visitato al mondo, con picchi superiori ai 100.000 giocatori simultanei. Modalità come BedWars e SkyBlock finiranno per diventare uno standard dell’intero ecosistema multiplayer.

Il team di Hypixel non si limita però a replicare formule di successo, ma punta a costruire un’esperienza sempre più simile a un vero RPG, spingendo l’engine di Minecraft ai suoi limiti. Il server genera milioni di dollari grazie a donazioni e cosmetici, ma nel settembre 2014 Mojang – nel frattempo acquisita da Microsoft – modifica la propria EULA, vietando qualsiasi pagamento che fornisca vantaggi in-game.

Le conseguenze sono drastiche: gli introiti di Hypixel crollano di circa l’85%. Le nuove politiche e i limiti strutturali dell’engine rendono ormai impossibile realizzare la visione del team. È in questo momento che nasce l’idea di fare un passo ancora più audace: creare un videogioco da zero.

Le prime fasi di sviluppo di Hytale

Nell’aprile del 2015 prende forma Hypixel Studios, uno studio indipendente composto inizialmente da pochi ex modder di Minecraft, guidati da Simon Collins-Laflamme. L’obiettivo è chiaro: sviluppare un nuovo sandbox voxel-based che elimini le “catene” sperimentate per anni come modder.

La filosofia è semplice ma rivoluzionaria: gli strumenti utilizzati dagli sviluppatori devono essere gli stessi messi a disposizione dei giocatori. Per questo il team lavora su un engine proprietario, con client inizialmente in C# (poi C++) e server Java.

Lo sviluppo procede in totale segretezza e nell’agosto 2016 viene registrato il dominio hytale.com. Il silenzio è assoluto, ma qualcosa sta crescendo nell’ombra.

Hytale dal 2018 in poi: L’esplosione di Hype e il lento declino

Il 13 dicembre 2018 Hypixel Studios pubblica finalmente il primo trailer di Hytale. Nel giro di tre giorni il video supera i 60 milioni di visualizzazioni, superando Red Dead Redemption 2 e il trailer della nuova stagione di Fortnite.

L’impatto è enorme. L’hype esplode, anche grazie a una fase di relativo calo di popolarità di Minecraft, improvvisamente percepito come un concorrente diretto.

Il trailer esce dunque nel momento perfetto e per Hypixel Studios è l’inizio di una fase estremamente delicata: da quel momento in poi non si sarebbe più potuto sbagliare, qualcuno era in attesa di quel titolo e non poteva essere disilluso.

In seguito al successo del video anche l’interesse degli investitori crebbe rapidamente. Riot Games, inizialmente finanziatrice del progetto, decise di acquisire completamente Hypixel Studios. Da un punto di vista teorico, la possibilità di espandere l’IP al massimo delle sue potenzialità economiche e non rappresenta certamente la mossa più giusta.
Nella pratica, però, l’acquisizione porta con sé un aumento drastico delle aspettative. Nei primi anni i dev blog continuano ad aggiornare costantemente la community, poi gradualmente il silenzio: una closed beta mai realmente partita, date di rilascio spesso rimandate e aggiornamenti sempre più rari.

Uno dei nodi centrali di questa fase è la questione riguardante il cambio di engine. Riot spinge per abbandonare la soluzione originale basata su Java in favore di un engine completamente in C++, pensato per uno sviluppo cross-platform. Una scelta sensata dal punto di vista tecnico e commerciale, ma che comporta una riscrittura quasi totale del progetto.
Nel frattempo, Minecraft riesce a rilanciarsi con nuovi contenuti. Hytale viene di fatto ricostruito da zero, mentre gli anni passano e l’entusiasmo si affievolisce sempre di più.

Hytale nel 2025: Risorgere dalle ceneri

Tweet di Noxy in cui annuncia la cancellazione di Hytale.

Nel giugno 2025, dopo anni di rinvii e con il gioco ormai diventato un meme, arriva l’annuncio che nessuno avrebbe voluto leggere: Riot Games cancella ufficialmente Hytale.
Per molti fan è la fine definitiva di un sogno. Hytale sembra destinato a diventare l’ennesimo grande “what if” dell’industria videoludica.

Eppure, la storia non è ancora finita.
Il 13 agosto 2025, a seguito di numerosi appelli da parte dei fan, Simon Collins-Laflamme annuncia l’inizio delle trattative per riacquistare l’IP e il 17 novembre ne arriva la conferma: Hytale torna finalmente nelle mani dei suoi ideatori. Hypixel Studios riapre con una trentina di sviluppatori che conoscono profondamente il progetto sin dai suoi esordi.
La filosofia cambia radicalmente: si ritorna alle fondamenta, abbandonando l’engine in C++ per riprendere quello Java. Il 18 novembre viene pubblicato il post “HYTALE IS SAVED!”, accompagnato da dieci minuti di gameplay grezzo ma concreto.

Simon è chiaro: il gioco è ancora acerbo e c’è molto lavoro da fare, ma insieme alla community, ragion per cui viene annunciato un early-access del gioco.

Tweet di Simon che annuncia la riacquisizione dell’IP.

Il 13 dicembre aprono i pre-order, con l’early access fissato al 13 gennaio 2026 su PC. Il successo è immediato: molti videogiocatori che avevano assistito all’ascesa e al declino di Hytale sono finalmente pronti a giocarci. Per la prima volta dopo anni, non si trattava più di una sola promessa.

Conclusione

Pochi titoli possono “vantare” un percorso così turbolento: nati dal modding, esplosi con un trailer virale, inglobati da un colosso e infine rinati in forma indipendente. I primi segnali dall’Early Access sono incoraggianti, con numeri di giocatori elevati e una community estremamente attiva (il titolo conta più di 4000 mod a sole 3 settimane dal rilascio).

La storia di Hytale è un monito per dimostrare che molto spesso in quest’industria i fondi a disposizione non sono ciò che conta, non bisogna dimenticarsi che, trattandosi di un settore estremamente creativo, l’ambizione può essere tanto un punto di forza quanto uno di debolezza e, in questo caso, portare al completo fallimento.

Resta molto da fare, ma una cosa è certa: l’odissea produttiva di Hytale rimarrà per sempre nella storia dei videogiochi.

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Tormented Souls 2 – Recensione

La nostalgia per i survival horror anni ’90 è più viva che mai: ambientazioni claustrofobiche, telecamere fisse, scarsa visibilità e munizioni sempre contate
(elementi che avevamo già affrontato in “Cosa sono i Survival Horror e cosa li contraddistingue”). Se titoli come Resident Evil, Silent Hill e Alone in the Dark hanno segnato un’epoca, oggi giochi come Tormented Souls 2 cercano di raccoglierne l’eredità.

Il primo capitolo, uscito nel 2021, non era perfetto: colonna sonora poco memorabile, combat system rigido e alcuni enigmi eccessivamente criptici. Tuttavia, l’atmosfera e l’omaggio ai grandi classici funzionavano.

Con Tormented Souls 2, gli sviluppatori alzano decisamente l’asticella.

Durata, ambientazioni e level design

La durata di Tormented Souls 2 è superiore al primo capitolo: dalle circa 10 ore si passa a 15 ore, considerando anche contenuti extra e segreti.

Questa maggiore lunghezza non risulta forzata, grazie alla moltitudine di ambientazioni che variano dalle classiche location chiuse ed opprimenti, passando a nuove aree più aperte come le strade della città. Anche in questo capitolo sono presenti parti di gameplay nell’Otherworld in stile Silent Hill. Maggiormente rispetto al suo predecessore, riesce a sposarsi perfettamente con il “mondo reale”, creando degli enigmi molto intriganti, da dover risolvere tra i due mondi.

Interessante è anche l’introduzione di un mini-gioco legato alle statue: ogni statua indica una direzione e, tramite un metal detector, è possibile trovare oggetti nascosti nella mappa.

Il buio è ancora una volta un elemento centrale. Non è solo atmosferico, ma diventa parte integrante del gameplay: nel buio totale non è possibile usare le armi, rendendo il giocatore completamente vulnerabile.

Gameplay, armi e controlli

Uno dei miglioramenti principali riguarda la gestione dell’inventario.

Ora è possibile assegnare 4 oggetti a una selezione rapida, evitando il continuo passaggio dall’inventario per lo scambio tra arma e accendino, come accadeva nel primo capitolo. Il gameplay risulta così più fluido e meno frustrante.

La varietà di armi è nettamente migliorata: sono state introdotte molte nuove armi non solo da fuoco, ma anche da mischia. Ogni arma ha un proprio moveset, con vantaggi e svantaggi. Il martello gigante, ad esempio, è devastante ma lento, mentre le armi leggere garantiscono maggiore mobilità.

Alcune armi possono essere potenziate con componenti speciali, rendendo gli scontri più bilanciati, soprattutto contro i nemici più resistenti. Anche il sistema di cura è più profondo: ora possiamo trattare ferite lievi, medie e gravi con oggetti dedicati.

Cosa non funziona

Prima di passare alla trama e ai boss, vale la pena aprire una parentesi su ciò che non funziona.

Le cut-scene soffrono di un problema di rendering legato ai costumi: all’inizio del gioco è possibile scegliere un outfit secondario per Caroline (come nel primo capitolo), ma durante i primi piani il corpo scompare lasciando solo la testa fluttuante. Un glitch piuttosto evidente.

Il combat system resta legnoso. A volte l’input della schivata non viene recepito e l’assenza dei tank control con il joystick mi ha personalmente pesato. Sono molto legato ai comandi classici nei giochi con telecamera fissa e li trovo più adatti a questo tipo di esperienza.

Avrei preferito uno studio più approfondito, considerando che questo tipo di controlli sono molto datati e hanno sulle spalle più di 20 anni. Esempi lampanti sono Resident Evil Rebirth e Resident Evil Zero, usciti su GameCube nel 2002, che sono stati aggiornati con dei comandi moderni nelle remastered del 2016, avendo però la pecca di non essere stati pensati per essi.

Infine, gli enigmi. Se nel primo capitolo alcuni risultavano quasi irrisolvibili, con troppe variabili e possibilità, qui sono tutti interessanti e ben progettati, risolvibili con un po’ di logica e attenzione. Tutti… tranne uno: lo specchio con la Via Crucis nella chiesa. È uno degli enigmi finali, fondamentale per proseguire. Non farò spoiler, ma la difficoltà non sta tanto nel concetto, quanto nel modo in cui vengono contate le candele e nel capire quale sia la prima, la seconda e così via. Estremamente frustrante.

Colonna sonora

La colonna sonora di Tormented Souls 2 è più curata e riconoscibile. Non si tratta di una OST da playlist personale, ma accompagna perfettamente l’atmosfera. Sicuramente resta più impressa rispetto al primo capitolo.

Le soundtrack del menu e della save-room sono quelle che spiccano tra tutte. Il tono malinconico e cupo è azzeccato per l’atmosfera di questi luoghi, nei quali il giocatore può tirare un sospiro di sollievo. Quest’aria più rilassata risulta quasi rassicurante, in contrasto rispetto agli ambienti che mettono sotto pressione il giocatore: bui, pericolosi e pieni di mostri.

La Trama

La storia riprende dal good ending del primo capitolo. Caroline Walker ripercorre i suoi primi dieci anni di vita e salva la sorella Anna, portandola dal 1980 al 1994 tramite una videocassetta che le permette di viaggiare nel tempo.

Le due sorelle attraversano l’America fino a raggiungere Villa Hess, in Cile, dove vive Madre Lucia, una suora che potrebbe aiutare Anna, afflitta da episodi di dissociazione, durante i quali disegna mostri che prendono vita o eventi destinati a realizzarsi.

Dopo che Caroline si addormenta, Anna scompare, dando il via al secondo viaggio della protagonista.

Durante l’avventura Caroline attraversa sei aree, ricostruendo gli eventi legati non solo alla sorella, ma anche alla città stessa, con collegamenti al primo capitolo e addirittura riscritture di alcuni avvenimenti.

Il modo in cui viene raccontata la lore è molto interessante. I personaggi secondari sono misteriosi, con motivazioni che vengono lentamente approfondite. Le interazioni ricordano molto quelle di Silent Hill 2, se mi è concesso il paragone.
I loro percorsi si intrecciano con quello di Caroline e aiutano ad approfondire le vicende legate a Madre Lucia e alla città. A volte risultano caricaturali, ma restano impressi anche se ricompaiono dopo molte ore di gioco.

Nemici e Boss

I nemici hanno un character design degno di nota, inquietanti per le loro forme aracnoidi e crostacee, esaltate dall’ambientazione buia. Alcuni, come i palombari, sembrano re-skin del primo capitolo, ma la cosa è giustificata dalla trama.

I boss sono decisamente più memorabili rispetto al passato, non solo per il design, ma per il level design delle arene, che spinge il giocatore a usare l’ambiente e non solo le armi.

Il boss finale è quello che mi ha colpito di più: ispirato a Cthulhu, è visivamente potentissimo e presenta uno scontro articolato e interessante. Il boss finale del primo capitolo, invece, non mi aveva convinto: non tanto per il design (ispirato ad Adam di Neon Genesis Evangelion), quanto per il funzionamento. Il sistema di puntamento non targettava correttamente il boss, e le mini-serpi attorno ai meccanismi si erano glitchate, permettendomi di premere i pulsanti senza farle fuggire, ma impedendo la risoluzione, creando molta confusione.

Questo nuovo boss finale è più semplice nella sua struttura, ma più ostico per via delle sue fasi multiple e di una schivata che, come detto prima, non è sempre affidabile. Nonostante ciò, è stato molto divertente studiarne il moveset per riuscire a batterlo.

Finali e mappa

Anche questo capitolo offre un bad ending e un good ending, ma quest’ultimo è molto più difficile da ottenere rispetto al primo gioco. Serve un’attenzione costante ai dettagli e un’esplorazione minuziosa, che obbliga a tornare in luoghi che si credevano già completati.

A tal proposito, una piccola critica va alla mappa.
C’è stato un miglioramento rispetto alla precedente, dove il sistema di colori era confuso. In Resident Evil Rebirth le stanze diventavano verdi quando completate al 100% e rimanevano rosse se ancora da esplorare. In Tormented Souls, invece, i colori sono preimpostati e non indicano il completamento dell’area.

In questo sequel la mappa si avvicina di più a quella di Silent Hill, inserendo punti interrogativi sugli enigmi analizzati ma non completati, che scompaiono una volta risolti. Tuttavia, questo porta spesso a perdere oggetti nascosti o non visti, e in alcuni casi anche a softlock, costringendo a ricontrollare più volte le stesse zone.
Un sistema ibrido tra quello di Resident Evil e Silent Hill sarebbe stato probabilmente la soluzione ideale, come nei remake moderni di Resident Evil.

Conclusioni

Tormented Souls 2 è un survival horror maturo, dalla forte identità propria e che sfrutta al meglio le atmosfere cupe ed inquietanti.

Pur non essendo perfetto, migliora il primo capitolo sotto quasi ogni aspetto:

  • Miglior regia e messa in scena
  • Level Design diversificato
  • Lore più profonda
  • Boss più memorabili

Se sei un fan dei survival horror classici, questo titolo merita assolutamente attenzione.

Tormented Souls 2 riesce dove il primo inciampava: evolve senza snaturarsi, mantenendo intatta l’anima old-school e trovando finalmente una sua identità.

Tormented Souls 2 riesce a ricreare con grande efficacia le atmosfere dei survival horror degli anni ’90, senza però introdurre reali innovazioni. Anzi, si porta dietro anche alcuni dei limiti tipici di quell’epoca. Il comparto tecnico, sebbene presenti dei miglioramenti rispetto al capitolo precedente, risulta ancora piuttosto legnoso e poco accessibile per chi non è già avvezzo a questo stile di gioco. Il gameplay è divertente e stimolante, soprattutto per quanto riguarda gli enigmi, ma in alcuni punti può generare fastidiosi softlock e il sistema di combattimento tende a risultare frustrante. Se siete fan dei classici survival horror, il titolo è sicuramente consigliato. Meno indicato, invece, per chi desidera avvicinarsi per la prima volta al genere.

Dettagli e Modus Operandi
  • Piattaforme: PC, Playstation 5, Xbox Series X/S
  • Data uscita: 7 ottobre 2025
  • Prezzo: Free to play

Ho giocato a fondo il gioco su Playstation 5

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Editoriali

Il 112% di Hollow Knight: dove finisce il gioco e inizia il videogiocatore

Chiunque abbia giocato a Hollow Knight ha ben presente la sensazione di averlo finito. Una grafica spettacolare, un art style inconfondibile, una colonna sonora memorabile: un viaggio intenso che sembra giungere naturalmente alla sua conclusione. I titoli di coda scorrono e tutto lascia intendere che l’esperienza sia completa.

Eppure, come ben sappiamo, esistono diversi tipi di videogiocatori.C’è chi si ferma alla punta dell’iceberg, soddisfatto di ciò che ha visto. C’è chi decide di scendere un po’ più in profondità, ma senza rischiare di congelarsi. E poi ci sono i più temerari, quelli che non temono l’ipotermia e che, pur di completare un videogioco, sarebbero pronti a spingersi fino allo sfinimento. È proprio su questi ultimi due tipi di giocatori che voglio concentrarmi, cercando di capire cosa significhi davvero raggiungere il 112% di Hollow Knight o, perché no, andare anche oltre.

Il 112% di Hollow Knight: cosa significa davvero

Il 112% è il completamento massimo ufficiale di Hollow Knight. Non è un numero casuale: indica che hai esplorato quasi ogni angolo del mondo, affrontato quasi tutti i boss, raccolto tutti gli oggetti collezionabili e completato la maggior parte dei contenuti opzionali. Non è necessario arrivare a questo traguardo per vedere la storia principale, ma raggiungerlo significa aver visto praticamente tutto ciò che Hallownest ha da offrire.

Hollow Knight è una delle esperienze videoludiche più belle che si possano provare per chi ama il genere ed è uno dei pochi titoli in cui l’espressione “Git Gud” non suona come una provocazione, ma come una semplice constatazione.

Giocando, il titolo ti mette davanti a una sorta di selezione naturale: per andare avanti devi imparare a padroneggiare i movimenti, il combat system, l’esplorazione e il platforming. Non ci sono scorciatoie. Devi imparare a viverlo nella sua interezza, a riuscire a orientarti anche quando ti senti completamente sperduto.

Questo processo non rappresenta solo ciò che hai visto, ma soprattutto quanto sei cambiato come giocatore. E anche una volta raggiunto il 112%, Hollow Knight continua comunque a offrirti contenuti che vanno oltre il completamento “ufficiale”.

Una mappa completa e tutto ciò che serve al completamento del 112% di Hollow Knight. (Da Reddit)

I Pantheon di Hollow Knight: le prime vere sfide

Il vero spartiacque arriva con i Pantheon, delle vere e proprie boss rush. In ogni Pantheon affronti una serie di nemici consecutivi. I primi quattro Pantheon fanno parte del completamento al 112% e rappresentano sfide significative.

Alcuni momenti, come il quarto Pantheon e lo scontro con Pure Vessel, richiedono precisione e sangue freddo. Restano però sfide gestibili: impegnative, ma non ancora il vero test di tutto ciò che hai imparato.

Per il 112% è sufficiente completare i primi quattro Pantheon. Una volta terminati, se ne sblocca un quinto.

L’ingresso del Pantheon di Hallownest, con relativa selezione dei binding (Da Reddit).

Il Pantheon di Hallownest: l’ipotetico 113%

Il quinto Pantheon, a differenza dei precedenti, si colloca su quella che mi piace chiamare una soglia immaginaria: l’ipotetico 113%. Superarlo, sbloccare l’ultimo finale e sconfiggere tutti i boss, comprese le loro varianti, nel Pantheon di Hallownest è ciò che mi ha permesso di sentirmi davvero in pace con il gioco.

Si tratta di 42 scontri uno dietro l’altro, con qualche breve pausa nel mezzo, in cui riaffronterai tutti i boss precedentemente incontrati nel gioco base.

Nel Pantheon di Hallownest un try fortunato non basta più: ogni errore pesa e ogni mossa deve essere calcolata. Devi essere freddo, preciso, costante. Non si tratta più di fortuna o di un colpo riuscito al pelo: qui la vittoria è il risultato di ciò che hai imparato macinando ore e ore su Hollow Knight.

Per arrivare preparati al 113%, la Sala degli Dei ci viene in aiuto. In questo luogo ogni boss ha una statua davanti a sé che ti permette di ripetere lo scontro. Durante il mio playthrough mi è capitato più volte di riprovare alcuni combattimenti non per necessità, ma semplicemente perché li trovavo emozionanti e adrenalinici. Altre volte, invece, è stato indispensabile affinare lo scontro per migliorare la conoscenza del boss in questione e non avere difficoltà quando lo si affronta nel Pantheon.

La sala degli dei, con checklist di ogni boss e la relativa difficoltà di completamento (Da Reddit).

Un piccolo dramma personale

Personalmente, ho vissuto un episodio abbastanza tedioso. Arrivato all’ultimo boss del Pantheon, ho premuto ALT+F4 dopo la sconfitta, chiudendo il gioco. Quando raggiungi un certo boss nel Pantheon viene sbloccata la sua statua, che ti permette di esercitarti e riaffrontarlo.

Tuttavia, avendo chiuso il gioco in quel modo, il mio progresso non si è salvato, lasciandomi senza la statua del boss finale da poter riprovare. Un errore minuscolo, ma sufficiente a ricordarmi che la strada era ancora molto lunga.

Oltre questa personale soglia immaginaria, Hollow Knight continua a offrire nuove sfide e motivi per giocare: achievement opzionali, quest alternative, completare il Pantheon in full binding (con handicap su vita, anime, scudo e amuleti), speedrun complesse o la modalità Steel Soul senza mai morire. Ogni giocatore può trovare qualcosa che lo stimoli personalmente. La scelta di cosa affrontare e come è, ancora una volta, totalmente soggettiva: il Pantheon di Hallownest segna un traguardo, ma non l’ultima avventura che Hallownest ha da offrire.

Conclusione

Il 112% di Hollow Knight è quindi un viaggio o una perdizione? La risposta, probabilmente, dipende da chi ha il controller in mano e da quanto è disposto a spingersi oltre.

A un certo punto il gioco smette di chiederti qualcosa: sei tu che continui a chiedere a lui. Ma la vera soddisfazione, quella che ti rende davvero consapevole delle tue capacità, arriva solo superando quella soglia invisibile che separa il completamento dalla padronanza.

Il 113% non è segnato da un numero sullo schermo. È quel momento in cui, dopo l’ultimo colpo, resti immobile davanti allo schermo e sai di aver davvero completato tutto ciò che Hollow Knight aveva da offrirti. O almeno, così è stato per me.

Ognuno sceglie da sé qual è il proprio 113: per me è stato il completamento del Pantheon di Hallownest, per altri saranno le speedrun o tutti gli achievement. Ed è proprio qui che Hollow Knight mostra una delle sue caratteristiche più interessanti: a un certo punto non ti chiede più nulla, ma sei tu a chiedergli di giocare e di sfidarti ancora, di proporti una nuova competizione capace di darti soddisfazione e adrenalina.

Ecco perché la soglia è soggettiva. Tutto vale, oltre il 112.

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Editoriali

I videogiochi più attesi del 2026

Il 2026 si preannuncia come un anno ricco per il mondo dei videogiochi: grandi ritorni, reboot, sequel attesi da anni e IP che vorrebbero ridefinire generi interi. Tra open world, narrativa, horror e deck-building evoluto, le premesse creano una line-up tra le più intense degli ultimi anni. In questa classifica vi presentiamo i giochi più attesi del 2026.

Grand Theft Auto VI: il GOTY

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Non c’è dubbio: GTA 6 è il titolo più atteso dell’intero 2026 e probabilmente di tutto il decennio. Rockstar Games punta a superare il già leggendario GTA V con un open world ancora più vasto e dettagliato, ambientato nello stato fittizio di Leonida, ispirato alla Florida, con protagonisti Jason e Lucia, in un duetto narrativo in stile Bonnie & Clyde.

Con la promessa di un sistema dinamico di eventi, un mondo vivo e reattivo, e una narrazione tagliente che fonde ironia e critica sociale, GTA 6 mira a ridefinire ancora una volta il genere open world, e a diventare il fenomeno culturale del 2026 e non solo.

Resident Evil Requiem: il ritorno al survival

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Capcom celebrerà il 30° anniversario di Resident Evil con un nuovo capitolo della saga principale dal sottotitolo: Requiem, spesso indicato come Resident Evil 9. Il gioco arriverà il 27 febbraio 2026 su tutte le principali piattaforme e segna un ritorno alla tensione pura e allo stile survival che abbiamo già apprezzato per l’ultima volta durante il settimo capitolo.

Inizialmente la protagonista principale sembrava essere solamente Grace Ashcroft, molto meno capace in combattimento rispetto ai classici eroi della serie: forse un espediente volto ad accentuare paura e vulnerabilità. Durante gli ultimi trailer però, Requiem ha mostrato sezioni di gioco con Leon S. Kennedy.

Non è ancora chiaro se giocheremo per egual tempo i due co-protagonisti, ma dopo averlo provato possiamo garantirvi che Requiem promette un ritorno al survival horror e un level design claustrofobico.

007 First Light: il grande ritorno videoludico di James Bond

007 First Light è un oggetto misterioso, che ha catturato l’attenzione di tanti videogiocatori degli anni 90 per due motivi. Il primo motivo è la presenza di James Bond, ovviamente. Bond è un personaggio iconico anche per i videogiochi, perché è stato capace di ridefinire un genere nel 1997 con GoldenEye 007 su Nintendo 64. Il secondo motivo è che il titolo è sviluppato da IO Interactive, gli autori di Hitman.

Ambientato prima che Bond diventi l’agente 007 ufficiale, il gioco combina missioni sandbox, gadget iconici, combattimenti furtivi e sequenze di inseguimento mozzafiato, il tutto con una narrativa vicina al cinema di spionaggio classico.

È un titolo che ha un altissimo hype, perché prova a dare al personaggio di Bond una narrazione forte e riconoscibile, unendo lo stile stealth di Hitman con l’action blockbuster. Non sarà facile rispettare le aspettative, ma ci sono tutti gli elementi per godersi un gioco da ricordare. Dopo diversi rinvii, il gioco è ora confermato per 27 maggio 2026.

Marvel’s Wolverine: Insomniac diventa spietata

Dopo Marvel’s Spider-Man, Insomniac Games porta un’altra esclusiva su PlayStation 5 ispirata al Marvel Cinematic Universe. Il gioco, atteso per fine 2026, racconta una storia originale di Wolverine, ispirata ai fumetti ma con una direzione narrativa autonoma.

Le premesse raccontano un combat system che vuole riflettere l’aggressività e la ferocia del personaggio. Logan affronterà nemici iconici come Mystica e Omega Red in contesti ben noti agli amanti del genere come Madripoor e il selvaggio Canada.

Dalla presentazione è emersa una visione più violenta e viscerale rispetto ad altri super-eroi videogame. Adesso la palla passa ad Insomniac che potrebbe fare di questo titolo uno dei migliori action single-player dell’anno oppure un plagio di quanto già visto con l’Uomo Ragno.

Gears of War E-Day: un prequel fondamentale

Gears of War: E-Day porta i giocatori 14 anni prima degli eventi del primo Gears, esplorando la caduta di Sera durante l’invasione Locust. Con Marcus Fenix e Dom Santiago protagonisti ancora giovani, il gioco promette tragiche battaglie e un tono più drammatico.

Sviluppato da The Coalition insieme ai co-developer People Can Fly, il titolo si concentrerà su narrazione, intensità della guerra e un gusto maggiormente horror rispetto alle ultime uscite della saga.

In attesa di nuovi aggiornamenti, The Coalition ha affermato che E-Day è il gioco più ambizioso della loro storia. Questo prequel, che sembra sia confermato che arriverà nel 2026 – 7 anni dopo il quinto capitolo – è molto atteso dai i fan, perché promette di espandere il background narrativo della saga con sequenze e contesti mai esplorati prima.

Crimson Desert: l’open world fantasy più ambizioso

Il team noto per Black Desert Online ha battezzato il 2026 come il momento per dare alla luce Crimson Desert, un open world action-RPG che ha mostrato una forte volontà di innovare, rinnovare e si spera rivoluzionare. Con un mondo vasto, meccaniche di combattimento combo-orientate e elementi di narrazione profonda, il gioco ha catturato l’attenzione di diversi videogiocatori, che sperano di rivedere in questa opera una profondità simile a quella già apprezzata lo scorso anno in Kingdom Come: Deliverance II.

Ambientato in un continente in guerra, il videogiocatore veste i panni del guerriero Kliff, affrontando mostri, fazioni rivali e dinamiche ambientali. Il combat system è estremamente complesso con anche la possibilità di interagire l’ambiente stesso, mentre NPC e fazioni reagiscono in tempo reale alle scelte del giocatore.

Con l’utilizzo di una versione avanzata del BlackSpace Engine, Crimson Desert punta a essere una delle esperienze open world più immersive del 2026.

Control Resonant: l’inaspettato paranormale di Remedy

La saga Control continua a sfornare inattese e liete novità. Dopo essere stato il motivo principale delle disperate ricerche di sua sorella Jesse nel primo capitolo, Dylan Faden diventa il protagonista di Control Resonant. Il titolo conserva lo stile surreale e l’esplorazione psicologica, ma aggiunge meccaniche di combattimento e poteri unici come lo è del resto il protagonista.

Sequel diretto di Control, Resonant promette nuove nemici, poteri espansi e ambienti ancora più intricati, con un’enfasi su atmosfera e narrativa.

Slay the Spire 2: il deck-builder per eccellenza ritorna

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Uno degli indie più influenti degli ultimi anni sta per tornare. Slay the Spire 2 entrerà in Early Access a marzo 2026. Il team di sviluppo ha annunciato che il sequel mantiene l’essenza di deck-building strategico che ha definito l’originale, aggiungendo nuovi eroi, carte e una componente narrativa più ricca.

Non sappiamo ancora bene cosa ci vorrà proporre MegaCrit, ma probabilmente come già avvenuto con titoli con lo stesso background, per esempio: Hades, i fan si attendono un more of the same solido e ricco. MegaCrit ha parlato di gameplay che premiano scelte tattiche approfondite, nuove missioni e percorsi narrativi che espandono il lore del mondo di Spire.

Tomb Raider Legacy of Atlantis: festeggiare 30 anni e non sentirli

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Tomb Raider: Legacy of Atlantis è una rielaborazione completa della prima avventura di Lara Croft, annunciata ufficialmente ai Game Awards 2025 e prevista per il 2026. Come già annunciato dagli sviluppatori durante un evento con la stampa, questo nuovo titolo vuole essere più di un remake. Il suo scopo è reinventare, ad eccezione della trama, il primo capitolo da zero: la grafica è basata su Unreal Engine 5, combat system e controlli sono rinnovati mentre puzzle e sezioni di platforming sono stati rivisti per adattarsi ai gusti contemporanei.

Nell’avventura originale che festeggia trent’anni nel 2026, Lara esplora antiche rovine e isole mediterranee alla ricerca dei frammenti di una leggenda perduta, combinando trama, esplorazione e combattimento fluido. Il remake punta a soddisfare sia i fan nostalgici sia i nuovi giocatori.

Fable: il ritorno della fiaba RPG

Infine, tra i giochi più attesi del 2026 entra anche Fable, soprattutto dopo essere stato annunciato come uno dei protagonisti del prossimo Developer Direct di Microsoft. Il reboot dell’amata saga fantasy, sviluppata da Playground Games e nota per la sua visione narrativa ricca di colore e il sistema di scelte morali evoluto, promette di riportare il videogiocatore in quella storia e in quel mondo tanto sarcastico quanto magico.

Ambientato nella vibrante Albion, Fable punta a riportarci nel mix di magia, combattimento, humour e personaggi memorabili del capitolo originale.

Conclusione

Il 2026 è pronto a diventare un anno storico per l’intrattenimento videoludico. Dai giganteschi open world di GTA 6 e Crimson Desert alla tensione horror di Resident Evil Requiem, passando per lo stile action di Marvel’s Wolverine e l’eleganza strategica di Slay the Spire 2, c’è qualcosa per ogni tipo di giocatore.

Quale di questi titoli aspetti di più? Scrivilo nei commenti!

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Abbiamo parlato con Crystal Dynamics dei nuovi Tomb Raider: Catalyst e Legacy of Atlantis

Negli ultimi giorni ho avuto l’occasione di partecipare a un Q&A a porte chiuse con Crystal Dynamics, un incontro riservato durante il quale Scot Amos, Head of Studio, e Will Kerslake, Game Director, hanno risposto a diverse domande sui due nuovi giochi di Tomb Raider annunciati ai Game Awards 2025: Tomb Raider: Legacy of Atlantis e Tomb Raider: Catalyst.

Si tratta di due progetti fondamentali per il futuro del franchise, entrambi attesi rispettivamente nel 2026 e nel 2027. L’interesse intorno a questi titoli è altissimo, così come la pressione da parte dei fan storici di Lara Croft. Durante il Q&A sono emersi diversi dettagli interessanti, insieme a chiarimenti molto netti su cosa aspettarsi e su cosa, invece, non è ancora stato deciso.

Due giochi sviluppati insieme, ma da team diversi

Uno dei primi punti chiariti da Crystal Dynamics riguarda il processo di sviluppo. Tomb Raider: Legacy of Atlantis e Tomb Raider: Catalyst sono stati sviluppati in contemporanea, ma da due team differenti. Nonostante questo, i due progetti condividono la stessa base tecnologica e gli stessi asset principali, un approccio che ha permesso allo studio di mantenere una coerenza tecnica e stilistica tra i due titoli.

Entrambi i giochi utilizzano l’Unreal Engine 5, una scelta che ha avuto un impatto enorme sulla qualità delle ambientazioni e dell’illuminazione. Durante il Q&A è stato sottolineato come il motore di Epic Games abbia permesso di lavorare con grande precisione su scenari molto ampi, ricchi di dettagli e con un sistema di luci particolarmente curato, uno degli elementi chiave dell’esperienza di gioco.

Tomb Raider: Legacy of Atlantis non è un reboot

Gran parte delle domande si sono concentrate su Tomb Raider: Legacy of Atlantis, il titolo in uscita nel 2026. Scot Amos è stato molto chiaro fin da subito: non si tratta di un reboot. A differenza di quanto visto in passato con la trilogia moderna, Crystal Dynamics ha deciso di non riscrivere la storia originale.

Con il supporto dello studio polacco Flying Wild Hog, l’obiettivo è stato quello di modernizzare il Tomb Raider del 1996 senza alterarne la narrativa. Allo stesso tempo, Amos ha precisato che definire Legacy of Atlantis un semplice remake sarebbe limitante. I cambiamenti apportati sono talmente profondi da rendere l’esperienza completamente nuova dal punto di vista tecnico.

Ambientazioni, sistema di combattimento, controlli e persino la telecamera sono stati ripensati da zero. L’idea non è replicare fedelmente il gioco originale, ma creare le stesse sensazioni e gli stessi ricordi attraverso un titolo completamente diverso, capace di parlare anche a un pubblico moderno.

Un design più accessibile, ma fedele a Tomb Raider

Una delle domande più delicate ha riguardato il livello di difficoltà. I primi capitoli di Tomb Raider erano noti per un design spesso punitivo, fatto di enigmi complessi, salti millimetrici e pochissimi aiuti al giocatore.

Scot Amos e Will Kerslake hanno spiegato che tutto ciò che rende Tomb Raider riconoscibile è ancora presente, ma è stato adattato alle aspettative attuali. Il gioco non rinuncia a esplorazione, enigmi e senso di scoperta, ma lo fa con un approccio meno frustrante. È evidente che la difficoltà sia stata ricalibrata, rendendo l’esperienza più accessibile senza snaturare l’identità della serie.

La pressione dei fan e l’importanza dell’ascolto

Durante il Q&A si è parlato anche apertamente della pressione che accompagna questi due progetti. Crystal Dynamics è perfettamente consapevole delle aspettative legate al nome di Tomb Raider e non ha nascosto quanto questo peso venga sentito all’interno dello studio.

Gli sviluppatori hanno sottolineato di aver ascoltato attentamente i fan negli ultimi anni e di aver imparato molto, sia come professionisti che come appassionati della saga. Questo processo di ascolto sembra essere stato fondamentale per definire la direzione di entrambi i titoli, soprattutto nel trovare un equilibrio tra rispetto della tradizione e necessità di evoluzione.

Tomb Raider: Catalyst e il ritorno di Lara Croft

Su Tomb Raider: Catalyst, previsto per il 2027, sono stati condivisi meno dettagli, ma alcuni punti chiave sono stati confermati. Come Legacy of Atlantis, anche Catalyst sarà un’esperienza completamente single-player e utilizzerà l’Unreal Engine 5.

La protagonista è la stessa Lara Croft e a interpretarla è ancora una volta Alix Wilton Regan, che ha ricevuto numerosi complimenti da parte di Scot Amos e Will Kerslake per la qualità della sua performance. La continuità del personaggio è uno degli elementi centrali di questa nuova fase del franchise.

Ambientazione in India e differenze visive

La differenza principale tra Catalyst e Legacy of Atlantis riguarda il periodo storico e l’ambientazione. Tomb Raider: Catalyst è ambientato in India, una scelta fatta per la varietà degli scenari e per la possibilità di offrire grandi spazi esplorabili.

Secondo Crystal Dynamics, l’India rappresenta un contesto estremamente interessante dal punto di vista visivo e narrativo, capace di offrire ambientazioni molto diverse tra loro. Questo cambio di epoca si riflette anche negli asset di Lara Croft, che presentano alcune differenze già visibili nei primi trailer mostrati pubblicamente.

Catalyst sarà l’inizio di una nuova trilogia?

Alla domanda se Tomb Raider: Catalyst possa rappresentare l’inizio di una nuova trilogia, Scot Amos ha preferito non sbilanciarsi. La risposta è stata chiara: al momento il focus dello studio è interamente rivolto alla creazione del miglior gioco possibile.

Non sono stati condivisi piani a lungo termine o strategie narrative estese, segno che Crystal Dynamics vuole concentrarsi sulla qualità dei singoli progetti prima di guardare troppo avanti.

Tomb-Raider-Catalyst-Landscape

Il ruolo di Amazon Game Studios e la serie TV

Nella parte finale del Q&A si è parlato brevemente anche del ruolo di Amazon Game Studios. Scot Amos e Will Kerslake hanno espresso grande apprezzamento per il publisher, sottolineando come Amazon non voglia limitarsi alla pubblicazione dei giochi.

L’obiettivo sembra essere quello di costruire qualcosa di più ampio intorno al franchise di Tomb Raider. In questo contesto è stata menzionata anche la nuova serie TV, che sembra finalmente prendere forma. Tuttavia, durante questa sessione non sono stati forniti ulteriori dettagli a riguardo.

Considerazioni finali

Dopo aver partecipato a questo Q&A, è chiaro che Crystal Dynamics è perfettamente consapevole dell’importanza di Tomb Raider e delle aspettative dei fan. Tomb Raider: Legacy of Atlantis e Tomb Raider: Catalyst non sono semplici nuovi capitoli, ma rappresentano un momento chiave per il futuro della saga.

Tra tecnologia moderna, rispetto del passato e una maggiore attenzione alla community, Lara Croft si prepara a tornare con due avventure diverse, ma legate da una visione comune. Il 2026 e il 2027 non sono poi così lontani, e per i fan di Tomb Raider l’attesa è ufficialmente iniziata.

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Clair Obscur: Expedition 33 vince è il Game of The Year 2025

Clair Obscur: Expedition 33 si aggiudica il premio più prestigioso della serata agli The Game Awards 2025, conquistando il titolo di Game of the Year. Il titolo sviluppato da Sandfall Interactive supera una concorrenza di altissimo livello e conferma il suo impatto sull’industria videoludica nel corso dell’ultimo anno.

Il gioco, acclamato per la sua direzione artistica ispirata alla Belle Époque, per la narrativa particolarmente curata e per le sue soluzioni di gameplay ibride, aveva già raccolto numerosi riconoscimenti nel corso della stagione dei premi, risultando uno dei protagonisti anche ai Golden Joystick Awards 2025. La vittoria ai Game Awards arriva dopo un anno di forte attenzione mediatica e critica, alimentata anche dal sorprendente numero di nomination ricevute.

Secondo la giuria, Expedition 33 si è distinto per la capacità di unire una regia di alto livello a un worldbuilding originale e coerente, offrendo un’esperienza RPG moderna ma al tempo stesso ricca di riferimenti culturali e stilistici. Il successo del gioco rappresenta inoltre un risultato significativo per Sandfall Interactive, studio relativamente giovane che con questo riconoscimento entra ufficialmente tra i nomi più rilevanti della scena internazionale.

Con il premio di Game of the Year, Clair Obscur: Expedition 33 si posiziona come uno dei titoli più rappresentativi del 2025 e un possibile punto di riferimento per le produzioni narrative dei prossimi anni.

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Editoriali

L’evoluzione tecnica di Hollow Knight: Silksong, l’attesa è valsa la pena?

Quando Team Cherry annunciò Hollow Knight: Silksong, l’entusiasmo fu immediato. Un nuovo capitolo, un nuovo protagonista, ma soprattutto la promessa di un mondo ancora più vasto e raffinato. Col passare degli anni, però, l’attesa si è trasformata in un fenomeno a sé: Silksong è diventato quasi una leggenda, una di quelle opere che vivono tra la realtà e il mito.

Ogni trailer, ogni rumor, ogni silenzio del team ha alimentato la curiosità dei fan, portando il gioco a uno status quasi “sacro” nella scena indie. E con una tale pressione, la domanda è inevitabile: riuscirà Silksong non solo a rispettare le altissime aspettative, ma anche a dimostrare un’evoluzione tecnica che giustifichi questa attesa quasi infinita?

L’obiettivo di questo articolo, che ritengo di altissimo valore per il nostro blog e i nostri lettori, e realizzato da Nightcore di NoSugarGaming, è proprio capire se, dietro anni di sviluppo, c’è davvero un salto qualitativo capace di ridefinire il metroidvania moderno.

Grafica e direzione artistica: Silksong alza l’asticella

Uno dei punti più evidenti dell’evoluzione di Silksong è la cura maniacale nella sua direzione artistica. Hollow Knight già brillava per il suo stile gotico e malinconico, ma Silksong porta tutto a un nuovo livello, abbandonando le tinte cupe per un’estetica più viva, elegante e luminosa — senza però perdere quell’aura di mistero che definisce il mondo di Hallownest.

Le ambientazioni di Pharloom, il nuovo regno, sembrano respirare: i colori sono più saturi, la luce filtra con naturalezza e ogni area ha una propria identità visiva, distinta e immediatamente riconoscibile. Gli sprite dei personaggi sono più dettagliati, le animazioni più fluide, e gli effetti particellari (come la polvere, il fuoco o il movimento dei liquidi) mostrano un lavoro tecnico notevole per uno studio così piccolo.

Team Cherry ha dimostrato di saper sfruttare al massimo il 2D, rendendolo dinamico e profondo come pochi altri riescono. Non si tratta solo di “più bello da vedere”, ma di un mondo più leggibile, più coerente, e soprattutto più immersivo.

Animazioni e fluidità: la nuova eleganza del movimento

Se c’è un aspetto che ha sempre distinto Hollow Knight, è la sensazione di controllo perfetto che trasmetteva ogni salto, colpo o dash. Silksong affina ulteriormente quella formula, rendendo i movimenti di Hornet una vera danza acrobatica.

Ogni animazione è più fluida e reattiva: la velocità dei movimenti è maggiore, ma senza mai sacrificare la precisione. Hornet scatta, si arrampica e colpisce con una grazia felina, e ogni gesto è accompagnato da micro-animazioni che danno vita al personaggio — il mantello che si muove col vento, la lama che vibra al contatto, lo sguardo vigile durante i combattimenti.

Dal punto di vista tecnico, Team Cherry ha lavorato su frame data e interpolazione dei movimenti, migliorando la risposta ai comandi e la sensazione di impatto. Il risultato è un gameplay che non solo “funziona meglio”, ma si sente meglio. In Silksong, l’azione non è più solo tecnica: è estetica.

Gameplay e level design: evoluzione o rivoluzione?

Nel passaggio da Hollow Knight a Silksong, Team Cherry non si è limitato a rifinire le meccaniche: le ha ricostruite attorno a Hornet, creando un’esperienza più verticale, aggressiva e dinamica. Il gameplay non è una semplice copia del predecessore con qualche aggiunta: è un sistema completamente nuovo, che riflette la personalità e le abilità del nuovo protagonista.

Hornet è più veloce, più agile e molto più offensiva del Cavaliere. La sua abilità di lanciarsi verso i nemici, scalare superfici e utilizzare strumenti specifici apre nuove possibilità dimovimento e combattimento. Questo si riflette nel level design: le mappe di Silksong sono progettate per incoraggiare la fluidità, con percorsi che si intrecciano in verticale e un ritmo di esplorazione più rapido e dinamico.

Anche la gestione delle risorse cambia. Non più l’anima da accumulare lentamente, ma un sistema di “fili” che premia l’azione continua: curarsi o usare abilità diventa parte di un flusso ininterrotto, dove l’aggressività è la chiave per sopravvivere.

Il risultato? Un metroidvania che non si limita a migliorare Hollow Knight, ma lo reinterpreta completamente. Silksong non è un seguito che si appoggia sul passato — è un’evoluzione consapevole, costruita per chi conosce già le regole e vuole romperle.

Ottimizzazione e prestazioni: come gira Silksong

Uno degli aspetti più sorprendenti di Silksong è quanto riesca a spingersi in avanti dal punto di vista tecnico pur restando fedele all’estetica artigianale del primo capitolo. Nonostante l’aumento di dettagli, effetti e complessità visiva, il gioco promette una fluidità di 60 fps costanti su tutte le piattaforme — inclusi Nintendo Switch e PC di fascia media.

Team Cherry ha ottimizzato il motore di gioco per gestire un maggior numero di elementi a schermo, animazioni più complesse e un sistema d’illuminazione più dinamico, tutto senza sacrificare la reattività dei comandi. L’obiettivo è chiaro: mantenere la precisione del gameplay, che è il cuore dell’esperienza, anche nelle situazioni più caotiche.

Un altro passo avanti notevole riguarda i tempi di caricamento, ridotti drasticamente rispetto a Hollow Knight, grazie a una migliore gestione della memoria e dei dati delle aree. Il passaggio tra zone è quasi istantaneo, rendendo l’esplorazione più fluida e immersiva.

In sintesi, Silksong non è solo più bello: è anche più efficiente. Un equilibrio raro nel panorama indie, dove spesso l’ambizione artistica pesa sulle prestazioni. Qui, invece, la tecnica lavora silenziosamente al servizio dell’esperienza.

Confronto tecnico con Hollow Knight

Mettere Silksong accanto a Hollow Knight è come confrontare due opere dello stesso artista in momenti diversi della sua carriera: riconosci la mano, ma vedi una crescita evidente in ogni pennellata.

Dal punto di vista tecnico, Hollow Knight era già un piccolo miracolo per la sua leggerezza e la cura nei dettagli, ma Silksong espande tutto: più colori, più animazioni, più varietà ambientale e un livello di pulizia visiva che rende ogni zona unica. Le texture sono più definite, le luci più dinamiche, e le animazioni — soprattutto nei nemici — risultano molto più sofisticate.

Sul fronte del gameplay, la differenza è netta. Hollow Knight puntava sull’esplorazione lenta e metodica, mentre Silksong spinge sull’agilità e la reattività. Non è solo un cambio di ritmo: è un cambio di filosofia. Dove il primo ti invitava a studiare, il secondo ti invita ad agire.

Anche la colonna sonora segue questa evoluzione, mantenendo lo stile orchestrale ma adattandosi a un mondo più luminoso e regale. Il risultato finale è un titolo che rispetta il suo predecessore ma mostra chiaramente quanto Team Cherry sia maturato, tecnicamente e artisticamente. Silksong non vive all’ombra di Hollow Knight: ne rappresenta la naturale eredità.

L’attesa dei fan: hype, delusioni e speranze

Pochi giochi nella storia recente hanno generato un’attesa così intensa come Silksong. Ogni anno di silenzio da parte di Team Cherry è diventato un piccolo evento online, un misto di ironia, esasperazione e genuina curiosità. Meme, countdown infiniti e teorie su ogni piccolo indizio hanno trasformato il gioco in un simbolo dell’hype moderno: quel limbo in cui la speranza convive con la frustrazione. Col tempo, l’attesa stessa è diventata parte del mito.

I fan non aspettano solo un sequel, ma una ricompensa emotiva per la pazienza. E questo mette una pressione enorme sul team: ogni screenshot, ogni trailer viene analizzato al pixel, come se contenesse la risposta definitiva a “quando esce?”. Eppure, dietro l’ironia del web, c’è qualcosa di bello. Silksong rappresenta la fiducia dei giocatori nei progetti indipendenti, la dimostrazione che un piccolo studio può conquistare milioni di persone solo con passione e qualità. Che l’attesa sia stata lunga è indiscutibile, ma se il risultato sarà davvero all’altezza, allora non sarà stata una condanna: sarà una celebrazione.

Conclusione: Silksong ha mantenuto le promesse?

Dopo anni di silenzio, anticipazioni e sogni, Silksong sembra pronto a dimostrare che l’attesa non è stata vana. Tutto indica che Team Cherry non abbia semplicemente creato un seguito, ma una vera evoluzione del proprio linguaggio tecnico e artistico. Ogni dettaglio, dal movimento di Hornet al design delle ambientazioni, trasmette la sensazione di un progetto curato con pazienza e ambizione.

È raro vedere uno studio indipendente gestire un’eredità così pesante senza snaturarsi. Silksong non tenta di replicare Hollow Knight: lo trascende, portando avanti la stessa
filosofia ma con un tono più maturo e raffinato. Alla fine, la risposta alla domanda “l’attesa è valsa la pena?” dipenderà dall’esperienza personale di ciascun giocatore. Ma se il valore di un gioco si misura dalla passione che riesce a generare prima ancora della sua uscita, allora Silksong ha già vinto da tempo.

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Fatal Fury: City of the Wolves – Recensione

L’uscita di Fatal Fury: City of the Wolves ha segnato lo storico ritorno della saga di Fatal Fury Il gioco ha ricevuto un’accoglienza complessivamente positiva, nonostante alcune perplessità. Recentemente, City of the Wolves ha persino vinto il premio come miglior gioco di combattimento ai prestigiosi Gamecom asiatici ed è il lizza per il miglior picchiaduro ai Game Awards.

Noi di Ilvideogiocatore abbiamo deciso di cogliere l’occasione per proporvi anche il nostro giudizio sul gioco. Riscaldiamoci per bene e prepariamoci a tornare nelle strade di South Town per l’ultima sfida!

Il setting del nuovo Fatal Fury

La trama di City of the Wolves è ambientata ad un anno di distanza dal torneo King of Fighters: Maximum Mayhem e ruota intorno ad un nuovo torneo King of Fighters organizzato da Franz Stroheim nella città di Second South Town. Le vicende principali dei vari lottatori ruotano intorno alla ricerca della madre Marie da parte di Rock Howard e ai misteriosi poteri delle pergamene di Jin, che fanno parte dell’eredità lasciata dal terribile Geese Howard (storico boss della saga) al figlio Rock.

La trama del gioco, viene spiegata ed articolata attraverso una serie di filmati e dialoghi che accompagnano la modalità arcade dei vari protagonisti. Pur non trattandosi certamente di un elemento primario, abbiamo trovato la storia tutto sommato interessante e ben scritta, sebbene a tratti un po’ prevedibile.

Un roster inadeguato

Parlando dei personaggi, dobbiamo subito affrontare uno degli argomenti più spinosi del gioco. Il roster iniziale di City of the Wolves, infatti, non è assolutamente all’altezza delle aspettative.

Nonostante siano presenti diversi volti storici della saga, come Terry, Rock o Mai, l’assenza di vere e proprie colonne come Kim, Blue Mary, Joe ed Andy (questi ultimi due inseriti successivamente tramite DLC) si fa davvero sentire. Anche le new entry, come ad esempio Preecha o Marco, chiamate a fare le veci degli eroi originali, non risultano minimamente all’altezza del compito.

Come ciliegina sulla torta, l’inserimento a dir poco forzato di Cristiano Ronaldo e Salvatore Ganacci (dovuto, pare, ad accordi coi finanziatori arabi del gioco) ha contribuito non poco ad accrescere il malumore dei fan verso un roster assolutamente non adeguato per il grande ritorno di Fatal Fury.

SNK ha cercato di mettere una pezza tramite i DLC, che, oltre a volti noti della serie, mettono a disposizione anche personaggi della saga di Street Fighter (recentemente è stata resa disponibile Chun-Li). Sono state proposte anche diverse offerte per cercare di rendere l’acquisto dei nuovi personaggi il meno oneroso possibile, ma è chiaro che si tratta solo di palliativi per una scelta iniziale poco lungimirante che ha creato moltissimi malumori, causando una pubblicità estremamente negativa al gioco, cosa di cui non aveva assolutamente bisogno, vista la sua appartenenza ad un genere di nicchia.

Grafica e sonoro

Fortunatamente, le cose vanno decisamente meglio passando ad esaminare il comparto tecnico del gioco. City of the Wolves, infatti, sfoggia una grafica estremamente ben fatta. I modelli dei personaggi sono solidi, ricchi di dettagli e ottimamente animati. Il gioco segue poi una direzione artistica molto chiara. La grafica infatti, in maniera analoga a quanto mostrato da Street Fighter 6, ricorda davvero da vicino un fumetto animato, grazie ad un sapiente uso delle sfumature e dei chiaroscuri.

L’impressione è rafforzata dalle varie sequenze di intermezzo presenti nell’arcade, strutturate in modo molto simile alle vignette di un fumetto. Anche queste ultime, sebbene piuttosto semplici, sono lunghe e di buona fattura. Esse propongono una serie di disegni ben realizzati e coerenti con la grafica del gioco.

Le animazioni, come accennato, sono davvero ben fatte e le varie mosse speciali dei lottatori risultano davvero coerenti e spettacolari. Anche gli sfondi sono quasi sempre ottimamente realizzati e ricchi di dettagli. Molti degli stages si ispirano chiaramente a quelli dei titoli storici della saga, attualizzandoli ed abbellendoli.

Anche il sonoro di Fatal Fury COTW non delude le aspettative. Le numerose tracce, prevalentemente appartenenti al genere rock, sono quasi sempre azzeccate e coinvolgenti. Ancora una volta, la colonna del gioco cita a piene mani gli episodi storici della serie.

Modalità di gioco

Per quanto riguarda le modalità di gioco, City of the Wolves offre una discreta gamma di possibilità. Abbiamo anzitutto la classica modalità arcade, che consiste in sette combattimenti contro vari avversari, che culminano con la sfida contro il boss, che varia a seconda del lottatore che abbiamo selezionato.

Alcune sequenze di intermezzo rivelano lo sviluppo delle vicende dei vari lottatori. Si tratta di una modalità estremamente tradizionale, ma abbiamo un paio di appunti da fare. Il primo è relativo all’impossibilità di diminuire il numero dei round, che obbliga sempre a giocare almeno tre round. Si tratta di una mancanza non grave, ma comunque fastidiosa.

L’altro appunto riguarda il livello di difficoltà. Superare l’arcade alla difficoltà massima, infatti (impresa obbligatoria se si desidera platinare il gioco) è stata davvero un’esperienza frustrante e poco appagante, dal momento che l’IA non prende praticamente mai l’iniziativa, limitandosi a leggere gli attacchi del giocatore per punire ogni minima apertura con devastanti combo. Senza esagerare, ci è parso davvero di tornare ai primi Mortal Kombat in versione arcade.

Il gioco offre poi una modalità allenamento abbastanza completa, con un tutorial che affronta tutte le meccaniche principali del gioco ed una serie di missioni dedicate a tutti i personaggi. In questa sezione sono presenti anche la modalità sopravvivenza e la sfida a tempo. Anche qui, purtroppo, torna il problema della difficoltà. Mentre infatti la sfida a tempo è già settata sulla massima difficoltà, la modalità sopravvivenza aumenta gradualmente la sfida man mano che si avanza. Completare questa modalità richiede di vincere ben 100 scontri di fila, di cui l’ultima decina alla massima difficoltà e contro avversari con SP gauge sempre al massimo (ci torneremo più avanti). Potete intuire che, anche in questo caso, la frustrazione sia sempre dietro l’angolo, solo in parte mitigata dalla soddisfazione che si ottiene in caso di successo.

Mazzate in giro per il mondo

La modalità online di City of The Wolves si presenta molto completa e con un ampio margine di personalizzazione. Sono presenti le classiche partite classificate, gli contri amichevoli, oltre alla possibilità di creare varie lobby per le partite personalizzate, con moltissime opzioni a disposizione.

SNK ha inserito anche la possibilità di lottare contro un clone, creato con intelligenza artificiale per replicare lo stile di gioco dei vari giocatori. É anche possibile creare un proprio clone per provare a sfidarlo, per ottenere indicazioni sul proprio stile di gioco e su possibili passi da compiere per migliorarlo.

Per gli amanti del competitivo, questa è certamente la modalità più importante e su cui verrà speso più tempo. Fortunatamente, SNK ha fatto davvero un buon lavoro anche per quanto riguarda la qualità della connessione. Il Rollback netcode è implementato in maniera davvero efficacie e ci è capitato davvero raramente di incorrere in rallentamenti o problemi di sorta durante le sfide.

In viaggio per South Town

La principale novità per quanto riguarda il single player è costituita dalle modalità Episode of South Town. SNK stavolta non ha preso esempio dagli ultimi episodi di serie come Mortal Kombat, con la sua storia cinematografica. Non si è nemmeno ispirata al semi open world di SF6. Quel che EOST propone è un’esperienza molto simile al mai troppo rimpianto World Tour di Street Fighter Zero 3.

Una volta selezionato il nostro lottatore, saremo proiettati su una delle tre mappe principali di South Town. Qui saremo impegnati in una serie di sfide contro numerosi avversari creati per l’occasione (e con un set di mosse originali) e che a volte necessitano di requisiti particolari per essere superate (ad esempio un limite di tempo oppure la necessità di usare determinate mosse per fare danno).

In questa modalità è anche possibile personalizzare il nostro personaggio, in maniera analoga ad un RPG, assegnando una serie di abilità che si sbloccano progredendo nell’avventura. Tra uno scontro e l’altro è presente anche una storia, spiegata stavolta principalmente attraverso finestre di dialogo. Nelle fasi finali sono presenti anche diversi filmati.

Da notare che è possibile affrontare questa modalità con tutti i personaggi, che vivono ognuno una vicenda diversa. Una volta completata la storia è possibile affrontare di nuovo l’episodio alla massima difficoltà. Stavolta non è presente alcuna trama, ma solo una lunga serie di battaglie senza esclusione di colpi. Nel complesso abbiamo davvero apprezzato questa modalità. EOST propone una sfida lunga e coinvolgente, con l’unico difetto di una certa ripetitività.

Il gameplay di City of the Wolves

Ed eccoci finalmente giunti al cuore pulsante di COTW, ovvero il suo gameplay. All’apparenza, il sistema di controllo di questo nuovo Fatal Fury appare semplice e in linea con la tradizione. I tasti a disposizione sono solamente 4, due per i calci e due per i pugni (con la possibilità di utilizzare altri pulsanti per le combinazioni di questi). La parata viene effettuata premendo indietro, mentre è possibile effettuare ben tre tipologie differenti di salto a seconda della pressione. Ogni personaggio dispone di un set di mosse speciali, mentre riempiendo un apposita barra, divisa in due livelli, è possibile effettuare gli attacchi super, denominati Gear attack e Redline Gear attack.

COTW include tuttavia una serie di interessanti novità. Abbiamo anzitutto la possibilità di effettuare parate perfette premendo il tasto direzionale col giusto tempismo, con addirittura la possibilità di effettuare una Hyper defense, che protegge dagli attacchi multipli. fa il suo ritorno poi la Selective Potential Gear. In pratica, al momento di selezionare il lottatore biasogna scegliere se posizionare la SPG a piena vitalità, quando la vita raggiunge la metà oppure ad un terzo dell’energia. Una volta attivata, la SPG consente l’utilizzo di alcune tecniche particolari, come il Rev Blow, utile a creare distanza col nemico e l’Hidden Gear, l’attacco più potente in assoluto. Chiaramente, la scelta del posizionamento della SPG va ad impattare pesantemente con la strategia di gioco.

COTW inserisce anche il REV system. In pratica, il giocatore ha a disposizione una serie di abilità sia offensive che difensive, che vanno a consumare un’apposita barra chiamata Rev Gauge. É possibile utilizzare, oltre al sovraccitato Rev Blow, anche il Rev Guard, che consente di effettuare parate perfette, il Rev Accel, che aiuta nel concatenamento delle combo e le Rev Arts, versioni potenziate delle normali mosse speciali. Una volta consumata la Rev Gauge, il personaggio entra in uno stato chiamato Overheat, in cui non è possibile ricorrere a nessuna delle abilità Rev.

Come si intuisce, si tratta di un sistema davvero ricco e profondo, che crea scontri dal numero elevatissimo di possibilità e che apre a numerose strategie e stili di gioco differenti. Tuttavia, è bene mettere tutti subito in guardia. Si tratta di un gioco estremamente tecnico e difficile. Ogni apertura e ogni timing sbagliato comporta irrimediabilmente una punizione, che a volte può essere molto pesante. Il gioco infatti pone molta enfasi sulle combo. Anche un singolo attacco andato a segno può aprire la strada a combinazioni lunghe e devastanti, soprattutto se l’SPG è disponibile.

Fortunatamente, in aiuto dei neofiti sono stati inseriti i comandi smart, come ormai da tradizione nel mondo dei picchiaduro. Si tratta di comandi semplificati che affidano alla pressione di un unico tasto non solo le mosse speciali ma persino l’esecuzione di alcune combo avanzate. Sebbene questa feature spesso incontri il disappunto dei puristi, riteniamo che SNK abbia fatto molto bene ad includerla, per non scoraggiare eventuali nuove leve. Anzi, in COTW i comandi smart ci sono sembrati molto meglio realizzati rispetto a molte altre produzioni. Per dovere di completezza, segnaliamo che c’è uno stage nel gioco in cui torna la classica meccanica dello spostamento su due diverse assi di gioco. Tuttavia, si tratta, come intuibile, di un elemento assolutamente marginale.

In conclusione, Fatal Fury: City of the Wolves è un picchiaduro estremamente solido, profondo e divertente. Il gioco vanta un’ottima grafica, un sonoro adeguato e un gameplay tecnico e appagante, in grado di divertire sia gli amanti del genere e delle partite competitive sia i giocatori più casual, soprattutto in virtù delle tante modalità di gioco. L’esperienza viene in parte penalizzata dall’eccessiva difficoltà e dall’IA mal calibrata. Inoltre le pessime scelte effettuate nella creazione del roster sicuramente faranno storcere il naso a qualche fan. Nel complesso, comunque, questo nuovo Fatal Fury resta un ottimo picchiaduro, consigliatissimo a tutti gli amanti del genere.

Dettagli e Modus Operandi
  • Piattaforme: Playstation 5, PlayStation 4, Xbox Series X|S, PC
  • Data uscita: 24 aprile 2025
  • Prezzo: 49,90 euro

Ho giocato e completato il gioco su Playstation 5, utilizzando anche tutti i DLC usciti finora.

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Editoriali

Visual Novel: quattro videogiochi per iniziare ad appassionarsi

Nel panorama delle Visual Novel, poche opere sono riuscite a far breccia nel cuore degli appassionati occientali dei videogiochi. Tra queste, la saga di Danganronpa, dei Science Adventure(es.: Steins;Gate e Anonymous;Code), di Fate/stay night, se pur con tematiche diverse, sono riusciti nonostante tutto a colpire pubblico e critica guadagnandosi un’ottimo successo lasciando un segno indelebile nel cuore dei videogiocatori più accaniti.

In questo primo articolo voglio fare un panorama generale su le saghe citate qua sopra più una piccola chicca che comunque è riuscita a colpire una nicchia non indiffirente, e perché no, magari in futuro proporre altri titoli con un nuovo articolo collegato.

Danganronpa

La saga di Danganronpa, Sviluppata e Distribuita dalla casa di sviluppo Spike Chunsoft, è una saga di genere thriller psicologico che mescola elementi di mistero e investigazione.

La trama è semplice quanto geniale: un gruppo di studenti d’élite, ovvero gli studenti migliori al mondo con una caratteristica unica e peculiare, viene rinchiuso in una scuola, costretti a partecipare ad un gioco di sopravvivenza orchestrato dal sadico orso meccanico Monokuma. L’unico modo per “vincere”? Uccidere un compagno e non farsi scoprire durante il processo.

L’idea alla base, racchiusa nel titolo “dangan” (proiettile) e “ronpa” (confutazione) simboleggia lo scontro dialettico tra speranza e disperazione. Ogni processo è una lotta a colpi di enigmi, intuizione e tempo, dove il giocatore deve smascherare i colpevoli tra i compagni della suddetta scuola. Oltre al gameplay, ricco di enigmi da risolvere, è la scrittura a colpire: ogni personaggio, dietro l’apparente stereotipo, è scritto alla perfezione, rendendoli unici e carismatici. Danganronpa non è solo una visual novel thriller investigativa, ma anche una riflessione sull’istinto di sopravvivenza e sul confine tra speranza e disperazione.

Steins;Gate

Tra le visual novel  più acclamate e famose di sempre, Steins;Gate, sviluppato da 5pb e Nitroplus,  è un viaggio indimenticabile nel tempo e nella mente umana. Il protagonista, Rintarou Okabe, si autodefinisce “scienziato pazzo”, insieme ai suoi amici, scopre accidentalmente un modo per inviare messaggi nel passato. Da quella scoperta inizia una spirale di eventi che metterà a rischio il futuro di Rintarou, dei suoi amici e del mondo.

Il fascino di Steins;Gate risiede nel suo equilibrio in cui ha molti momenti scientifici e molti emozionanti. Le teorie sul viaggio nel tempo da cui si sono ispirati sono state trattate in modo quasi maniacale, ma la vera forza del titolo è nella scrittura dei personaggi e nel peso delle scelte morali. Ogni decisione, anche la più banale, può alterare linee temporali intere, portando a finali alternativi che spaziano da quello più cupo e cattivo a quello invece più felice e speranzoso. Steins;Gate è una visual novel che parla di sacrifici, coraggio ma soprattutto della responsabilità che deriva dal potere di cambiare il destino.

Fate/stay night

Fate/stay night, sviluppato dalla software house Type-Moon, è un colosso che ha fatto conoscere a tutto il mondo, soprattutto tramite la trasposizione animata, il genere dell visual novel. La trama ruota attorno alla “Guerra del Santo Graal”, un torneo in cui sette persone chiamate “Master”,possono evocare eroi storici del passato, chiamati “Servant” per contendersi un artefatto in grado di esaudire qualsiasi desiderio.

Il protagonista, Shirou Emiya, si ritrova coinvolto in questa battaglia millenaria. Attraverso le sue scelte, il giocatore esplora tre percorsi narrativi distinti, ognuno dei quali approfondisce diverse sfaccettature del suo carattere e dei temi centrali dell’opera. Le figure dei Servant, ispirate a leggende e miti di tutto il mondo, donano alla storia una dimensione epica e universale, mescolando filosofia e azione in un equilibrio più unico che raro.

Fate/stay night è più di una visual novel, espanso in anime, film e spin-off  hanno conquistato milioni di fan grazie alla sua miscela di pathos, introspezione e battaglie mozzafiato, rappresenta uno dei capisaldi della narrativa videoludica moderna, dimostrando che anche un visual novel può essere una vera epopea.

The House in Fata Morgana

Per ultimo, ma non per importanza, abbiamo The House in Fata Morgana. Sviluppato da Novectacle, è una gemma “gotica e malinconica” che si distingue per la sua struttura narrativa e la profondità dei temi trattati. Ambientato in una misteriosa dimora senza tempo, il gioco conduce il giocatore attraverso secoli di tragedie umane, mostrando come la sofferenza si ripeta in diverse forme.

Ogni capitolo racconta la storia di un personaggio che viene a vivere in questa magione maledetta. L’atmosfera è densa e opprimente, con un’estetica che fonde arte rinascimentale e tonalità oniriche, amplificata da una colonna sonora struggente. Più che una visual novel, The House in Fata Morgana è una riflessione sulla psiche umana, sulla redenzione e sull’amore. La scrittura, poetica e disturbante, cattura l’anima e la scuote, affrontando temi come la discriminazione, l’abuso e il perdono. È un racconto che non teme di essere scomodo, ma che trova nella sua brutalità una rara sincerità emotiva. Per molti, rappresenta uno dei punti più alti mai raggiunti nei media videoludici in termini di maturità narrativa.

Conclusione

Questi quattro titoli, diversi per tono e stile, condividono una stessa anima: la capacità di usare le visual novel come mezzo di racconto profondo e universale. In un’epoca dominata da opere con grafica sempre più pompata e realistica, Danganronpa, Steins;Gate, The House in Fata Morgana e Fate/stay night ricordano a tutti che, a volte, le storie più potenti nascono semplicemente da parole, emozioni e scelte.

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Dark Quest 4 – Recensione

Negli ultimi anni lo abbiamo visto tornare nella sua forma originale. HeroQuest è un gioco da tavolo fantasy del 1989, pubblicato da Milton Bradley. Basta aver visto anche solo la scatola per notare l’evidente richiamo a Dungeons & Dragons: dopotutto, HeroQuest nasceva proprio con l’obiettivo di essere un D&D più semplice e immediato. Il successo fu enorme alla fine degli anni ’80, e lo è stato anche nelle recenti ristampe. Dark Quest 4, sviluppato da Brain Seal, rincorre lo stesso obiettivo: semplificare i dungeon crawler digitali per diventare l’equivalente videoludico di HeroQuest. In questa recensione cerchiamo di capire se ci sia riuscito.

La saga

La serie Dark Quest esiste ormai da dieci anni. Tra il primo capitolo e questo quarto episodio il salto tecnico è evidente, ma l’intento è rimasto identico: ricreare HeroQuest, semplificandolo ulteriormente quando necessario. Senza addentrarmi troppo nei capitoli precedenti, c’è però un dettaglio fondamentale che va evidenziato: Dark Quest 4 elimina completamente il lancio dei dadi, elemento cardine sia dell’originale da tavolo sia dei precedenti episodi della serie, incluso il terzo, uscito appena due anni fa.

Qui Brain Seal sembra voler rendere l’esperienza il più entry-level possibile, delegando alla macchina l’intera componente casuale, proprio come hanno fatto Baldur’s Gate e Darkest Dungeon. Perché citare titoli così importanti? Perché Dark Quest 4 rappresenta un punto di maturità per la saga, che smette di essere una “trasposizione da tavolo” per avvicinarsi a quegli indie ruolistici dell’ultimo decennio capaci di creare dipendenza, come Darkest Dungeon o Hand of Fate.

Fin dai primi minuti, l’impatto richiama tre mondi — da tavolo e digitali: la struttura di HeroQuest, il tono punitivo di Darkest Dungeon e l’estetica fantasy alla Warcraft.

Uno stregone… déjà vu

La lore di Dark Quest 4 è talmente semplice da risultare nostalgica. Un gruppo di dieci eroi totali (tre utilizzabili per missione) deve affrontare una lunga serie di battaglie fino allo scontro finale con uno stregone goblin dal nome decisamente familiare: Gulak. Il design rosso scarlatto e verde elettrico richiama immediatamente Gul’dan, storico antagonista di Warcraft.

Le oltre venti missioni si snodano su una mappa che, oltre alla main quest, offre percorsi opzionali. Ogni scenario propone l’esplorazione di un’area non procedurale — sempre identica a ogni nuovo tentativo — composta da uno o più livelli in stile dungeon di Diablo.

In sintesi, Dark Quest 4 è HeroQuest digitalizzato, arricchito da un effetto nostalgia che i videogiocatori più esperti, soprattutto quelli cresciuti negli anni ’90, sapranno riconoscere e apprezzare.

Dark, ma non Darkest

Una volta arrivati all’hub principale del gioco, il richiamo è chiaro: Darkest Dungeon, ma in una versione più accessibile e immediata. Il nostro viaggio parte da un accampamento, dove una voce narrante introduce le ragioni della nostra missione. All’inizio avremo quattro eroi disponibili — barbaro, mago, arciere, ladro e altri — che nel giro di poche sessioni diventeranno dieci.

Oltre alla scelta della missione e del trio di eroi da schierare, l’accampamento offre varie figure che permettono di potenziare abilità, inventario e caratteristiche speciali che lascio a voi scoprire. L’intero sistema ruolistico è costruito su un card game: ogni mossa e ogni pozione è rappresentata da una carta, utilizzabile dentro e fuori dal combattimento con regole rigidissime e molto chiare. Per la prima volta nella serie, Dark Quest 4 include anche la lingua italiana.

Questa fase è fondamentale, forse la più importante: spesso la vittoria dipenderà dalla composizione del team (a volte serve magia, altre volte solo acciaio), ma anche da una singola pozione in più. Il bilanciamento funziona: le sfide sono impegnative quanto basta e l’assenza di generazione casuale permette di preparare run precise, senza sorprese frustranti.

Una volta dentro il dungeon, le opzioni sono limitate: il cuore del gioco è lo scontro a turni. È comunque possibile aprire forzieri per ottenere oro, affrontare trappole e un curioso teschio che introduce variabilità. In battaglia le azioni sono scandite dalle carte e si riducono a quattro scelte: attaccare, usare l’inventario, muoversi o passare il turno.

Nuova modalità Creatore e Co-Op

Con questo quarto capitolo la serie raggiunge una maturità importante anche grazie alle modalità aggiuntive. La prima è il Multiplayer Co-Op, che permette a tre giocatori di affrontare un dungeon ognuno con il proprio personaggio.

La seconda è la modalità Creatore (con supporto a Steam Workshop), che permette di creare, condividere e giocare mappe personalizzate. Un’aggiunta che farà la felicità dei fan di HeroQuest, finalmente in grado di dare vita alle proprie avventure in un contesto digitale veloce e accessibile.

Dark Quest 4 rappresenta il punto di massima maturità della saga. Non è più solo un clone digitale di HeroQuest, ma un dungeon crawler vero e proprio che fa dell’accessibilità il suo punto di forza. Questo però non lo rende un gioco semplice: già alla difficoltà normale Dark Quest 4 può essere sorprendentemente impegnativo.

A completare il pacchetto ci sono la sandbox della Modalità Creatore, insieme a una veste grafica e sonora rinnovata, che rendono il titolo particolarmente allettante per gli appassionati di dungeon crawler e card game ruolistici.

Dettagli e Modus Operandi
  • Piattaforme: Playstation 5, Xbox Seris X|S, Nintendo Switch, PC
  • Data uscita: 5 novembre 2025
  • Prezzo: 19,50 euro

Ho affrontato il dungeon di Dark Quest 4 su Xbox Series X in accesso anticipato grazie a una copia gentilmente fornita dal publisher.

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